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Fondazione Affido replica a Panorama

17 Novembre Nov 2009 1732 17 novembre 2009

Mariano Iavarone, della Fondazione Affido onlus, replica all'inchiesta-denuncia di Panorama

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Mariano Iavarone, della Fondazione Affido onlus, replica all'inchiesta-denuncia di Panorama

Che i bambini debbano stare con la propria famiglia è il desiderio che tutti portiamo dentro. Ma quando la famiglia non ce la fa? Ci sono situazioni in cui non si può fare altro che recidere il legame tra genitori e figli. Sono i casi di violenza, di grave trascuratezza, di patologia psichiatrica, di tossicodipendenza, di capacità genitoriali di cura inesistenti o molto compromesse. È allora che la cura del bambino e della sua famiglia devono passare attraverso l’allontanamento e la protezione del bambino, in quanto interventi educativi domiciliari sarebbero insufficienti. Sempre che i genitori si possano curare e che non si debba aprire lo stato di abbandono, nelle forme e nei modi previsti dalla legge. Sono quelle situazioni in cui il degrado umano è talmente evidente che occorrerebbe intervenire subito piuttosto che temporeggiare e fare trascorrere anni ed anni di progetti “temporanei” fatti per tamponare. O per fare finta di non vedere il dolore.

Ma se è vero, come è vero, il problema di migliaia di situazioni di bambini e ragazzi che restano troppi anni nelle comunità educative o in affido familiare, la soluzione non può essere “non allontanare”, bensì “allontanare con criterio”, sulla base di un progetto che parta da una prioritaria valutazione delle competenze genitoriali e che sappia elaborare una prognosi di recuperabilità. Laddove il recupero non fosse possibile entro un paio di anni, sarebbe molto più responsabile sancire lo stato di abbandono, soprattutto se i bambini sono molto piccoli.

Altro è il caso delle situazioni meno gravi, di indigenza o di immaturità educativa, circostanze in cui non si dovrebbe allontanare il bambino dai genitori se essi mantengono le pur minime capacità di cura e di relazione e se non agiscono condotte maltrattanti. La soluzione più appropriata sarebbe quella di prendere in carico l’intero nucleo e di sostenerlo con interventi educativi e tutelari, affiancandolo con operatori professionali domiciliari o con altre famiglie più esperte. Non si tratta soltanto di una buona prassi bensì di un preciso obbligo riconosciuto dalla legge 149 del 2001 (art. 1 co. 1 e art. 2 co. 2).

È chiaro che un allontanamento fa sempre scalpore e che gli errori ci sono e che si debba puntare a migliorarsi sempre. Ma non si può decidere di stare fermi e di non intervenire per non sbagliare, quando in gioco c’è la vita di bambini privi di cure e vittime di sofferenze.

Non bisogna, in conclusione, demonizzare tutto il sistema di protezione dell’infanzia a causa degli errori anche gravi di qualcuno. Nonostante la superficialità di certa stampa, confidiamo ancora che il mondo dei media possa contribuire a sensibilizzare le istituzioni e il mondo politico tutto affinché si adoperino per migliorare le politiche di protezione dell’infanzia, sia sul versante della cura (ossia quando il bambino sia stato già allontanato) che, soprattutto, nel campo della prevenzione.

La politica, di qualunque colore sia, si interroghi sulle disfunzioni dei servizi di sostegno alla genitorialità, prima di indurre pericolose derive adultocentriche che finiscono col distruggere anche quel poco che si riesce a fare per proteggere i più piccoli.