VITA

Talebani, perché trattare

19 Marzo Mar 2007 0100 19 marzo 2007

La soluzione militare sembra ormai impossibile. Se non si escogitano percorsi nuovi c’è il rischio di finire impantanati. Quindi trattare è una via obbligata. Ma non c’è una sola via...

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La soluzione militare sembra ormai impossibile. Se non si escogitano percorsi nuovi c’è il rischio di finire impantanati. Quindi trattare è una via obbligata. Ma non c’è una sola via...

Daniele Mastrogiacomo è a casa. Complimenti ad Emergency e a quanti si sono adoperati per la trattativa e per la liberazione. Rimane ora con forza l?interrogativo: trattare con i talebani anche per costruire la pace?

La questione non è semplice e lo dimostrano le differenti reazioni espresse da analisti intelligenti e degni di stima. Si tratta comunque di una questione da approfondire legandola sia al contesto afgano che al nuovo e incerto contesto internazionale e distinguendo tra trattativa e partecipazione ad una conferenza internazionale come quella proposta dall?Italia: il dibattito le sovrappone spesso, mentre esiste una radicale differenza che non va confusa.

La questione afgana è a un punto critico. La soluzione militare appare ormai impossibile; la ricostruzione e il ben-essere della popolazione rimangono un auspicio che stenta a concretizzarsi; il consenso e le attese degli afgani sono stati traditi; la coltivazione dell?oppio e i proventi del narcotraffico sono al massimo livello e contribuiscono al rafforzamento dell?illegalità e della guerra.

Il contesto internazionale non è meno preoccupante. La legittimazione dell?operazione di peace keeping e di sostegno alle istituzioni afgane si è trasformata in progressiva legittimazione di ?fatti compiuti? e, in definitiva, della guerra; le visioni dei Paesi occidentali si stanno divaricando; il pensiero di una possibile sconfitta mette in crisi le scelte e le ambizioni della Nato; cresce al contempo il contrasto tra le visioni delle politiche governative e quelle delle società civili nei Paesi occidentali. D?altro canto, il sistema delle relazioni internazionali ed in particolare quello multilaterale, con le sue regole e le sue liturgie identiche e immutabili da oltre cinquant?anni, sente anch?esso l?esigenza di individuare nuove strade per riuscire a governare la complessità globale. Diventa impellente escogitare nuovi e diversificati percorsi e nuove forme di gestione dei conflitti, senza avere paura di uscire da schemi spesso inefficaci.

Che occorra ormai trattare con i talebani può forse non piacere, data la loro ferocia, ma è ormai un?esigenza imposta dalla realtà della situazione afgana. Lo si sta già facendo a livello di territorio, ma non basta. Meglio trattare ora che farlo dopo essere stati sconfitti. La sconfitta non è certa, si dirà; ma non è certo nemmeno il contrario. Il punto centrale è ?come trattare?: e su questo punto non possono essere fatti errori.

Le vie sono molteplici. Tra la trattativa territoriale e l?auspicata conferenza internazionale vi è un?ampia gamma di modalità. La conferenza dovrebbe rappresentare l?ultima fase e il coinvolgimento in essa dei talebani potrebbe avvenire solo se fosse il governo afgano, quale legittima istituzione, a convocarli; altrimenti ne risulterebbe delegittimato. Ma anche un simile coinvolgimento dovrà essere il risultato di una trattativa avviata direttamente o tramite Paesi intermediari ed in particolare quelli più vicini.

Quindi trattativa, trattativa, trattativa. In fondo, è il risveglio della politica, la rinnovata presa di coscienza del primato di quell?azione di ascolto, di comprensione e di mediazione che è stata purtroppo sottovalutata, in Afghanistan come in altri contesti di crisi, per dare spazio solo all?azione ?taumaturgica? quanto non risolutiva delle armi.

In questo contesto, le ong si stanno preparando a rafforzare la loro presenza in Afghanistan. Quello dell?aiuto, della risposta ai bisogni della gente e della ricostruzione è l?approccio più convincente: esso stabilisce legami, fiducia, credibilità. Proprio ciò che è mancato nella strategia internazionale.