VITA

Paolo e Seneca, amici degli schiavi

3 Agosto Ago 2001 0200 03 agosto 2001

Gli schiavi nell'antichità: Marta Sordi, insegnante di storia antica, racconta la vicenda affascinante di uomini troppo a lungo negati

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Gli schiavi nell'antichità: Marta Sordi, insegnante di storia antica, racconta la vicenda affascinante di uomini troppo a lungo negati

Quanti, infatti, in Cristo siete stati battezzati, avete rivestito Cristo: "e non c’è più né Giudeo né Greco, né schiavo né libero, né uomo né donna."(Gal. 3, 27). Queste parole di San Paolo, rivolte ai cristiani della Galazia, sono la cifra del messaggio "rivoluzionario" con cui la Chiesa si presentò di fronte al mondo pagano, affermando la dignità di ogni essere umano nell’appartenenza a Cristo al di là di ogni divisione etnica e sociale. La schiavitù era un’istituzione diffusa nel mondo antico, ma sarebbe un errore considerarla un fenomeno semplice e omogeneo; dagli schiavi nelle miniere, ai pedagoghi domestici, ai gladiatori del Circo, la schiavitù assume forme diverse, più o meno drammatiche e degradanti, così che è difficile definire in modo univoco cosa fosse uno schiavo. I Greci e Romani, pur considerandola un dato di fatto dell’esperienza umana, si erano interrogati sulla natura della schiavitù, dando risposte diverse. Per cercare di capire meglio la reale portata storica della posizione di Paolo e del Cristianesimo più in generale, abbiamo interrogato Marta Sordi, a lungo ordinaria di Storia Greca e Romana presso l’Università Cattolica di Milano e tra i massimi esperti della storia del cristianesimo nell’antichità. Vita: Si tende ad avere spesso un’immagine un po’ stereotipata della schiavitù nel mondo antico, composta di ricordi di scuola e di immagini cinematografiche; ma cosa è esattamente uno schiavo nella civiltà greca e romana? Marta Sordi: Gli antichi conoscevano fondamentalmente due tipi di schiavitù, quella etnica e quella mercantile. La prima era quella che subivano gli iloti spartani, discendenti delle antiche popolazioni del Peloponneso assoggettate dai Dori e che potremmo accostare alla “servitù della gleba” medioevale. La seconda, più comune, è quella che vigeva ad Atene e nelle altre poleis greche e assumeva forme diversissime. Molti storiografi marxisti hanno sostenuto che questa seconda forma era molto più grave, perché inserita in un sistema capitalistico di sfruttamento, al contrario della schiavitù etnica; in realtà gli schiavi ateniesi erano trattati meglio degli iloti spartani e, diversamente da quelli, non macchinavano continue rivolte. Uno scrittore oligarchico, addirittura, si lamenta che ad Atene non può percuotere, come a Sparta, uno schiavo incontrato per strada, perché corre il rischio di colpire un libero cittadino e subirne le conseguenze. Vita: Com’è la situazione a Roma? Marta Sordi: A Roma la schiavitù è presente fin dalle origini, ma si diffonde soprattutto con le guerre transmarine del II secolo a. C. e con la conquista dell’Oriente. Da questo momento comincia a porsi il problema delle rivolte, prima in Sicilia, poi, nel 73 a. C., addirittura, con Spartaco, la Guerra Servile. Durante l’impero la situazione degli schiavi migliora, anche dal punto di vista giuridico, e diventa possibile per lo schiavo maltrattato ricorrere a un magistrato. Vita: Che differenze ci sono nel pensiero greco e romano sulla schiavitù? Marta Sordi: Mentre in Grecia molti grandi filosofi, come Platone e Aristotele, si pongono addirittura il problema se lo schiavo abbia la stessa natura di altri uomini e giustificano la schiavitù con l’inferiorità di natura, i Romani non si posero mai questo problema e ritennero sempre, codificandolo poi nel diritto, che la schiavitù fosse un fatto di diritto positivo e non naturale. A questa diversa concezione corrispondeva la prassi: a Roma lo schiavo liberato diventava già in età arcaica un cittadino, mentre nelle città greche lo schiavo liberato resta un meteco, cioè uno straniero residente. Il comportamento dei Romani nei riguardi degli schiavi era nel complesso così diverso da quello dei Greci che Filippo V di Macedonia riconosceva nella possibilità degli schiavi liberati di diventare cittadini o magistrati, il fondamento della forza di Roma. Cicerone nelle Filippiche ci informa anche di un’antica consuetudine secondo cui dopo sei anni lo schiavo “buono e temperante” veniva liberato. Si tratta stranamente di una norma che troviamo anche nel Deuteronomio. Vita: Lo Stoicismo romano, con Seneca, arriva ad affermare che gli schiavi sono in qualche modo “conservi” dei loro padroni, e raccomanda la misericordia e l’umanità nei loro confronti. Allora, in che modo il Cristianesimo costituisce una novità nei confronti della schiavitù nella civiltà antica? Marta Sordi: Innanzitutto bisogna dire che San Paolo, e anche il resto del Nuovo Testamento, non contestano la schiavitù dal punto di vista giuridico; la considerano un dato di fatto. Ciò su cui il Cristianesimo insiste è l’uguaglianza dello schiavo e del libero di fronte a Dio. In numerose lettere sia Pietro che Paolo raccomandano agli schiavi l’obbedienza, non predicano la rivolta. Ai padroni, invece, raccomandano umanità e responsabilità nei confronti di questi “fratelli”. Da questo punto di vista è illuminante la lettera di San Paolo a Filemone. Paolo accoglie presso di sé Onesimo, schiavo fuggito di Filemone, membro importante della Chiesa di Colosso. Egli decide di rimandarlo al padrone, conformandosi al diritto romano e non a quello ebraico, ma raccomandando nello stesso tempo a Filemone di accogliere Onesimo non più come uno schiavo ma come fratello nel Signore. Vita: Insomma, in questo Paolo non sembra molto diverso dallo stoico romano Seneca. Dove sta la differenza? Marta Sordi: Seneca ragiona su un piano più laico e, per di più, la visione da cui parte è più pessimista: liberi e schiavi sono uguali perché sono tutti sotto il dominio della Fortuna. Per Paolo invece c’è una nuova dignità, che è di ogni uomo, e che nasce dal fatto religioso; tutti sono servi di Cristo. Vita: Nella Chiesa antica ci sono forme organizzative che si preoccupano degli schiavi? Marta Sordi: Nel periodo della clandestinità, quando la Chiesa non ha la proprietà dei luoghi di riunione e di culto, ma si mette al riparo della proprietà privata, le grandi famiglie romane convertite assicurano la sepoltura dei loro servi e liberti. È il caso della famiglia dei Sergi Paoli, discendenti del proconsole di Cipro convertito da Paolo, di quella degli Acilii Glabriones, discendenti del console del 91 d.C. ucciso per cristianesimo da Domiziano, e di quella dei Flavi Clementes, discendenti dei Flavi cristiani messi a morte dallo stesso Domiziano. Di Sergia Paolina, proprietaria di terreni e di fabbriche di mattoni, abbiamo la testimonianza di un collegium a scopo funerario, con ogni probabilità cristiano, che si occupava della sepoltura di schiavi e liberti della famiglia. La “rivoluzione” del cristianesimo antico e della Chiesa avviene dunque, a partire dalle intuizioni cui già le menti migliori del paganesimo si erano avvicinate e senza scontri frontali. È un cambiamento che non si presenta con proclami di rivolgimento dell’ordine sociale, ma che affronta il problema della disuguaglianza utilizzando i mezzi che il sistema giuridico romano già offriva. Sarà, quindi, attraverso un cammino di secoli che la nuova religione arriverà a permeare in profondità le strutture dell’Impero e della società antica e a cambiarne la mentalità, fondando in modo completamente nuovo la dignità del singolo, libero o schiavo. Chi è Marta Sordi Nata nel 1925, Marta Sordi ha insegnato storia greca e storia romana presso le università di Messina, Bologna e Cattolica di Milano. Si è occupata di numerosi argomenti di storia antica (la lega tessala, la tirannide siracusana, i rapporti tra Roma e gli Etruschi, la storia arcaica di Roma) ed è nota per i suoi studi sulle origini del Cristianesimo. Su questo tema ha pubblicato i volumi Il cristianesimo e Roma, Bologna 1965, I cristiani e l’impero romano, Milano 1984 Seneca: «Siamo tutti della stessa semenza» Sono lieto di apprendere da coloro che vengono a trovarti che tu vivi familiarmente con i tuoi schiavi, un comportamento degno di una persona saggia ed educata come te. «Sono solo degli schiavi». No, sono uomini. «Sono solo degli schiavi». No, dei compagni. «Sono solo degli schiavi». Ma umili amici. «Sono solo degli schiavi». Degli schiavi come noi, se si pensa che la fortuna estende il suo potere nello stesso modo su di noi e su di loro. […] Pensa a questo, che questo essere che tu chiami schiavo viene dalla tua stessa semenza, gode dello stesso cielo, respira la stessa aria, vive e muore come te. Lo puoi vedere libero come lui potrebbe vederti schiavo. Quando ci fu il disastro di Varo, molti personaggi di altissimo rango, che contavano sulla loro carriera militare per entrare nel Senato, sono stati umiliati dalla Fortuna: di uno ha fatto un pastore, di un altro il custode di una capanna. Disprezza dunque un uomo, la cui condizione può diventare la tua, mentre lo disprezzi. […] Io riassumo così la mia lezione: vivi con il tuo inferiore come vorresti che il tuo superiore vivesse con te. Tutte le volte che penserai a quanto ti è lecito fare nei confronti del tuo servo, pensa che il tuo padrone ha altrettanti diritti su di te. «Ma io», dici tu, «non ho padrone». Tu sei ancora in una bella età: forse ne avrai in futuro. Non sai a che età Ecuba e Creso, e Diogene hanno visto iniziare la loro schiavitù? (da Lettere a Lucillo, V47) San Paolo ai Colossesi «Padroni, date il giusto» Voi servi, siate docili in tutto con i vostri padroni terreni; non servendo solo quando vi vedono, come si fa per piacere agli uomini, ma con il cuore semplice e nel timore del Signore. […] Voi padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto e equo, sapendo che anche voi avete un padrone nei cieli. A Filemone: «Schiavo e fratello» Per questo, pur avendo in Cristo piena libertà di comandarti ciò che devi fare, preferisco pregarti in nome della carità, così qual io sono, Paolo, vecchio, e ora anche prigioniero per Cristo Gesù; ti prego dunque per il mio figlio, che ho generato in catene, Onesimo, quello che un giorno ti fu inutile, ma ora è utile a te e a me. Te l’ho rimandato, lui, il mio cuore. […] Forse per questo è stato separato da te per un momento perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo in primo luogo a me, ma quanto più a te, sia come uomo, sia come fratello nel Signore.