famiglia

È arrivata Lesi, la nostra bimba con gli occhi a mandorla

24 Aprile Apr 2009 0200 24 aprile 2009

Parlano i genitori dei primi bambini adottati in Cina

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Parlano i genitori dei primi bambini adottati in Cina

È una delle venti adozioni portate a termine. Le prime dopo l'accordo con Pechino. «Non avevamo mai sperimentato adozioni di gruppo», racconta
Graziella Teti del Ciai.
Due mamme raccontano la loro felice avventura cinese
Si scrive Lesi ma si pronuncia Lozi. Silvia lo ha scoperto in un corridoio, al ventiseiesimo piano di un palazzo di Nanchang, mille chilometri da Pechino, un istante prima che Lesi, sua figlia, le venisse consegnata dalle autorità cinesi. «Avevo il terrore di non capire bene il nome, di non rispondere al momento giusto, di non riconoscerla», confessa Silvia di Milano. «Noi l'avevamo vista solo in una foto-tessera, aveva sei mesi: adesso ha un anno!». Venti coppie in un corridoio, venti bambine dentro un ufficio, un'ora per far nascere venti nuove famiglie: tre minuti a testa. Nella Cina dei grandi numeri, le adozioni si fanno così: in gruppo.
È questo il dettaglio che più colpisce dai racconti - peraltro entusiasti, ovviamente - delle prime famiglie italiane che hanno adottato un bambino in Cina. Un obiettivo inseguito da dieci anni, reso possibile dalla firma dell'accordo bilaterale nel dicembre 2007 e suggellato ora rapidissimamente (tre mesi, per alcuni, fra l'abbinamento e la partenza) dalle prime venti adozioni concluse.
«Quella del gruppo è una modalità che noi italiani non avevamo mai sperimentato, e prima di partire ci preoccupava un po'», ammette Graziella Teti, responsabile Adozioni internazionali del Ciai, insieme ad Aibi gli unici due enti italiani autorizzati in Cina. «In realtà le coppie sono riuscite a far circolare bene le risorse. D'altronde in Cina muoversi da soli è impensabile: il "pacchetto full optional" è nuovo ma necessario». Già, perché il pacchetto (3mila dollari di donazione all'istituto più 3mila per il soggiorno) include proprio tutto: voli interni, hotel, interprete per sbrigare tutte le pratiche burocratiche, bus, guida turistica e persino il passeggino.
«L'incontro con nostra figlia me lo immaginavo più intimo, meno asettico», dice anche Giovanna, mamma di Venezia. «Speravo di avere qualche informazione in più su di lei, cosa le piace, come si addormenta? Nostra figlia è la più grande del gruppo, compie due anni il primo maggio, ha già il suo carattere? Ma è passato tutto quando lei, il giorno dopo, ci ha chiamati mamma e papà. Con le altre coppie? C'è stato molto scambio ma nessun confronto: sì, c'era una bambina che era la più bella del gruppo, lo vedi, ma per me la mia è la più bella del mondo!».
Un bilancio positivo quindi, non solo per le famiglie ma anche per gli operatori. Irene Bertuzzi, responsabile AiBi, spiega: «Le autorità cinesi ci hanno spiegato il motivo di queste "adozioni collettive", che non è solo organizzativo. Molti di questi bambini sono stati abbandonati alla nascita, e per piccoli che siano hanno sempre vissuto insieme, in istituto. Quindi per loro è importante vivere insieme anche la nuova avventura di essere accolti da una nuova famiglia: partono insieme dall'istituto, vanno insieme in città, insieme vengono affidati ai loro nuovi genitori. In effetti le bambine sono state tutte molto serene».
Con questa modalità, le coppie straniere negli istituti non mettono neanche piede: in questo primo viaggio, per esempio, le bambine provenivano tutte da Guixi, ma l'incontro è avvenuto a Nanchang, il capoluogo di provincia. Qualche istituto l'hanno visto, invece, gli operatori: «Sono affollati, con molti bambini grandicelli e con handicap», dice la Teti. «Nel campo delle adozioni, tutti fanno l'equazione "Cina uguale bambini piccolissimi": noi vorremmo contribuire a portare un cambiamento, anche lavorando su progetti in loco in favore dei minori che non riescono ad entrare nei canali dell'adozione internazionale». La disponibilità italiana è stata subito accolta: «Le autorità cinesi ci hanno dato una password per accedere al database dei bambini adottabili», spiega la Bertuzzi. «Quelli con "special needs" sono centinaia e centinaia?».