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Blitz della polizia, "spariscono" 300 disabili

10 Aprile Apr 2009 0200 10 aprile 2009

Chiuso l'Istituto Papa Giovanni XXIII

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Chiuso l'Istituto Papa Giovanni XXIII

Per giorni i genitori sono rimasti all'oscuro del trasferimento dei malati in altri centri. Le associazioni pronte al ricorso a StrasburgoC'è la vicenda giudiziaria dell'Istituto Papa Giovanni XXIII di Serra D'Aiello, che ha visto il suo epilogo il 17 marzo scorso con lo sgombero della struttura da parte delle forze dell'ordine per una brutta vicenda di malasanità. Ma c'è anche e soprattutto la vicenda umana e personale degli ospiti dell'istituto, circa trecento disabili mentali, che sono stati prelevati e "distribuiti" in diverse strutture della provincia di Cosenza. «È avvenuto tutto in tre ore all'alba, non sono stati avvisati né i parenti né gli operatori e gli amministratori di sostegno», ricorda Irene Caruso della segreteria del Forum salute mentale Calabria.
A fine marzo i rappresentati di alcune associazioni, dalla Fish all'Unasam - Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale, dall'associazione "In direzione ostinata e contraria" che riunisce gli amministratori di sostegno al Forum salute mentale, hanno deciso di intervenire. Possibile anche un'azione legale in Italia contro chi ha stabilito le modalità dello sgombero in base alla legge 67/06 per «violazione dei diritti umani delle persone disabili». Il passo successivo poi potrebbe essere il ricorso alla Corte di Strasburgo. Quello che viene denunciato è il modo e la velocità con cui è stato condotto il blitz. «Gli ospiti dell'istituto sono stati trasferiti in tutta fretta. I loro effetti personali sono ancora all'interno della struttura che adesso è sotto sequestro. Abiti, radio, fotografie, insomma la vita delle persone è rimasta a Serra d'Aiello, non hanno potuto portare con sé neppure un cambio d'abito», spiega Caruso. «Qualcuno di noi amministratori sta ricomprando i vestiti dei propri assistiti, che in queste settimane hanno fatto ricorso alla beneficenza della Caritas».
L'immagine che viene alla mente è "pacchi postali". «La nostra associazione ha scritto al dirigente dell'Asl perché venissero date indicazioni, un numero telefonico, per sapere dove le persone erano state trasferite. Abbiamo avuto notizie dopo una settimana. E ci sono parenti che hanno saputo dello sgombero solo dai notiziari televisivi». C'è anche un rammarico: «Da un realtà che si stava faticosamente ricostruendo attraverso un processo avviato di deistituzionalizzazione, che comunque andava migliorato, siamo stati catapultati in una realtà sconosciuta, cosa che destabilizza ogni essere umano in condizioni cosiddette normali, figurarsi in soggetti che presentano disabilità e sofferenze mentali», dice Pina Salvino, presidente dell'associazione "In direzione ostinata e contraria". Che chiosa: «Chi ha preparato questa operazione ha mai guardato in volto persone sofferenti? E ora chi li ritirerà dal baratro nel quale sono ricaduti?».