Disabilità
Vita indipendente, a Cagliari la Casa Fenice guarisce le ferite delle fragilità
Sei persone in un cohousing preparano il proprio percorso di autonomia in un edificio del Comune, ristrutturato e dotato di funzionalità domotiche. I risultati si vedono: i protagonisti stanno acquisendo nuove competenze, sia per la gestione della casa e sia per immettersi nel mercato del lavoro o trovare nuove opportunità
Il nome lo ha scelto il gruppo dei primi beneficiari del progetto “Percorsi di autonomia per persone con disabilità”, cofinanziato con risorse del Pnrr e del Comune di Cagliari. L’edificio che ospita il cohousing di sei persone con disabilità di varia natura, ora si chiama “Casa Fenice” e si trova al numero 10 della centrale via Friuli. La Fenice, hanno sottolineato gli stessi ospiti, era una creatura leggendaria capace di risorgere dalle proprie ceneri e guarire le ferite con le sue lacrime. Due aspetti che emergono chiaramente nell’esperienza avviata lo scorso anno con un bando per il quale hanno presentato domanda una ventina di persone. Un numero destinato a salire, dopo l’inaugurazione che si è tenuta nei giorni scorsi nel capoluogo sardo.
Come è nata l’iniziativa
«Il primo gruppo si è insediato nell’immobile lo scorso novembre, ma il lavoro è iniziato già nel maggio 2025», tiene a precisare Stefania Pusceddu, assistente sociale del Comune e referente del progetto. «Occorreva un periodo preparatorio e di ambientamento. Perché solo 20 domande? Non è facile per tutti accettare la coabitazione: molti partecipanti, davanti a questa possibilità, si sono tirati indietro. Il percorso è personalizzato e definito con i beneficiari, in perfetta linea con il decreto legislativo del 2024 sui progetti di vita indipendente, guardando anche all’acquisizione di competenze informatiche e all’utilizzo delle nuove tecnologie. Pur essendo ancora nella prima fase, siamo già in grado di dire che queste modalità consentono di dare una risposta ai desideri e alle aspirazioni delle persone che desiderano una vita indipendente. Ma non dobbiamo limitarci a questo progetto, occorre dare continuità: per esempio, con il supporto psicologico, l’accompagnamento educativo, l’aiuto nel trovare una casa. Alcuni di loro ce l’hanno già e vi torneranno con maggiore consapevolezza tra qualche mese. Altri, invece, devono trovare una soluzione abitativa in un contesto in cui non è facile trovare una camera o un piccolo appartamento. Magari qualche privato, sapendo che il Comune si fa garante di questi percorsi, sarà incentivato ad affittare un immobile. È indispensabile che l’amministrazione riesca a individuare e attivare risorse finanziarie, siano esse europee, ministeriali o comunali, per garantire la prosecuzione del progetto complessivo e, conseguentemente, la continuità dei progetti personalizzati: è essenziale per garantire alle persone un accompagnamento reale e concreto, che non si limiti a interventi episodici ma che sappia sostenere i percorsi di autonomia nel loro insieme. Parliamo di un supporto che è insieme psicologico, educativo e operativo: dall’affiancamento nella ricerca di una futura abitazione, al sostegno nel mantenimento della stessa. Un percorso che richiede un accompagnamento costante e continuativo, fino all’inserimento nel mondo del lavoro, per permettere alle persone di mettere realmente a frutto la formazione acquisita».

I correttivi chiesti dagli stessi beneficiari
«Abbiamo fatto tesoro delle indicazioni arrivate da questi giovani: correttivi che abbiamo posto in essere in corso d’opera e ci hanno permesso di superare alcune criticità», spiega Anna Puddu, assessora comunale alla Salute e benessere delle cittadine e dei cittadini. «L’obiettivo è quello di monitorare l’andamento del progetto, all’interno di un cronoprogramma limitato nel tempo. Dobbiamo valutare aspettative e ricadute. È nostro intendimento individuare altre fonti di finanziamento per progetti di carattere europeo, sperimentali e innovativi, inserendoli in iniziative ordinarie della nostra amministrazione. L’obiettivo è quello di promuovere l’autonomia e la parità di trattamento di persone in condizione di fragilità, sperimentando forme di cohousing con un affiancamento meno stringente. Quest’anno abbiamo investito un milione di euro, in buona parte serviti a ristrutturare questo immobile di proprietà del Comune ma anche per dotare i beneficiari di sussidi tecnologici e informatici. Stiamo monitorando tutti gli edifici dismessi per dare risposte e servizi ai cittadini, in particolare coloro che hanno delle fragilità. Con questo sistema, in una ex scuola di Cagliari, individueremo a breve la sede delle associazioni di Terzo settore».

Le esperienze vissute dai giovani del primo gruppo di cohousing
Cristina, Rossella, Francesco, Loredana, Alessandro e Matteo si sono messi in gioco, ripartendo dalle loro difficoltà. «Ci rivediamo in questa creatura mitologica perché abbiamo la possibilità di riscattarci e poterci avvicinare alle nostre autonomie», spiega Rossella Cuneo, 29 anni. «Grazie al supporto degli operatori della cooperativa sociale Agape, stiamo imparando a gestire da soli una casa. E questo ci rende più sicuri in noi stessi. Ho deciso di partecipare al progetto d’accordo con mia mamma, guardando al futuro: quando lei non ci sarà più, potrò contare soltanto su me stessa. Gestire una casa può apparire una cosa facile, banale, ma per me non lo era. Allo stesso tempo, sto seguendo un corso di formazione negli uffici di Agape per poter lavorare nel turismo come social media marketing».

Alessandro Pretta ha 27 anni e le idee molto chiare. «Mi sono concentrato da subito sui miei obiettivi», racconta. «Desidero sviluppare la mia attività professionale, sono un life coach e business coach, dunque mi occupo di tutto quello che riguarda il benessere di una persona. La fiducia in se stessi e il senso di responsabilità sono le molle che spingono tutti a migliorarsi. Ammetto che, all’inizio di questo progetto, non ero molto convinto: cercavo di capire meglio me stesso, non avevo molta fiducia nelle mie possibilità. Pur essendo cieco, nella mia vita personale sono molto indipendente, ma in quel periodo avevo bisogno di crescere ulteriormente, definire la direzione in cui andare, gestire gli impegni. Mi ha iscritto mia madre, perché voleva per me un’opportunità di vita indipendente. Poco dopo è deceduta: per me è stato un momento molto difficile, ma anche l’inizio di un percorso di consapevolezza».

«Questa è una bella iniziativa, ma credo che la durata dovrebbe essere allungata di almeno altri sei mesi», dice Loredana Zedda, 29 anni. «Così potremmo avere la possibilità di trovare una casa e un lavoro con maggiore serenità e consapevolezza. È un suggerimento che abbiamo dato tutti noi, probabilmente ne terranno conto e magari ne beneficerà chi verrà dopo di noi. Sto seguendo un corso di podcasting: penso e spero di poterlo mettere in pratica, utilizzando la mia esperienza nell’ambito musicale. A volte la vita ci limita, ma questo percorso mi sta aiutando a far emergere tutte le mie potenzialità».

«Prima di partire con questa esperienza, mi facevo vincere dalle paure. E non riuscivo a superare gli ostacoli che incontravo nella mia vita», dichiara Maria Cristina Serri, 51 anni. «Ora riesco a muovermi con maggiore facilità, nonostante la mia tetraparesi spastica dalla nascita. Non mi vergogno a parlarne. Anzi, visti i risultati che sto ottenendo in questo cammino, ne vado orgogliosa. Ora cerco di dare continuità al lavoro in ufficio, la volontà non mi manca».

Francesco Rodriguez ha 32 anni, si dice «felicissimo di questa esperienza perché mi sta regalando una notevole autonomia rispetto alla famiglia. Ho maggiore fiducia in me stesso, sentivo da tempo la necessità di spiccare il volo. La sistemazione è di mio gradimento, non so ancora che cosa farò a maggio, alla fine del percorso: di sicuro tornerò dai miei genitori, ma cercherò altri progetti di autonomia per acquisire maggiore consapevolezza. Ho bisogno di altro tempo, prima di andare a vivere per conto mio. Dallo scorso agosto sto lavorando in un ristorante di Cagliari, mi trovo bene e spero che mi confermino il contratto».

«La fiducia nelle risorse del singolo alimenta il successo del progetto»
«Agape ha scelto di aderire a questo progetto innovativo, rispettoso e di grande inclusione sociale di ragazze e ragazzi con fragilità di diverso tipo», commenta Annalisa Mascia, presidente della cooperativa sociale che si è aggiudicata l’appalto in virtù della sua vasta esperienza sul campo. «I risultati si sono visti da subito, per la cura posta con gli utenti e le loro famiglie, anche grazie al lavoro con la rete sociosanitaria pubblica e del profit territoriale, che entra nel merito della compartecipazione al progetto con la quota fundraising. I ragazzi, a prescindere dalla tipologia di fragilità, rispondono immediatamente a un contesto sano e di fiducia sulle loro risorse residue: più ci fidiamo di loro e più loro le mettono in campo. Questo ci in segna che predisporre progetti utili e misurati sui bisogni del singolo, con risposte efficaci in tempo reale, consente di ottenere subito risultati di riabilitazione. Poi, naturalmente, bisogna mantenerli, ma su questo fronte ci sono tanti progetti di qualità che tengono conto dei percorsi personalizzati. La fiducia nelle risorse del singolo alimenta il successo del progetto, che però dev’essere monitorato con la programmazione rapida di azioni successive».

Un modello replicabile in altre zone della città?
Gli immobili inutilizzati a Cagliari sono tantissimi: sia gli appartamenti sfitti, sia i locali di proprietà del Comune. Ci sono i margini per far decollare altri progetti personalizzati di vita indipendente, sempre con la piena collaborazione della parte pubblica con le realtà più strutturate del Terzo settore.
Una volta scelto il primo blocco di partecipanti (dodici persone suddivise in due gruppi di sei), sono stati avviati i diversi filoni dell’azione: un percorso di progettazione personalizzata basata su esigenze e obiettivi condivisi con l’equipe di professionisti a supporto; un periodo di esperienza in co-housing alla Casa Fenice; un percorso formativo in ambito digitale; un tirocinio coerente con la formazione frequentata. In alcuni casi, è stata anche fornita la dotazione tecnologica utile alla vita quotidiana, alla formazione e al lavoro.

La casa che ospita l’iniziativa è stata interamente ristrutturata, e dotata di ascensore (la struttura si sviluppa su tre livelli: al primo piano la cucina e un soggiorno comuni, nei piani superiori le stanze da letto e i bagni). È stata così predisposta un’abitazione intelligente con funzionalità domotiche, adatta anche allo smart working, dotata di connessione in rete e attrezzata per consentire programmi di telemedicina e teleassistenza da implementare con specifici accordi con le strutture sociosanitarie. I progetti personalizzati sono stati integrati e resi omogenei nell’ottica di gestione di un’abitazione in convivenza, ottimizzando i diversi percorsi e gli apporti degli operatori. Il progetto prevede, sul fronte dell’impiego nel lavoro, interventi di supporto alle imprese che vogliano partecipare al progetto, con l’individuazione di aree di attività che possano essere esercitate in smart working, raccordandosi anche con il locale Centro per l’impiego.
Credits: foto del’autore del servizio
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