VITA

Professionisti a metà o dilettanti perfetti?

27 Aprile Apr 2007 0200 27 aprile 2007

Le polemiche apparse sui quotidiani negli ultimi giorni e i continui disegni di riforma delle norme civilistiche sugli enti non profit sembrano indirizzarsi verso...

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Le polemiche apparse sui quotidiani negli ultimi giorni e i continui disegni di riforma delle norme civilistiche sugli enti non profit sembrano indirizzarsi verso...

Le polemiche apparse sui quotidiani negli ultimi giorni e i continui disegni di riforma delle norme civilistiche sugli enti non profit sembrano indirizzarsi verso un?idea di terzo settore poco professionalizzata (non si possono avere strutture troppo organizzate, pagare stipendi normali, non si può essere una vera e propria impresa). Ma le ultime figure giuridiche introdotte nel comparto non erano indirizzate in senso prettamente contrario, vedi legge sull?impresa sociale?

Luigi M.

Le polemiche giornalistiche cui si riferisce il lettore (si veda Il sole 24 ore del 23 aprile 2007, pag. 2) erano incentrate su specifici studi statistici in virtù dei quali sembra che gran parte delle associazioni iscritte negli albi regionali del volontariato siano ?fuori regola? per diversi aspetti, primo fra tutti perché spesso i volontari vengono rimborsati delle proprie spese in maniera forfettaria e non sulla base del cosiddetto piè di lista.

Tralasciando la specificità della polemica, sono d?accordo sul fatto che l?intero comparto del terzo settore da un lato richiede alte professionalità e massima efficienza organizzativa (a volte anche più di quella necessaria per gestire una vera e propria società commerciale), dall?altro rimane confinato nella buona volontà dei singoli (il volontariato in senso a-tecnico) e quindi nella poca rilevanza professionale e nella piccola ambizione di chi opera solo nel tempo libero. In più, visto che si hanno agevolazioni fiscali, tutti ci chiedono di rimanere fuori del mondo degli affari («non occupatevi di attività commerciali!»).

Personalmente, ritengo che la grande carenza che il nostro non profit sconta sia dovuta alla palese latitanza, sia a livello civilistico che a livello tributario, di un vero concetto giuridico di non profit. Voglio dire che nell?ordinamento giuridico italiano non esiste una definizione che faccia da contenitore al concetto, e questo origina, forse, una grande confusione concettuale, le polemiche giornalistiche e, per certi versi, anche alcuni fuorvianti progetti di riforma. Da un punto di vista economico, l?ente non profit dovrebbe potersi definire come quell?ente che ha come unica caratteristica definitoria l?assoluta impossibilità di distribuire utili, dovendo gli stessi essere continuamente reinvestiti nelle attività istituzionali.

Nel Codice civile non esiste un concetto di tal misura, così come un simile concetto non è rilevante, almeno nei tratti qualificatori, da un punto di vista tributario.

Questo comporta, a mio modesto avviso, la generale incomprensione del fatto che l?ente non profit potrebbe benissimo qualificarsi una struttura in grado di produrre utili (a patto ovviamente che non li distribuisca) e che opera in settori commerciali (il tipico esempio potrebbe individuarsi nelle cooperative). Solitamente, poi, si compie un passo avanti chiedendo a queste stesse strutture non profit di adoperarsi per scopi nobili (assistenza sociale, assistenza socio-sanitaria, beneficenza, e simili) che attribuiscono una caratteristica sociale alla loro iniziativa (su questa linea, volontariato, promozione sociale, onlus e da ultimo impresa sociale).

Pretendere che questi soggetti non superino i limiti della professionalizzazione e della efficienza ?aziendale?, che non varchino il confine delle attività ?non commerciali? e che allo stesso tempo affrontino in modo adeguato una sempre maggiore severità normativa (in primis, quella fiscale) sembra, a mio modesto avviso, un controsenso che non credo durerà all?infinito.

Antonio Cuonzo
Studio Camozzi Bonissoni
Varrenti & Associati