Disarmo

Vittime civili delle guerre, nel 2024 quasi 60mila. Il 69% in più rispetto al 2023 

Nella Giornata nazionale, l’associazione vittime civili - Anvcg presenta il nuovo rapporto “L’onda lunga della guerra”, con numeri e analisi. Quando le armi esplosive vengono usate in aree popolate, 9 vittime su 10 sono civili. Il numero più alto a Gaza e in Libano, dove si concentrano oltre la metà delle vittime. Segue l’Ucraina. 951 strutture sanitarie attaccate nel mondo in un solo anno

di Chiara Ludovisi

Il 2024 segna un triste, drammatico record: mai si era registrato nel mondo un numero così alto di vittime civili delle guerre. Secondo Action on Armed Violence, 59.524 civili sono stati  uccisi o feriti, con un aumento del 69% rispetto all’anno precedente. Il 55% del totale (33.910) sono rimaste vittime delle operazioni  militari israeliane a Gaza e in Libano, quasi il 20% in Ucraina

Sono solo alcuni dei dati contenuti nel nuovo rapporto dell’Associazione nazionale vittime civili delle guerre, “L’onda lunga della guerra”, realizzato da Sara Gorelli e reso pubblico in occasione della Giornata nazionale dedicata proprio alle vittime civili (1 febbraio). 

Al numero dei morti e dei feriti, si aggiunge quello, altissimo, di chi riporta traumi psicologici: come si legge nel rapporto, oltre il 20% delle  persone in contesti post-conflitto presenta un disturbo mentale, tra cui depressione, ansia e sintomi da stress post-traumatico. 

L’impatto sul sistema sanitario e sulle abitazioni

Oltre all’impatto fisico e psicologico sulle persone, c’è l’impatto su servizi essenziali, come quello sanitario: tra il 1 gennaio 2024 e il 28 febbraio 2025 l’Oms ha registrato 376 attacchi sulle strutture sanitarie nella Striscia di Gaza, con centinaia di morti e feriti tra personale sanitario. 

Secondo il recente rapporto di Insecurity Insight, nel 2024 sono state attaccate in tutto il mondo 951 strutture sanitarie e uccisi 679 operatori sanitari tra medici, infermieri e paramedici. «Questi attacchi riducono la  capacità di risposta di un territorio sotto attacco, aumentano la mortalità evitabile  e il rischio che i feriti sviluppino complicanze», si legge nel Rapporto. 

E poi ci sono gli sfollati, anche loro vittime civili delle guerre. «La crisi palestinese ha comportato quasi 1 milione di sfollati interni nella sola Striscia di Gaza e 3,6 milioni in Ucraina», riferisce il rapporto. Con conseguenze pesantissime.

«La perdita dell’abitazione ha impatti concatenati: perdita di reddito, interruzione  della scolarità, aumento della vulnerabilità, sfruttamento (traffico di minori) e  abusi sessuali su donne e bambini, in particolare e peggioramento della salute  mentale. In molti casi i campi o i rifugi temporanei diventano luogo di esposizione  a nuovi rischi, anche derivanti da residuati esplosivi e infrastrutture danneggiate», si legge ancora.

«Questi numeri mostrano che non siamo di fronte a eventi accidentali o imprevedibili», osserva Giuseppe Schiavello, presidente dell’Osservatorio. «L’uso di armi esplosive in contesti urbani produce un pattern of harm chiaro e documentato: morti, feriti gravi, distruzione delle infrastrutture e collasso dei servizi essenziali. È una sofferenza che si estende ben oltre l’attacco militare».

Principio di distinzione e attacchi indiscriminati

L’associazione ricorda quindi i principi cardine dell’Onu rispetto alla protezione dei civili durante le guerre: in particolare, il «principio di distinzione è il cardine del diritto dei conflitti armati: le parti in  conflitto devono distinguere costantemente tra civili e combattenti, tra beni di  carattere civile e obiettivi militari, e dirigere le operazioni soltanto contro questi  ultimi (art. 3 cosiddetto ‘comune’ di tutte le Convenzioni di Ginevra; art. 48 del  Protocollo I del 1977)».

Questo principio sembra gravemente calpestato negli scenari bellici attuali: «Un  deposito di munizioni collocato in un edificio industriale situato accanto a un  ospedale, o una postazione di mortai piazzata sul tetto di una scuola, creano  situazioni in cui l’azione militare rischia inevitabilmente di colpire civili e  infrastrutture protette», si legge nel rapporto.

Anche il divieto di attacchi indiscriminati (art. 51.e 52 del Protocollo I alle Convenzioni  di Ginevra) è frequentemente violato, attraverso l’impiego di «armi esplosive con un’estesa area d’impatto, basso livello di accuratezza o basate  su un sistema di attivazione multiplo».

Così come critico è il rispetto del principio di proporzionalità, il quale «richiede di  considerare non solo il danno immediato, ma anche gli effetti a catena sui  servizi essenziali. Ad esempio, un attacco che distrugge un generatore elettrico  può non sembrare “eccessivo” rispetto all’obiettivo militare immediato, ma se  l’impianto alimenta un ospedale pediatrico, la prevedibile perdita di vite civili può  rendere sproporzionato l’attacco».

Il rapporto passa quindi in rassegna tutte le principali normative e gli obblighi che dovrebbero tutelare le popolazioni civili durante le guerre, evidenziandone l’inadeguata e carente applicazione.

La dichiarazione internazionale sulle armi esplosive nelle aree popolate

Un segnale positivo è arrivato con la “Dichiarazione politica internazionale sulle armi esplosive nelle aree popolate”, adottata nel 2022 e oggi sottoscritta da 90 Stati. Pur non essendo giuridicamente vincolante, la Dichiarazione impegna i governi a limitare o evitare l’uso di armi esplosive in contesti urbani, a raccogliere dati sui danni ai civili, ad assistere le vittime e a investire nella ricostruzione.

Anche in questo caso, però, la sua applicazione è insoddisfacente. «La conferenza in Costa Rica si preannunciava come un passaggio delicato  per l’allargamento della base di adesione della Dichiarazione e per la revisione  dello stato di implementazione», si legge nel rapporto. «A conti fatti, in tre anni, la base si è allargata  di dieci adesioni, mentre lo stato generale d’implementazione sembra risentire  dell’assenza di leadership e di chiare indicazioni sui passi da seguire».

Di qui la raccomandazione finale contenuta nel documento e rilanciata dall’associazione in occasione della ricorrenza: «Il vero nodo da sciogliere è la prevenzione del danno, che,  sempre più mortificata dagli eventi attuali, deve essere ricollocata al centro della riflessione politica, come priorità strategica dell’azione della comunità  internazionale. Solo così sarà possibile promuovere una nuova centralità della prevenzione e  della protezione dei civili di fronte ai rischi delle armi esplosive nelle aree popolate».

In un momento storico in cui i principi del diritto internazionale umanitario, che hanno favorito la convivenza pacifica tra i popoli dopo la Seconda guerra mondiale, appaiono fragili quanto mai prima d’ora, sono i civili a pagare il prezzo più alto, perdendo ogni protezione.

«La messa in crisi del sistema multilaterale, che per decenni ha assicurato la pace all’interno della comunità internazionale, sta provocando la perdita di ogni protezione per i civili che restano esposti alla brutalità della guerra”, dichiara Michele Vigne. «Siamo convinti che per invertire questa tendenza sia necessario partire dalle nostre comunità, dove è possibile riconoscere l’altro come persona. Per questo crediamo fortemente che la partecipazione dei Comuni alla Giornata Nazionale non sia un semplice gesto simbolico ma una dichiarazione di impegno a costruire la pace ogni giorno», conclude Vigne.

I comuni si illuminano di blu

Grazie al protocollo di intesa siglato tra l’Anvcg e l’Anci nel 2022, infatti, nella serata del 1° febbraio centinaia di Comuni italiani aderiranno alla Giornata illuminando di blu i Municipi ed esponendo lo striscione “Stop alle bombe sui civili”.

Anche numerose Regioni hanno confermato la loro adesione, a testimonianza che la pace si costruisce a partire dalle comunità locali.

A Roma si tingeranno di blu anche i palazzi delle principali istituzioni nazionali come Palazzo Chigi, la Camera dei Deputati, il Senato della Repubblica e i principali Ministeri.

Di fronte all’intensificarsi delle violenze in numerosi contesti bellici, l’Anvcg e l’Anci intendono così ribadire con forza l’assoluta necessità di proteggere i civili.

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