VITA

Gli americani hanno perso due milioni di case

14 Marzo Mar 2008 0100 14 marzo 2008

conti in rosso Un elemento dirompente sulla campagna americana

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conti in rosso Un elemento dirompente sulla campagna americana

La crisi economica statunitense, cominciata con il rallentamento del mercato immobiliare, è la storia di come il sogno americano possa finire in polvere. È la storia, riportata dal Wall Street Journal, di Raymond Dixon, un 36enne del Michigan, installatore di sistemi di sicurezza, con moglie e sei figli. È anche la storia di Joe e Mary, raccontata al sito web californiano Doctor Housing Bubble. Giovane coppia di Los Angeles, lui è un consulente finanziario, lei un'agente immobiliare. Assieme guadagnano 130mila dollari l'anno. Anche Casey Serin, che fino all'estate scorsa ha tenuto un blog sulle proprie disavventure (iamfacingforeclosure.com), condivide lo stesso destino. Nel 2005, appena ventiquattrenne, aveva creduto di poter diventare milionario grazie alla speculazione immobiliare. È anche la storia del gigante Fanny Mae, l'istituzione creata dal governo nel 1938 e oggi interamente finanziata con capitali privati, che ha lo scopo di garantire la disponibilità di credito alle famiglie americane che vogliono acquistare casa.

Una malefica euforia
Tutto è cominciato con il nuovo Millennio, quando il mercato immobiliare iniziò un'ascesa apparentemente inarrestabile. Kathleen Madigan di Business Week scriveva nell'aprile 2005: «Pochi investimenti sono stati, negli ultimi anni, altrettanto lucrativi come l'acquisto di una casa». Dal 2001, i favorevoli tassi d'interesse sui mutui spinsero la gente a comprare. La domanda fece crescere i prezzi a livelli che non si vedevano dagli anni 80 e generò un aumento della ricchezza del 10% l'anno. Secondo l'US Census Bureau, dal 1994 al 2004 il tasso di famiglie americane proprietarie di casa era salito dal 64 al 69%.
Sotto l'euforia, però, la crisi aveva già messo radici. Nicholas Von Hoffman scriveva su The Nation nel marzo 2007. «Per ottenere un prestito da una banca bastava provare d'essere in vita. Non ti puoi permettere di versare un anticipo sull'acquisto? Non ti preoccupare. Hai una storia creditizia abominevole? Non ci guarda nessuno. Non hai un soldo in banca? Non facciamo domande imbarazzanti. Diamo solo via prestiti».
Tutti speravano di approfittare del rialzo dei prezzi grazie al sistema dei mutui subprime, prestiti che richiedono pochissime garanzie da parte del debitore e che però offrono condizioni pessime e tassi d'interessi da usura.
Raymond Dixon prese in prestito 180mila dollari nel 2004 e comprò una casa a Detroit. Nello stesso anno Joe e Mary, nonostante avessero già un debito di decine di migliaia di dollari accumulato con le carte di credito, firmarono un mutuo subprime e acquistarono una casa per 675mila dollari. E Casey, che per cominciare la propria scalata al sogno americano aveva comperato otto proprietà nel 2005, si rivolse esclusivamente a prestiti subprime.

Termini da usura
Nessuno si preoccupava visto che i prezzi delle case continuavano a crescere. Gli speculatori confidavano di poter rivendere i propri investimenti per somme astronomiche. Gli impiegati, senza una lira di risparmio, contavano sui propri stipendi a sei cifre. E i lavoratori dai redditi medio-bassi? Da un lato, le banche non sempre chiarivano i termini da usura dei mutui concessi. Dall'altro, i clienti meglio informati erano sicuri di riuscire a rifinanziare i propri debiti prima che gli interessi sul mutuo salissero a livelli eccessivi.
Nemmeno le istituzioni finanziare si preoccupavano delle insolvenze. Grazie a strumenti raffinati, come ad esempio le obbligazioni collateralizzate di debito, il debito contratto dall'individuo era rivenduto dalla banca ad altre istituzioni finanziare e da queste ad altre ancora. Il debito passava di mano in mano, diviso in parcelle, rivalutato, e alla fine non si sapeva più chi era responsabile per l'ammontare di denaro originario.
Infine, il mercato immobiliare cominciò a rallentare. L'architettura finanziaria, che aveva tenuto insieme il sistema, ha ceduto. Le case hanno perso di valore e le famiglie americane non sono più state in grado di ottenere il rifinanziamento dei mutui. I debitori, costretti ad affrontare gli interessi da usura dei prestiti subprime, hanno smesso di pagare le rate e hanno dovuto riconsegnare le proprie abitazioni alle banche. Le istituzioni finanziare mondiali, travolte dalle insolvenze, hanno ammesso perdite di miliardi di dollari, dichiarato bancarotta, chiesto l'intervento dei governi.

E il dollaro va giù
Raymond Dixon di Detroit ha smesso di pagare le rate del mutuo nel 2006 quando i tassi d'interesse le hanno portate da 1.142 a 1.500 dollari al mese. Nella primavera del 2007 la famiglia Dixon attendeva dalla banca la notifica d'espulsione. Gli interessi sul mutuo di Joe e Mary passarono nel 2006 dal 2,75% al 6,25% e la coppia si trovò rate di 4.962 dollari al mese dai 2.249 dollari iniziali. Nel frattempo Joe era stato licenziato, perché la società di cui era dipendente era in perdita. La banca si è ripresa la casa l'anno passato, dopo sei mesi di rate non pagate. Casey Serin, da par suo, riuscì a vendere solo tre delle otto proprietà acquistate, senza nemmeno guadagnarci. Le altre cinque sono tornate alle banche, e lui ha accumulato oltre 2 milioni di dollari in debiti. Fanny Mae, l'istituzione che ha garantito tanti di questi mutui, ha ufficializzato perdite per 3,6 miliardi di dollari nell'ultimo quadrimestre del 2007, contro i 604 milioni di dollari di profitto dichiarati per lo stesso periodo l'anno precedente.
Nel 2007 circa 1 milione e 300mila proprietà immobiliari sono tornate nelle mani delle banche, il 79% in più rispetto al 2006. Il ministro del Tesoro americano Henry Paulson ha ammesso che questo numero potrebbe raggiungere i 2 milioni nel 2008.
Gli effetti della crisi immobiliare si sentono già negli altri settori dell'economia, con la diminuzione dei consumi e il rischio di stagnazione. La Federal Reserve è intervenuta tagliando ripetutamente i principali tassi d'interesse (federal funds rate e discount rate) per iniettare liquidità sui mercati. Il 13 febbraio, Bush ha firmato un pacchetto per 152 miliardi di dollari, ma per ora non si è reso disponibile ad approvare altre misure nonostante le pressioni del Congresso. Intanto il dollaro è sceso sino al suo nuovo minimo storico, scambiato per 0,66 euro venerdì 29 febbraio contro gli 0,77 di 12 mesi prima.