VITA

Un buon caffè ad Haiti

26 Luglio Lug 2005 0200 26 luglio 2005

Viaggio tra i coltivatori abbandonati a se stessi dalla globalizzazione

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Viaggio tra i coltivatori abbandonati a se stessi dalla globalizzazione

A Port de Paix, piccola città nel nord dell?isola, 500 famiglie vivono coltivando caffè. Ma da due anni il loro prodotto resta invenduto perché sono fuori dalle grandi rotte commerciali. E non hanno trovato nessuno in grado difendere le loro ragioni. Non hanno l?etichetta di?biologico? perché non possono permettersi di investire in una certificazione. Ma non hanno mai visto un additivo chimico, che è fuori dalla loro portata. Un famoso coltivatore italiano, invitato dal vescovo locale ha deciso che bisogna fare qualcosa per loro. Ecco il diario del suo viaggio. E la sua proposta ai grandi, da Illy a Segafredo. L?impatto con il caldo torrido ripieno di umidità è forte, dopo quattro voli per giungere fin qui a pagare un debito di amicizia. E il creditore di questo debito ci attende nella sala d?aspetto dell?aeroporto, vestito di bianco con una croce di metallo sul vestito, alto e secco con quel suo sorriso mite: è Pierre Antoine Paulo, Oblato di Maria Immacolata, studi di teologia a Roma alla fine degli anni 60, ora vescovo di Port de Paix, la regione del Nord-Ovest di Haiti, davanti all?isola della Tortuga. Sbrigate le formalità di ingresso, partiamo per la sede degli Oblati nella capitale, dove passeremo la notte. Durante il tragitto Pierre ci informa della estrema precarietà della situazione politica, con l?ex presidente Aristide rifugiato in Sud Africa da dove però invia risorse e armi con le quali la delinquenza comune e i suoi alleati possono creare disordini. Ogni tanto incontriamo blindati Onu che presidiano la città. A cena ci sediamo a tavola con i padri oblati confratelli di Pierre, due americani, un haitiano, un francese. E' il primo incontro con la pastasciutta haitiana, le banane, servite in tutti i modi, cotte, fritte, crude, in succo. Nella notte un ventilatore rumoroso cerca inutilmente di fare il suo mestiere. Alle otto del mattino siamo già nell?aeroportino dei voli interni, dove cerchiamo di ottenere un terzo posto dalla Tortuga Air che ogni giorno effettua tre voli per venti persone ciascuno per Port de Paix, collegata con il resto di Haiti solo con questo mezzo. Port de Paix LA STANZA DEL VESCOVO A destinazione ci attende una pista di terra battuta, larga poco più delle ali dell?aereo, con case e baracche addossate ai bordi. Nel viottolo che ci separa dalla via principale si passa solo a piedi e una jeep della diocesi ci attende per condurci alla meta. Durante il viaggio, immagini di una città caotica dove ognuno ha costruito dove voleva e con i materiali di cui disponeva, con gli scarichi delle case direttamente nei canali che separano di un paio di metri le case dalla via principale. L?immondizia è abbandonata lungo la via ma non impedisce ai numerosi abitanti di esporre le modeste mercanzie di cui dispongono. Port de Paix è una città di 15mila abitanti: i quattro quinti si muovono a piedi, gli altri con i taptap o con gli asini che il comico italiano Beppe Grillo consiglia per tutte le metropoli occidentali in quanto, nel traffico caotico delle città, sono più veloci delle Ferrari. Dopo venti minuti la jeep varca il cancello della diocesi: diversi fabbricati in muratura, per gli alloggi dei sacerdoti, delle suore, delle attività pastorali e della Caritas. L?appartamento che ci viene assegnato è quello del vescovo titolare: due stanzine comunicanti, pavimento in cemento, rifiniture inesistenti, una tazza, un lavandino che perde acqua e una doccia che non funziona. L?arredamento più importante è la zanzariera sopra i letti che la sera occorre sistemare bene. La Croix Saint-Joseph QUEI CHICCHI INVENDUTI Ecco l?incontro ufficiale tra produttori di caffè con noi e la Caritas in cui spieghiamo le motivazioni della nostra presenza. Tra le varie possibilità - alfabetizzazione, sanità, abitazioni - che un?esperienza come quella della cooperativa Alce Nero aveva esaminato per dare una mano ad un popolo che ne ha bisogno, abbiamo scelto quella a noi più congeniale: il commercio equo e solidale già praticato in centinaia di progetti da Ctm, Claro, Rapunzel e decine di altri soggetti sparsi per l?Europa. Cioè abbiamo scelto di aiutarli a produrre caffè e cacao e a trovare per quelle produzioni uno sbocco ad un prezzo equo, senza intermediazioni, che consenta una sicurezza e un minimo di programmazione economica. Oggi visitiamo una delle due aree di maggior coltivazione di caffè e cacao, la Croix Saint-Joseph dove arriviamo percorrendo una strada di sette chilometri costruita dieci anni fa e che già denuncia l?assenza di cantonieri che ne curino la manutenzione. La Croix era un fortino francese e ne conserva ancora le mura: oggi è una parrocchia di 5mila abitanti fondata da un sacerdote francese morto nell?82 e che sulla sua tomba ha murato i cannoni come monito esplicito a non farne più uso. La strada, percorribile soltanto da un fuoristrada di ottima costituzione, è piena di gente che va e che viene; molte donne camminano con fagotti in equilibrio sulla testa, senza tenerli con le mani. «Oggi è giovedì, giorno di mercato», dice l?autista, père Lucien Calanry detto Percal. Quando arriviamo nell?area del mercato sembra che i 5mila abitanti si siano dati appuntamento tutti qui. Il fuoristrada avanza a passo d?uomo perché su ogni lato i venditori hanno sistemato le proprie mercanzie per terra o su teli: banane, fagioli, carotine, vestiti, granchi, oggetti di plastica, e anche giovani che girano con cassette di medicinali assortiti che hanno l?aria di essere state fabbricate qualche anno prima. C?è pure il banco del macellaio, che farebbe rabbrividire i nostri funzionari delle Asl. Il gruppo degli agricoltori che abbiamo incontrato il giorno prima in diocesi ci attende per farci visitare le piantagioni. Ci guida Aleus Cadet, presidente dell?associazione locale dei produttori. Ci sono anche Elicoeur Beaubrun, Claudius Vixamar, Fleurimé Orvely, Lordeus Bermann, Petit-Fleur Lafontant. Mi trovo per la prima volta davanti a una pianta di caffè e la mia meraviglia non è poca nel constatare che non si tratta di piantagioni monocultura, ma un sottobosco di manghi, banani, cespugli di cacao, noci di cocco. Un agricoltore ci fa il dono di un grappolo di noci di cocco, con due colpi di machete ce le apre, un succo dolce, gradevole, lavorato e custodito dalla natura senza contenitori di plastica o alluminio. Visitiamo anche il centro di raccolta e stoccaggio del caffè con le piattaforme in cui viene decorticato, lavato, steso per asciugare al sole e posto in sacchi. Glielo ha costruito l?ambasciata del Giappone, ma è già ora di restaurarlo: servono 5mila dollari che gli agricoltori non hanno perché già da due anni hanno il caffè in sacchi invenduto per i prezzi bassi. Dialogo sui prezzi UN CHILO, 100 GOURDE Nella sala riunioni della diocesi oggi ci sono una trentina di produttori, anche alcune donne. Il dibattito si concentra sull?argomento principale, il prezzo del caffè che i produttori riterrebbero equo. In alcuni interventi si sono sentite proposte surreali di cinque-sei dollari al chilo, ma alla fine ci si è trovati d?accordo che per tre dollari al chilo lo avrebbero venduto volentieri. Alquanto problematico giungere al peso-prezzo europeo perché qui l?unità di misura è la libbra e la moneta il gourde. Un chilo equivale a 2,2 libbre e un dollaro a 35 gourde. Per pulire le infestanti delle piante di caffè (almeno tre volte a stagione) o per la raccolta, un operaio prende 125 gourde al giorno più il vitto: come anticipare queste spese se non c?è certezza di venderlo? Io in francese e Samuele in inglese, con l?aiuto dell?agronomo locale Eugene Wilmarck abbiamo spiegato la nostra proposta operativa. Al rientro in Italia avremmo cercato di vendere il primo container di caffè, la qualità e il sapore sono straordinari, (le varietà più diffuse sono Robusta e Arabica) poi due, tre e via, cercando di piazzare tutta la produzione con cui vivono circa 500 famiglie, prestando assistenza per lo stoccaggio e la brillatura. Abbiamo cercato di porre il discorso in un rapporto di lavoro alla pari, non di assistenza: «Voi fate bene il vostro lavoro, dateci un prodotto senza difetti e senza impurità e noi vi faremo pagare alla consegna sulla nave di Port de Paix». Alla fine della riunione, gli anziani scettici sui risultati futuri (ne avranno sentite tante da secoli) ma nel volto dei giovani un sorriso di speranza. Il paradosso BIOLOGICI SENZA ETICHETTA Quando siamo partiti dall?Italia non avevamo alcun dubbio che il progetto che avremmo promosso in Haiti avrebbe dovuto essere anche biologico, ma ora avendo preso coscienza della realtà locale, di una estrema povertà, ci rendiamo conto di come avesse ragione Benachenou nell?accostare al biologico un antico proverbio francese: «l?elogio del vizio alla virtù». In un?area del mondo come ce ne sono tantissime, purtroppo, dove si guadagna un dollaro al giorno, dove non ci sono risorse nemmeno per comprare le sementi, figuriamoci se c?erano soldi per i concimi chimici e diserbanti, che senso ha di parlare di ?biologico?? I diecimila dollari necessari alla certificazione qui avrebbero ben altre utilizzazioni, per esempio alcuni decorticatori, silos per lo stoccaggio, insacchettatrici, centri di raccolta e di lavaggio. È per questo che nella cooperativa Alce Nero apriremo un grande dibattito sul biologico non solo per il progetto di Haiti. Il viaggio è stato la conferma che il progetto equo e solidale sul caffè era la scelta più appropriata. Cercheremo di portare avanti il nostro ruolo cominciando a proporre in Italia il vostro caffè, cari amici di Port au Paix. Al rientro in Italia alcune notizie buone in proposito: la cooperativa Terra e Cielo presenta il suo caffè importato dal Nicaragua con un progetto portato avanti con il Nobel Rigoberta Menchù e due grandi marche italiane pubblicizzano sui giornali i loro rapporti diretti con i produttori locali, Illy con il Brasile, l?India e l?Etiopia, Segafredo con Brasile, Costarica, Perù. Qualcuna delle grandi marche sceglierà questo caffè prodotto fuori dalle rotte della globalizzazione e da cui dipende la vita dignitosa di 500 famiglie? Ci contiamo, per saldare questo antico debito di amicizia e di giustizia. Il caffè e le oscillazioni dei prezzi Un chicco da cui dipendono interi paesi Le stime dicono che nel mondo 125 milioni di persone dipendono dal caffè per la loro sussistenza. Quando negli anni passati si sono avuti dei drastici ribassamenti del prezzo della materia prima, le economie di molti paesi hanno sfiorato il collasso. Com?è scritto nel report che il presidente dell?Ico - International coffee organisation, ha preparato per i partecipanti all?ultimo G8, «nel 2004 Paesi come il Burundi, l?Etiopia e il Rwanda dipendevano per il 50% del loro export dal caffè. La caduta dei prezzi tra 2000 e 2004, che è stata parzialmente corretta negli ultimi mesi, è stata all'origine di drammatici problemi economici». L?Ico, che raduna 74 Paesi tra esportatori e importatori, per iniziativa del suo presidente, Nestor Osorio, ha cercato di avviare politiche di sostenibilità per favorire i Paesi produttori. Nel 2003 aveva lanciato l?allarme dicendo che i prezzi del mercato non garantivano neppure più i costi della produzione: dobbiamo ricordare che sul ricavato di ogni tazzina di caffè ai coltivatori arriva solo un 2%, come documentato dalla stessa Oic. Tra l?altro, come sottolineano gli esperti, anche la conversione verso altre culture presenta problemi non indifferenti: la piantagione del caffè dà i suoi primi frutti dopo 3 o 4 anni ma ha una lunghissima durata. Quindi è difficile per un coltivatore rinunciare a un patrimonio senza avere alternative affidabili. Se non quello della coltivazione della droga, com?è accaduto in questi ultimi anni in Colombia, dove la caduta del prezzo del caffè ha fatto da volano a questa conversione. Negli ultimi 15 anni la liberalizzazione dei mercati ha spinto i Paesi verso le monoculture, per cui da alcuni prodotti base come caffè o cacao dipende la sussistenza di intere economie: infatti, i prodotti di prima necessità sono fuori mercato, perché arrivano a prezzi più bassi da Cina o da Paesi ricchi, dove sono sostenuti dai sussidi. Nell?ultimo anno il prezzo del caffè ha avuto un netto rialzo facendo tirare un sospiro di sollievo a milioni di coltivatori. Ma le oscillazioni dettate dai mercati tengono comunque tutti con il fiato sospeso: solo tra maggio e luglio di quest?anno il prezzo dell?arabica ha subito un tracollo del 22%, conseguenza dei movimenti finanziari di grandi fondi d?investimento che puntano sulle materie prime. Info: www.ico.org