L’altro Natale
Vite sospese, volti riconosciuti: il Natale dietro le sbarre
Celebrare il Natale in carcere ci ricorda che nessuna vita è definitivamente perduta. Finché saremo capaci di riconoscere un nome, una storia, un volto, anche le vite sospese potranno tornare a camminare. E con esse, forse, anche un po’ della nostra umanità
C’è stata, in questa settimana, una giornata sospesa nel tempo.
Una di quelle giornate che non si attraversano in fretta, perché chiedono di essere abitate, ascoltate, portate con sé.
Da qualche tempo sto lavorando su progetti dedicati al recupero del rapporto tra genitori detenuti e figli. In questo contesto ho partecipato alla celebrazione eucaristica del Santo Natale all’interno di una casa circondariale. Un Natale celebrato dietro le sbarre, in uno spazio in cui il tempo sembra fermarsi e la vita restare in attesa.
Durante la celebrazione ho incrociato lo sguardo di un “diversamente libero”, come lo ha definito il Garante dei Detenuti. Quel volto mi era familiare. Al termine della Messa si è avvicinato e mi ha chiesto: «Sei Andrea?».
Era uno dei ragazzi che, nel lontano 1998, viveva in una casa famiglia, quando svolgevo il servizio di obiettore di coscienza. Mi ha raccontato la sua storia. Dopo la morte improvvisa dei genitori, a 14 anni si è ritrovato a fare da capofamiglia. Per garantire una vita ai fratelli più piccoli ha iniziato a spacciare. Una scelta che lo ha condotto dove si trova oggi: una vita sospesa, un fine pena fissato al 2029 e altri due processi ancora da concludere.
Parliamo spesso di sfida educativa, di prevenzione, di responsabilità. Ma poi ci scopriamo incapaci di accogliere il grido silenzioso di chi chiede aiuto. E, soprattutto, lasciamo soli coloro che, nel loro silenzio rumoroso, avrebbero avuto bisogno di una presenza, di uno sguardo che riconosce, di una mano tesa nel momento decisivo
La sua storia non è solo una vicenda individuale. È una sconfitta collettiva. Parliamo spesso di sfida educativa, di prevenzione, di responsabilità. Ma poi ci scopriamo incapaci di accogliere il grido silenzioso di chi chiede aiuto. E, soprattutto, lasciamo soli coloro che, nel loro silenzio rumoroso, avrebbero avuto bisogno di una presenza, di uno sguardo che riconosce, di una mano tesa nel momento decisivo.
Eppure, anche dentro queste vite sospese, la speranza non è spenta. La speranza nasce ogni volta che qualcuno si ferma, riconosce un volto, ricuce una memoria, restituisce dignità a una storia che sembrava riducibile solo al fallimento. Nasce quando smettiamo di giudicare e iniziamo ad assumerci una responsabilità condivisa.
È dentro questo orizzonte che si colloca S.Av.E.L.ove – CuriAMO la Relazione, un progetto sociale attivo soprattutto in Campania, nelle province di Salerno e Avellino, che lavora per sostenere e rafforzare i legami affettivi tra genitori detenuti e figli minori. L’iniziativa nasce dalla consapevolezza che la detenzione non può e non deve trasformarsi in una condanna affettiva per i bambini, spesso vittime invisibili di una pena che non hanno scelto.
La speranza nasce ogni volta che qualcuno si ferma, riconosce un volto, ricuce una memoria, restituisce dignità a una storia che sembrava riducibile solo al fallimento. Nasce quando smettiamo di giudicare e iniziamo ad assumerci una responsabilità condivisa
Attraverso la creazione di spazi gioco, laboratori e attività educative all’interno degli istituti penitenziari, S.Av.E.L.ove promuove la continuità affettiva tra genitori e figli, cura le relazioni familiari e offre un supporto emotivo ed educativo mirato ai minori. Si tratta di interventi pensati per contrastare la povertà educativa e le fragilità relazionali, riconoscendo che il benessere emotivo dei bambini passa anche dalla possibilità di mantenere un legame sano e accompagnato con il proprio genitore detenuto.
Il progetto è promosso dalla Fondazione della Comunità Salernitana e dall’Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno ed è stato selezionato dall’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Attorno a esso si è costruita una rete di 17 partner territoriali, a testimonianza di un lavoro condiviso che coinvolge istituzioni, Terzo settore e comunità locali. Progettando S.Av.E.L.ove abbiamo voluto che non diventasse semplicemente un insieme di attività, ma una scelta culturale e civile: affermare che la tutela dei diritti affettivi dei minori e il sostegno alla genitorialità fragile sono parte integrante di una giustizia che non rinuncia all’umanità.
Per questo, celebrare il Natale in carcere ci ricorda che nessuna vita è definitivamente perduta. Finché saremo capaci di riconoscere un nome, una storia, un volto, anche le vite sospese potranno tornare a camminare. E con esse, forse, anche un po’ della nostra umanità.
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