Report
Sardegna: dove mancano le cure, cresce la povertà
Il Rapporto di Caritas Sardegna fa emergere non solo il legame tra i problemi legati alla salute mentale e la crescente povertà, ma anche le mancate risposte del sistema sanitario isolano. Su una popolazione di meno di 1,6 milioni di abitanti, si stima che circa 145mila sardi soffrano di depressione
Il 20esimo Report su povertà ed esclusione sociale in Sardegna, presentato nei giorni scorsi dalla delegazione regionale della Caritas, quest’anno analizza la doppia condizione di difficoltà che si registra nell’Isola, vale a dire l’affanno del sistema sociosanitario da una parte e, dall’altra, il disagio economico. Le due tematiche hanno diverse correlazioni tra loro e toccano alcuni aspetti già affrontati nelle precedenti puntare della nostra mini inchiesta sulla sanità nell’Isola.
Il quadro generale
Nel report si legge che «i problemi di natura economica e i problemi di lavoro coprono complessivamente il 54,6% dei bisogni registrati dagli operatori Caritas in Sardegna nel corso del 2024: parliamo complessivamente di 63.647 richieste di aiuto (su una popolazione di nemmeno 1,6 milioni di abitanti, ndr)». Un dato in aumento rispetto all’anno precedente (furono 58.818) e a un livello decisamente più elevato rispetto al periodo pre-pandemico (38.736 nel 2019).
«Il disagio più frequente è associato al reddito insufficiente rispetto alle normali esigenze della vita quotidiana (scuola, casa, alimentazione, spese sanitarie, ecc.), seguito dalla mancanza di lavoro: non solo disoccupazione e inoccupazione ma anche lavoro precario, lavoro “nero” o “grigio” (3,9%), cassa integrazione guadagni, mobilità, sottoccupazione (sfruttamento in attività rischiose, dequalificanti, gravose, in ambienti insalubri e privi di adeguate misure di sicurezza) o discriminazione», precisa ancora il Rapporto.

«Tra i disoccupati vi sono soprattutto uomini (56,5%) di nazionalità italiana (66,5%). Considerando la componente degli occupati (14,8%) e quella dei pensionati (12,1%), si giunge a oltre un quarto del totale (26,9%): una quota complessiva che indica come, anche in presenza di una qualche fonte di reddito, si fatica a far fronte alle normali esigenze della vita quotidiana. Pertanto, non è solo la mancanza di lavoro che spinge le persone a chiedere aiuto: quasi un beneficiario su sette dichiara, infatti, di avere una qualche forma di occupazione. Un dato che non sorprende, considerato che secondo l’Istat il 21% dei lavoratori in Italia ha un reddito troppo basso per assicurare condizioni di vita adeguate».
Il prezioso Rapporto Caritas offre tanti altri spunti e ci ricorda che «nel 2024 l’incidenza della povertà relativa familiare in Italia è aumentata di 0,3 punti percentuali, passando dal 10,6% del 2023 al 10,9%». La Sardegna si colloca al quinto posto (era al settimo un anno fa) tra le regioni italiane con la più alta incidenza di povertà relativa (17,3%), registrando un incremento pari all’1,4% rispetto al 2023 (+0,3% in Italia, nel Nord e nel Mezzogiorno, mentre al Centro il dato è rimasto invariato). Nel 2024, circa 128mila famiglie sarde si trovavano in condizione di povertà relativa, rispetto alle circa 118mila del 2023.
L’aumento delle fragilità mentali
Numerose ricerche interdisciplinari confermano da un lato come una condizione di povertà (caratterizzata da difficoltà economiche, insicurezza abitativa, disoccupazione, lavoro povero o sfruttamento lavorativo, deprivazione sociale e sanitaria) aumenti il rischio di fragilità mentali e, dall’altro, come la sofferenza mentale comprometta la capacità di lavorare e riduca le opportunità economiche, facendo aumentare i costi sanitari, peggiorando la situazione finanziaria e generando un circolo vizioso negativo. La relazione tra povertà e salute mentale appare come bidirezionale, mettendo in luce molteplici disuguaglianze sociali. Nonostante la salute (compresa quella mentale) sia un diritto fondamentale, cresce il numero delle persone che rinunciano alle cure. Peraltro, tra il 2019 e il 2023 si è registrato un calo nell’Isola del 39% della presenza dei medici di medicina generale, nonostante si spenda più della media nazionale per il personale sanitario.
Si stima che siano circa 145mila i sardi che soffrono di depressione (assegnando alla Sardegna una delle più alte incidenze di sintomi depressivi in Italia): i pazienti in cura nell’Isola per disturbi depressivi tra il 2022 e il 2023 sono triplicati. La sofferenza mentale riguarda soprattutto le donne e cresce con l’avanzare dell’età. Sono più frequenti fra le donne sarde problematiche quali la depressione, le sindromi nevrotiche somatoformi e i disturbi affettivi bipolari, mentre fra gli uomini incidono maggiormente la schizofrenia e altre psicosi funzionali, oltre che l’alcolismo e le tossicomanie. Va ricordato che, dal punto di vista normativo, la Sardegna si è dotata di un apposito strumento (la L.R. 27/08/1992, n. 15, integrata dalla L.R. 30/05/1997, n. 20), il quale disciplina i sussidi economici mensili per le persone con disturbi psichiatrici seguite dai Servizi per la salute mentale. Tale misura, pur costituendo un riconoscimento economico importante, è soggetta a non poche critiche poiché non si è in grado di valutarne analiticamente l’impatto reale del contributo sulla qualità della vita dei beneficiari.
Il delegato regionale di Caritas Sardegna
«Non spetta a me lanciare appelli o chiedere qualcosa alle istituzioni», premette don Marco Statzu, delegato regionale della Caritas. «Questo Rapporto nasce per fotografare la realtà, con dati pubblici, e dire che cosa la Chiesa e la Caritas possono fare. È auspicabile un potenziamento dei Centri di salute mentale. Gli specialisti delle Asl fanno del loro meglio ma, evidentemente, i numeri non sono proporzionati: non si riesce a seguire i pazienti come si dovrebbe. L’accesso al sostegno psicoterapeutico non è garantito, di solito se lo possono permettere le famiglie più abbienti. Allo stesso tempo, anche le altre organizzazioni che fanno front office (comprese quelle del Terzo settore e della Chiesa isolana) devono essere messe nelle condizioni di collaborare affinché le persone con disagi legati alla salute mentale possano essere sempre più incluse, non solo dal punto di vista medico-specialistico ma anche sotto il profilo sociale. Non dimentichiamo che queste persone gravano, con tutti i loro problemi, anche sul loro nucleo familiare. Le famiglie, in molti casi, sono lasciate sole. La salute mentale non è solo un problema medico. Ma queste persone devono poter esprimere tutto il loro potenziale all’interno della società. Da tempo non ci sono i manicomi ma è ancora molto forte lo stigma sociale nei confronti di questi pazienti. Desidero fare un ringraziamento particolare al Dipartimento di Scienze umanistiche e sociali dell’Università degli studi di Sassari per l’importante contributo dato al Rapporto».

Il responsabile del Centro studi
«Il focus di quest’anno riguarda la fragilità di salute mentale, di cui ci occupammo già nel periodo della pandemia», sottolinea Raffaele Callia, responsabile del Centro studi di Caritas Sardegna. «Oggi appare ancor più delicato perché di salute mentale non si parla tanto, nonostante i dati di statistica pubblica siano molto preoccupanti. C’è un’elevata incidenza di problemi di salute mentale nella popolazione sarda: siamo ai primi posti in Italia, subito dopo la Liguria, a fronte di un sistema sanitario che è in grande affanno. Questa indagine ci ricorda che c’è un’intima connessione tra la povertà economica e la fragilità di salute mentale. Sappiamo bene che, chi vive problemi di natura economica, ha un minore accesso alle cure e spesso viene accolto in un percorso di tipo farmacologico e non psicoterapeutico. Di solito sono persone che hanno perso il lavoro e vivono una condizione di prostrazione morale e isolamento, elementi che si ripercuotono sulla salute dell’intero nucleo familiare. Allo stesso tempo, chi soffre di problemi di salute mentale, rischia di condizionare il suo rapporto di lavoro e la capacità di generare reddito. Ci siamo rifatti ai dati più recenti (2023) del ministero della Salute ma abbiamo condotto anche una nostra indagine, interrogando i dati raccolti dai nostri Centri di ascolto diffusi nel territorio isolano. Siamo così riusciti a promuovere un’indagine quali-quantitativa, attraverso il coinvolgimento di testimoni privilegiati: esperti del settore (medici, psichiatri, psicologi, educatori, consulenti coniugali e familiari) e famiglie con persone a carico con disagi di salute mentale. Queste ultime segnalano i problemi che devono affrontare: isolamento, stigma, non accesso ai servizi di salute pubblica. Questioni che fanno parte della povertà multidimensionale di cui ci occupiamo da tanti anni. La ricerca ha dimostrato come dietro ogni storia di fragili equilibri vi siano tante donne che diventano “equilibriste dell’anima”, prendendosi cura dei propri cari, sovente senza particolari reti di protezione. Ecco perché è fondamentale tenere vivo il dibattito sul tema, recuperando lo spirito che nel 1978 ha ispirato la “legge Basaglia” e la legge 833 istitutiva del Sistema sanitario nazionale».

Il medico volontario
«Di fronte alle difficoltà del servizio pubblico, come le crescenti liste d’attesa, molte persone si rivolgono al nostro ambulatorio in cerca d’aiuto», spiega Giorgio Seguro, psichiatra con oltre 30 anni di esperienza nel servizio pubblico e volontario Caritas da 20 anni. È tra gli specialisti che lavorano al Poliambulatorio medico “Nabeel Khair” della Caritas diocesana di Cagliari, nel quale oltre 70 medici offrono tempo e competenze in forma volontaria per accogliere, ascoltare e curare i più fragili, siano essi cittadini italiani o stranieri.

«La Caritas non si sostituisce al sistema sanitario ma lo integra e lo supporta», ricorda il dottor Seguro. La vita di ogni individuo si regge su tre pilastri fondamentali: la casa, il lavoro e le relazioni affettive. Quando uno di questi elementi vacilla, la persona vive uno squilibrio che può sfociare in sofferenza psichica, ritiro sociale e perdita di fiducia nel futuro. Con le persone cerchiamo di costruire un rapporto fatto di reciprocità, che significa guardare negli occhi, ascoltare e restituire dignità, ricordandoci che le persone che si rivolgono al Poliambulatorio provengono da tessuti socioculturali molto diversi. Molte parole esprimono valori religiosi e culturali che noi psichiatri, di formazione occidentale, non sempre comprendiamo. In generale, le cure mediche e psicologiche sono necessarie ma da sole non bastano. A fare la differenza è la vicinanza di una rete di persone e istituzioni sensibili, capaci di sostenere le persone più fragili e accompagnarle nei momenti critici. È questa presenza concreta di ascolto, di accompagnamento e di cura che permette, a chi vive situazioni di sofferenza, di ritrovare equilibrio, sicurezza e soprattutto la fiducia di poter ricominciare».
Credits: foto Caritas Sardegna
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