VITA

+Dai, -Versi. Barbetta (Onlus): "Buon segnale ma servirà a poco"

16 Marzo Mar 2005 0100 16 marzo 2005

Il componente dell'Authority per le Onlus critica la Più Dai, Meno Versi. Ma anche le ong che criticano la Protezione civile, peraltro. Cui prodest?

  • ...
  • ...

Il componente dell'Authority per le Onlus critica la Più Dai, Meno Versi. Ma anche le ong che criticano la Protezione civile, peraltro. Cui prodest?

Riportiamo brani dell'intervista che il sito Internet e agenzia di stampa Redattore sociale, edito dalla comunità di Capodarco, hanno fatto al professor Barbetta, membro dell'Agenzia delle Onlus. Non gli piace, a Barbetta, la Più Dai, meno Versi (se è per questo anche le ong che criticano la Protezione civile...). Parere legittimo e autorevole, s'intende. Si vede che migliaia di associazioni, cittadini, parlamentari, studiosi ed esperti hanno preso un grosso abbaglio. Solo, ci permettiamo di chiedere: professore, cui prodest? IL PROVVEDIMENTO del governo sulla deducibilità delle donazioni alle onlus e alle associazioni di promozione sociale ?è un segnale positivo?. Così lo giudica Gian Paolo Barbetta, docente all?Università Cattolica di Milano, componente dell?Authority sulle onlus e fra i maggiori esperti in Italia sulle connessioni tra terzo settore ed economia. L?intervista che Barbetta concede a Redattore Sociale parte proprio dall?articolo inserito venerdì scorso nel decreto sulla competitività, che porta al 10% del reddito imponibile (per un massimo di 70 mila euro all?anno) la soglia della deducibilità delle donazioni effettuate da persone singole o giuridiche. Professor Barbetta, partiamo dal significato politico di questa norma. Il fatto positivo è che dopo una lunga latitanza, sul III settore torna un po? di interesse da parte dei governi. E anche con un approccio un po? meno peggio di quanto è avvenuto in passato, nel senso che la nuova norma include un numero piuttosto ampio di organizzazioni potenzialmente beneficiarie. Quale potrebbe essere la portata del nuovo regime fiscale? Non mi farei per ora troppe illusioni. L?incentivo fiscale è solo uno strumento - e nemmeno il più rilevante - per far aumentare il volume delle donazioni. Va sempre ricordato che gli incentivi esistenti finora non sono stati mai utilizzati appieno, se non dai cittadini e dalle imprese più sensibili. Insomma, oggi è difficile ottenere una donazione di 2 euro, figurarsi di 70 mila? Paradossalmente, un provvedimento utile come questo potrebbe invece rendere più acuti alcuni problemi ?di contesto? che caratterizzano il settore. E? noto che uno dei principali ostacoli alla crescita delle donazioni è la scarsa fiducia dell?opinione pubblica nei confronti del terzo settore: parlo di lacune nella trasparenza, nella scarsa capacità di controllare la vera destinazione dei fondi, l?efficacia dei progetti ecc. Su alcuni di questi problemi quali si può intervenire con delle leggi, mentre per altri servirebbe un?accelerazione culturale. Può fare un esempio per ciascuno dei due casi? Come Agenzia delle Onlus stiamo per concludere una ricerca nazionale sulla ?Anagrafi?, cioè sui modi in cui in Italia sono registrati i vari tipi di associazioni ai diversi albi previsti (registri del volontariato, delle associazioni di promozione sociale, enti ausiliari ecc., ndr). Ne viene fuori un quadro devastante: fortissime differenze tra regione e regione, non solo a livello normativo, ma anche di prassi! E i controlli spesso sono inesistenti. L?intervento legislativo qui sarebbe dunque indispensabile, ma quale? Le proposte possono essere più o meno rivoluzionarie?. Fare una Charity Commission unica, come in Inghilterra, con funzioni promozionali più che sanzionatorie? Forse sarebbe un passo troppo lungo, ma un?altra soluzione potrebbe essere l?Agenzia delle onlus che si assume il coordinamento di questa partita. Potrebbe farlo? L?Agenzia è frutto di un disegno molto ambizioso, ma ormai si sono accorti tutti che è priva di poteri? Potrebbe farlo, sì, ma con un effettivo aumento delle sua capacità. Va anche detto che in questo campo il primo passo da fare è una riforma robusta del Libro primo del Codice civile, che è del 1942, perché siano affermati con chiarezza alcuni principi, come la non lucrosità delle organizzazioni, che oggi sono spesso aggirati con deroghe e aggiunte estemporanee. Veniamo ai problemi culturali. Il dato di fondo è che in Italia si dona poco. E? perché siamo più poveri? Forse, in parte. E? perché da noi è molto forte la presenza della Chiesa, che storicamente ?drena? le donazioni e che è molto riconoscibile in quello che fa? E? vero anche questo. Ebbene, c?è da capire se il resto del non profit è in grado di fare ciò che ha fatto la Chiesa. Spesso la gente non dona perché non è convinta delle cause, della destinazione dei soldi. Ciò è anche conseguenza di come è oggi il nostro terzo settore: molte organizzazioni piccole e piccolissime e poche grandi, ma che spesso assomigliano più a un parastato. Forse è conseguenza anche di come il terzo settore non è? Sicuramente. Per esempio da noi sono quasi del tutto assenti gli intermediari delle donazioni, cioè quelle agenzie che raccolgono i fondi e scelgono per i cittadini le cause da sostenere. Negli Usa esistono le Fondazioni comunitarie, qui c?è un esempio ancora fragile di strutture simili in Lombardia, promosso dalla Cariplo. Ve ne sono una decina, ma stentano a farsi riconoscere, in un contesto in cui è difficile persino farsi riconoscere come onlus. Le ong italiane (cooperazione allo sviluppo) hanno cominciato un percorso culturale per porsi come soggetto unitario a cui destinare ?naturalmente? le donazioni private, soprattutto in occasione di grandi calamità. Secondo lei è matura questa coscienza? La scelta delle ong, se è vera, è da salutare con grande favore. La rappresentanza unitaria è necessaria: nel loro caso, credo che il 70% degli italiani non le conosca o le accosti ai missionari, mentre il restante 30% le identifica più per i loro legami politici o per le loro divisioni. Ma in generale questa coscienza è ancora molto ridotta e il terzo settore continua ad essere incapace di darsi organismi di rappresentanza idonei, per ora sacrificati ad altre logiche. Sempre a proposito di ong, lei avrà seguito la polemica con la Protezione civile sulla gestione delle donazioni private raccolte con gli sms per le vittime del maremoto in Asia. Che ne pensa? Indubbiamente sull?emergenza la Protezione civile è più adeguata. Ma le ong hanno un ruolo molto diverso, tutto centrato sullo sviluppo. Il loro sforzo avrebbe dovuto essere quello di far capire che l?intervento in quei luoghi non finisce tra un mese, ma è molto più lungo e che il loro contributo diventava indispensabile in questa chiave: lo sviluppo sociale ed economico lo fanno soggetti sociali ed economici privati, non organismi pubblici. Non ha senso che le ong si mettano in competizione con la Protezione civile. Invece ho avuto la sensazione che le ong si siano un po? impuntate, abbiano vissuto l?intervento della Protezione civile come una lesa maestà, senza attuare quest?opera di convincimento. L?esito della vicenda parla da solo? I critici della defiscalizzazione spinta delle donazioni dicono però che proprio il pubblico dovrebbe mantenersi la capacità di ?coprire? le cause più difficili, quelle su cui magari il terzo settore non si spenderebbe perché non attirano fondi privati. Ribadisco che, in generale, una maggiore capacità di raccolta significa maggiore indipendenza. Ma questa capacità deve procedere di pari passo con quella di convincere l?opinione pubblica. Ciò vuol dire che le associazioni devono saper spiegare bene i problemi, fare progetti sensati e convincenti, e su questi attrarre il sostegno della gente. (st)