VITA

Quel flagello di nome plastica

8 Febbraio Feb 2008 0100 08 febbraio 2008

L'editoriale di Ecomondo/ Rifiuti: cosa c'è (e cosa manca) dietro l'emergenza

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L'editoriale di Ecomondo/ Rifiuti: cosa c'è (e cosa manca) dietro l'emergenza

di Fulco Pratesi Presidente onorario WWF Italia Da ragazzo, quando vivevo in campagna, di rifiuti non si parlava proprio. Quella che oggi chiamiamo elegantemente «frazione organica», cioè bucce di patata, torsoli di broccolo, scorze di cocomero, baccelli di fave, piselli o fagioli, resti di carciofo, eccetera, finiva nel truogolo del maiale. Pane secco, ossa, scorze di formaggio eccetera, diventavano la zuppa per i cani. Lische di pesce, budelli, ossa di pollo: cibo per gatti (i quali di scatolette e croccantini non avevano mai sentito parlare). Le briciole tolte dalla tovaglia finivano sulla concimaia per la gioia dei polli, assieme alle piume, ai ritagli di stoffa e di pelle, alle bucce di limone, ai fondi di caffè che, decomponendosi, formavano un ottimo concime (quello che oggi si chiama, elegantemente, «fertilizzante» o «compost»). Con le cotenne di maiale e il grasso irrancidito si faceva, bollendoli con soda caustica e pece greca, il sapone. I primi shampoo, in polvere, si vendevano in bustine di carta. Il pane, la pasta, il tonno, la carne, le acciughe, il sale, lo zucchero si compravano involti in carta gialla (o carta da zucchero) con aggiunta di carta oleata per le derrate più unte. La carta veniva usata per accendere il fuoco, i barattoli di latta accoglievano le piantine di basilico, prezzemolo, maggiorana. In città, nel secondo dopoguerra, le famiglie depositavano sui pianerottoli delle scale il secchio dell?immondezza che solerti spazzini in spolverino e berretto grigi venivano a raccogliere con grandi sacchi. Oggi, sessanta anni dopo, ognuno di noi rigurgita mezza tonnellata di rifiuti l?anno. Ma cosa è cambiato da allora grazie allo tsunami del consumismo? L?arrivo della plastica. Anche in questo caso la memoria aiuta. Nel 1970, nel mio primo viaggio in India, lungo le strade non si vedevano rifiuti. E i pochi resti, soprattutto parti di carne o carcasse di animali, ci pensavano cani e avvoltoi a farli sparire. Trent?anni dopo, le strade e le campagne indiane erano invase da nugoli di plastica, come pure quelle cinesi o africane. Se date un?occhiata, vincendo lo sconforto, alle immagini recenti delle strade di Napoli, la componente più visibile dei cumuli di rifiuti è la plastica; sacchetti bianchi, azzurri, turchese e neri come un orrendo tessuto connettivo, caratterizzano i fetidi coacervi. E date un?occhiata all?interno degli involucri: ancora plastica di grandi flaconi per detersivi, bottiglie di minerale e di latte. Si calcola che dal 30 al 40% dei rifiuti sia costituito di plastica, la stessa dei sacchetti che, con compulsiva frenesia, i clienti dei supermercati arraffano e scaricano nei bauli delle auto. E che poi ritrovano in mare o ammirano in orride pavesate lungo i fiumi. Per cui, un primo passo per ridurre il volume dei rifiuti ed eliminare il pericolo della diossina dovrebbe essere quello di vietare la plastica degli shopper, dei contenitori di detersivi, delle bottiglie ecc. Il secondo passo, secondo gli esperti, è la raccolta differenziata. In quasi tutte le case di Roma c?è ancora il vecchio «secchio dell?immondizia». Anche se molte famiglie, saggiamente, raccolgono a parte il vetro e la carta, in questo contenitore finisce di tutto. Oltre, naturalmente, ai rifiuti organici, i cartoni di latte e di succhi (il tetrapak), i flaconi di detersivi, le scatole della pasta, del riso, dei cereali, del sale, dello zucchero, i barattoli dei pelati e della salsa di pomodoro, le bustine del tè e i fondi del caffè. A Roma, ogni famiglia dovrebbe avere due contenitori: uno per la carta e l?altro per vetro, plastica e barattoli di latta e alluminio. Per quanto riguarda l?umido, attendo fiducioso che il Comune mi recapiti a casa gli appositi contenitori o mi indichi dove acquistarli e poi dove conferire il materiale in questa maniera collazionato. E mi garantisca che non finisca tutto in un?unica discarica o, peggio, inceneritore. Chiedo troppo?