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Assistere un disabile grave vale cinque anni di contributi

4 Giugno Giu 2010 0200 04 giugno 2010

Alla Camera storico riconoscimento del valore del lavoro di cura

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Alla Camera storico riconoscimento del valore del lavoro di cura

Via libera bipartisan ad una legge che si discute dal 1999: prepensionamento per chi assiste un familiare totalmente invalido. Un susseguirsi di compromessi politici, chiusosi solo con
la sfida frontale al niet
della commissione Bilancio
In principio, undici anni fa, questa proposta di legge aveva un solo articolo, pulito pulito: entrambi i genitori di un disabile grave, dopo 15 anni di servizio, hanno diritto di andare in pensione. Spulciando gli archivi del Parlamento italiano è questa la prima proposta di legge che riconosce benefici previdenziali a chi assiste disabili gravi: reca la data del 21 ottobre 1999, è firmata dal senatore-pediatra Antonino Valletta (Ds) e non è mai avuto l'onore di essere discussa.
Undici anni e 29 proposte di legge dopo, con in mezzo 180mila firme raccolte dal Comitato promotore per il prepensionamento dei genitori di disabili gravi e due sit-in di carrozzine in protesta, quella legge è quasi realtà. La Camera l'ha approvata il 19 maggio, all'unanimità: la palla passa al Senato. Idealmente, una vittoria campale, che riconosce valore al lavoro di chi per 18 anni continuativi si è preso cura a casa propria di un familiare disabile e invalido al 100%, quantificandolo in cinque anni di contributi previdenziali; concretamente, un compromesso politico, che di limatura in limatura ha ridotto il finanziamento concesso (e conseguentemente la platea dei beneficiari) a un decimo di quello da cui si era ripartiti in questa legislatura, nel luglio 2007.

Luci e ombre
«Finalmente un risultato, dopo tanti anni di lotte e illusioni», dice Rosaria De Vitiis, che da trent'anni segue un figlio con una forma grave di autismo, arrivata con le sue gambe alle soglie della pensione. In quanto insegnante in realtà dalla nuova legge sarebbe comunque esclusa, poiché il testo approvato, per limitare la platea dei beneficiari, taglia fuori i dipendenti della scuola e degli enti locali: «Ma è una battaglia di principio», precisa, «per il diritto a conservare il proprio lavoro e con esso la propria dignità». La De Vitiis è una delle poche sopravvissute del Comitato promotore, «consumato anch'esso, come i suoi membri, da tanti anni di fatica vissuta e attesa forzata», dice Giancarlo Angelini, un figlio di 37 anni disabile grave fin dalla nascita. «È un segnale, certo, ma è scomparsa l'equiparazione del lavoro di cura a quello usurante, che dava diritto a un cifra più alta: ad andare in pensione con la sociale, ci penserò dieci volte».
Nessuno pensa che il testo licenziato dalla Camera sia l'optimum. Ma certo, pur con quello stralcio di settori beneficiari, pur con le differenze tra pubblico e privato, pur con i requisiti per godere dei cinque anni di prepensionamento portati da 50 a 60 anni di età e da 15 a 20 anni di contributi, è un traguardo conquistato.

La pazienza del tessitore
Protagonista di questo lungo lavoro di tessitura è stato Teresio Delfino (Udc), relatore per le 14 proposte di legge sul tema depositate in questa legislatura (di cui 12 a firma della maggioranza), che non solo ne ha sintetizzato le diverse istanze in un testo unico che è stato sempre appoggiato anche dall'opposizione, ma che quel testo lo ha anche riscritto tre volte in 22 mesi, in un continuo braccio di ferro con la commissione Bilancio. «Attorno a questa legge, che ha una storia così lunga e trasversale alle legislature, c'era molta condivisione. Per questo siamo riusciti a dare priorità alle necessità più stringenti», spiega oggi con soddisfazione. Delfino conta che i possibili beneficiari di questa legge saranno «115mila nel privato e 19mila nel pubblico, di cui però circa la metà nella scuola». Circa l'ultimo compromesso, quello che ha appunto escluso dipendenti della scuola e degli enti locali, si dice fiducioso: «Spero sia solo temporaneo e lo dico non solo con l'ottimismo della speranza, ma anche con quello della ragione, avendo visto il grande impegno di tutti i colleghi nei tre giorni di dibattito in aula».
A cominciare dal guanto di sfida lanciato alla commissione Bilancio da Silvano Moffa (PdL), presidente della commissione Lavoro, che ha chiesto e ottenuto dall'aula di andare avanti con l'esame e la votazione della legge nonostante il niet sulla copertura finanziaria. «Un gesto forte ma non velleitario», chiosa Delfino. Ha avuto ragione lui: alla fine sono spuntati 340 milioni di euro per il triennio 2010/12. Da una accisa sull'alcool.