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Solo i grandi ammettono la tristezza

6 Marzo Mar 2009 0100 06 marzo 2009

Un protagonista del terzo settore di oggi reagisce alla lettera di don Carlo

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Un protagonista del terzo settore di oggi reagisce alla lettera di don Carlo

«Non nascondi
la tua fatica
e la tua delusione
ma non perdi
la speranza.
Già per questo
ti ringrazio»
Caro Don Carlo, ti scrivo a distanza di molto tempo. Sono passati quasi 58 anni. Ma la tua lettera è così bella e vicina, così piena dello spirito che buca ogni tempo storico, da sembrare scritta qualche giorno fa. Sei qua fra noi. Scrivevi in tempi di ricostruzione, materiale, morale e spirituale, quando i segni della guerra erano ancora visibili nelle macerie delle case e nelle ferite dei corpi degli uomini e donne di cui ti curavi. Scrivi ad una donna, scrivi della tua tristezza. Non nascondi la fatica e la delusione ma non perdi la speranza. Già per questo ti ringrazio.
I tempi che viviamo oggi non conoscono dalle nostre parti guerre evidenti eppure è tutto così faticoso, come se l'anima si fosse malata, credo che i tuoi occhi oggi saprebbero vedere tanti "mutilatini" nell'anima. Anzi Mutilatini con la M maiuscola come scrivi tu, per ricordarmi che lì sta il segreto di ogni ricostruzione umana. I poveri riportano all'essenza dell'Essere.
Di più, non ci sono solo cose da fare per gli altri, specialmente se bisognosi, c'è da crescere con loro. Ammettere la propria tristezza, portare la propria umana fragilità, anzi come tu hai fatto comunicarla in modo così intimo e sincero ad un'altra persona è il mistero di ogni vera condivisione.
Questo è possibile se si è appassionati, se nelle esperienze che si vivono ci si gioca tutti e si gioca tutto. Sino a provare come dici tu gioia ed angoscia, consolazione e sofferenza, tutti sentimenti che trasformano e danno spessore alle relazioni ed alle cose che facciamo.
Qui c'è forse il passaggio più drammatico, il più sofferto. La tua croce. L'opera divenuta istituzione tradisce il cuore dell'esperienza originaria. Questo è forse il grande dramma umano, ma proprio qui si rende evidente la profondità del tuo insegnamento. Le istituzioni (necessarie al genere umano) si strutturano attraverso la burocrazia, ma non vivono di burocrazia, per farle vivere hanno bisogno di persone che non perdano di vista l'esperienza originaria. Ma tu dici molto di più, che nessuna istituzione umana si giustifica da sé, anche per lo scopo più nobile. È necessario compromettersi personalmente , non perdere il gusto della ricerca.
E poi ti ringrazio per il grande senso di libertà che comunichi alla persona a cui scrivi. Credo sia stato straziante rinunciare a quella vicinanza, ma commuove vedere come l'amore vero lasci sempre libero l'altro. È di questa libertà che oggi avremmo tanto bisogno.