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meno trapianti in italiae cresce il no alla donazione Flessione del 3% nel 2007. Per le associazioni è colpa degli ospedali. Ma ancheammettono le proprie "colpe": «Potevamo sensibilizzare di più» di Daniela Verlicchi

28 Marzo Mar 2008 0100 28 marzo 2008

controtendenze Dopo anni di crescita, lo stallo

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controtendenze Dopo anni di crescita, lo stallo

Minimo, ma il calo c'è. E qualcosa significa. Secondo i dati del ministero della Salute (diffusi il 13 marzo) nell'ultimo anno ci sono stati in Italia il 3,3% di trapianti in meno. Erano 3.190 nel 2006, sono scesi a 3.021 l'anno scorso. Una diminuzione limitata in termini assoluti ma significativa, dopo quasi 15 anni di costante aumento. Abbastanza perché le associazione che da anni si occupano di trapianti si pongano delle domande, anche perché a questo dato se ne accompagna un altro, altrettanto significativo: l'opposizione al trapianto è aumentata nel 2007 di 3 punti percentuali.
«La flessione c'è stata, ma dovremmo analizzarla nella sua prospettiva storica», spiega Anna Maria Bernasconi, medico e presidente di Aned, l'associazione che si occupa dei nefropatici e dei trapiantati. Analizziamola, dunque. L'aumento dei trapianti nel nostro Paese è costante dal 1992, quando eravamo il fanalino di coda in Europa. Nel 2005, dopo anni di campagne culturali in favore della donazione, con conseguente impennarsi dei dati sui trapianti, «siamo entrati in una fase di sostanziale stallo», spiega la Bernasconi. Il -3,3% del 2007, secondo la presidente, è spiegabile in questo contesto, come «oscillazione negativa nella stabilità». Le cause possono essere tante: «Probabilmente in molte regioni abbiamo raggiunto la capacità massima di disponibilità al trapianto», interpreta la Bernasconi. Ma se in Toscana i donatori segnalati dalle rianimazioni sono 78,6 per milione di abitanti, in Calabria sono solo 22,4: come spiegare la disparità? «Con una differente organizzazione sanitaria e cultura del trapianto degli ospedali», dice la Bernasconi.
Non sempre, in sostanza, c'è il personale e il tempo per utilizzare gli organi disponibili. La soluzione? Fare formazione dentro gli ospedali («Il trapianto degli organi dev'essere un obiettivo per ogni rianimazione»), e fuori, soprattutto tra i giovani, come sostiene Vincenzo Catalano dell'Acti - Associazione cardio-trapiantati italiani: «Negli ultimi anni c'è stato un calo di energia da parte delle istituzioni e anche di noi associazioni nella sensibilizzazione al problema». Un «potevamo fare di più» che, assieme ad altri fattori, rende comprensibile lo stallo. Che comunque mette in luce un altro dato «fisiologico», conclude la Bernasconi: «Bisogna tenere presente che i donatori giovani, fortunatamente, sono diminuiti in questi anni. La maggior parte degli organi disponibili appartiene a donatori più adulti, se non anziani». Un elemento che diminuisce la possibilità di utilizzo degli organi da trapiantare.