Lavoro sociale

Voglio fare l’insegnante: la Gen Z riscopre la passione per la scuola

Senso, impatto, relazioni: guidati dalla ricerca di questi tre elementi, i giovani della GenZ stanno sorprendentemente scegliendo di entrare in classe. Il trend si è conquistato un articolo sul Guardian. E in Italia? Anche qui si iniziano a vedere i segnali di cambiamento, spiega Alessia Gilardo, responsabile recruitment e comunicazione di Teach For Italy

di Sara De Carli

Primo giorno di scuola al liceo Copernico di Bologna

Fare l’insegnante fino a poco tempo fa non era un’opzione che i giovani laureati contemplavano. Stipendi bassi, precarietà, burocrazia, scarso riconoscimento sociale: per anni la scuola è stata l’ultima scelta, non la prima. Ma ora qualcosa sta cambiando. A raccontarlo è un recente articolo del Guardian, che registra un aumento sorprendente di giovani della Generazione Z che scelgono di entrare in classe. Cosa li spinge? Non certo lo stipendio, ma il desiderio di generare impatto. Negli Stati Uniti, ad esempio, Teach For America ha registrato un aumento di quasi il 43% delle candidature negli ultimi tre anni.

E da noi? Anche in Italia si iniziano a vedere dei segnali di un cambiamento. Certo, si dirà che la scuola ormai è così sguarnita di docenti che in tante aree basta avere una laurea e rispondere ad un interpello per entrare in classe il giorno dopo. Ma è anche vero che mai come oggi i giovani, il lavoro, hanno la possibilità di sceglierselo. È sulle motivazioni che bisogna puntare il faro: «Anche noi stiamo osservando un crescente interesse verso la professione di insegnante, sia da parte neolaureati sia da parte di giovani che, dopo un’esperienza di 3 o 4 anni in azienda, decidono di cambiare carriera», racconta Alessia Gilardo, responsabile recruitment e comunicazione di Teach For Italy. Due i segnali: l’aumento delle candidature per le fellowship dell’organizzazione e il dialogo con le università italiane, «che sempre più spesso ci parlano di un cambiamento nelle aspirazioni dei neolaureati».

Alessia Gilardo, responsabile recruitment e comunicazione di Teach For Italy

Chi è Teach For Italy

«Per ogni studente e studentessa, le stesse opportunità», è il claim che campeggia sulla home page di Teach For Italy. «Chi siamo? Alleati della scuola, per aiutarla a tornare ad essere leva di giustizia sociale»: così Antonio Piscopo, direttore generale di Teach For Italy, sintetizzava i primi cinque anni di impegno dell’organizzazione, che è arrivata in Italia nel 2020.

All’appello rivolto ai giovani di dedicare due anni all’insegnamento, mettendo al servizio della scuola pubblica le competenze, l’entusiasmo e soprattutto la voglia di cambiare il mondo e di lottare contro le ingiustizie e le diseguaglianze, nel 2021/2022 in Italia risposero in 450. Da allora è stato un crescendo, fino ad arrivare a 1.835 candidature per l’anno scolastico 2025/26. La finestra per entrare nella fellowship 2026/27 è ancora aperta (qui il link), ma i profili arrivati sono già più di 600.

«Non parlerei di uno tsunami», afferma Gilardo, «ma di un trend che sta nascendo. Ci auguriamo che questa ondata di interesse porti nella scuola persone appassionate, con il forte desiderio di mettersi in gioco e di impegnarsi per la crescita dei ragazzi. Sarebbe una bellissima notizia per l’educazione e per le nuove generazioni».

Non parlerei di uno tsunami, ma di un trend che sta nascendo. Ci auguriamo che questa ondata di interesse porti nella scuola persone appassionate, con il forte desiderio di mettersi in gioco e di impegnarsi per la crescita dei ragazzi

Alessia Gilardo

«Le università, attraverso i loro uffici di job placement, raccontano che il desiderio dei ragazzi si sta trasformando, anche per i giovani che provengono da percorsi Stem: prima l’ambizione prevalente riguardava una carriera in azienda e dell’insegnamento tendenzialmente i ragazzi pensavano “mai e poi mai”, non lo consideravano nemmeno come un piano b. Oggi invece c’è molta più attenzione a capire il luogo in cui andranno, quali sono i valori etici del luogo di lavoro, qual è la possibilità di avere un impatto reale».

Sono questi i fattori che stanno portano i giovani, forse, a rivalutare l’insegnamento. «Riceviamo molte candidature alla fellowship anche da parte di persone che stanno già lavorando e che desiderano un cambio di carriera verso un’attività che possa offrire maggiore gratificazione», spiega. «È vero che oggi siamo più conosciuti e sicuramente i nostri numeri crescono anche per quello, ma nei colloqui approfondiamo molto il perché della candidatura e quello che ci colpisce in effetti è il cambiamento nelle motivazioni», osserva Gilardo.

Cosa cerca la GenZ?

Cosa cerca la GenZ? «Soprattutto tre cose: il tema del senso del proprio lavoro, la possibilità di vedere l’impatto del proprio impegno sulla società, che è gratificante e una forte dimensione relazionale». Molti giovani portano la propria esperienza personale: «Quasi tutti ricordano che c’è stato un insegnante speciale nella loro vita, qualcuno che ha lasciato un segno. L’idea di poter essere quella persona per altri è molto potente». E cosa li frena? «Spaventa moltissimo l’idea di mettersi dentro quel meccanismo delle graduatorie, dei punteggi, dei crediti che viene percepito come molto burocratico e poco comprensibile».

L’insegnamento è senza dubbio un lavoro quotidiano di relazione e l’impatto della tua azione – dice Gilardo – «si vede in tempi relativamente brevi: nel giro di mesi, di un anno scolastico, attraverso i piccoli passi quotidiani. Ma c’è anche un impatto a lungo termine, legato all’idea di contribuire alla formazione dei ragazzi per il loro futuro». Poi è chiaro che nell’insegnamento c’è una forte componente di frustrazione, a cui Teach For Italy fa fronte con una formazione e una supervisione continua. La frustrazione, il carico burocratico, le complessità del sistema scolastico restano elementi critici: «Ma se l’insegnamento è visto solo come un ripiego, anche la frustrazione arriva prima e la voglia di affrontare le sfide diminuisce», avverte Gilardo. «Questo ha conseguenze sia sui docenti sia sugli studenti».

Talenti sprecati per la scuola

Per questa ragione Teach For Italy lavora molto sul piano culturale: «Cerchiamo di cambiare la narrazione sull’insegnamento, raccontando le storie positive dei nostri fellow. Il racconto pubblico della scuola, invece, solitamente è dominato dalle notizie negative. Non è un caso, per esempio, che tanti giovani che scelgono la scuola dopo un passaggio in azienda dicono che l’insegnamento in realtà anche da neolaureati lo sentivano nelle proprie corde, ma che non lo avevano considerato come opzione perché la famiglia e gli amici hanno detto loro che “erano talenti sprecati” per la scuola. Questa è la narrazione che dovrebbe cambiare».

In questo momento Teach For Italy è presente nelle scuole pubbliche italiane con 105 Fellow, in 17 Regioni e 42 province, in più di 80 scuole. Per quanto riguarda gli Alumni, coloro che hanno concluso il percorso formativo con Teach For Italy, il 72% è ancora nella scuola come insegnante, il 15% è impegnato nel Terzo settore in ambito educativo, l’8% nel mondo delle start up o dell’imprenditoria sociale e il 5% nella Pubblica amministrazione e nella ricerca. «Molti docenti ricoprono funzioni strumentali, attivano progetti, portano innovazione. Abbiamo anche la prima fellow diventata dirigente scolastica e uno che ha lanciato un progetto pilota sull’orientamento scolastico», conclude Gilardo. Un segnale che l’impatto non si esaurisce in aula, ma può generare cambiamento sistemico.

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In apertura, primo giorno di scuola al liceo Copernico di Bologna, foto di Michele Nucci / LaPresse

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