giornalismo

Arriva la Carta di Trieste: come parlare di malattia mentale

16 Giugno Giu 2010 1253 16 giugno 2010

La bozza verrà discussa in occasione del convegno "Impazzire si può"

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La bozza verrà discussa in occasione del convegno "Impazzire si può"

«Gentili giornaliste e giornalisti, se siete a caccia di buone notizie, ne abbiamo una. Si chiama Carta di Trieste ed è il primo codice deontologico per coloro tra voi, e siete certamente molti, che trattano notizie riguardanti cittadini con disturbo mentale e più in generale questioni legate alla salute mentale»: così Peppe Dell'Acqua, direttore del Dsm di Trieste, comunica la notizia della nascita della Carta di Trieste, la prima carta che mette nero su bianco le "buone regole" a cui i gionalisti divrebbero attenersi parlando e scrivendo di persone con problemi di salute mentale, sulla falsariga della Carta di Treviso che invece detta le regole per parlare di minori.

La bozza della Carta sarà presentata e discussa in occasione di “Impazzire si può”, il primo convegno nazionale delle persone con l’esperienza del disagio mentale che si terrà a Trieste dal 21 al 24 giugno prossimi (vedi qui il programma).

«Da tempo, e non solo in Italia, sentiamo la necessità di migliorare l’informazione intorno a questi temi. Temi che tuttora, a ben trent’anni dalla Legge 180 che ha restituito la parola a chi soffre o ha sofferto di un disturbo mentale, faticano a trovare le parole per essere comunicati, raccontati nel rispetto della dignità delle persone e della verità dei fatti. Temi che tuttora, grazie a parole disattente, frettolose e disinformate, vengono letti e interpretati in maniera distorta e talvolta tendenziosa, alimentando una visione della realtà che troppo spesso non corrisponde a quella vissuta dalle persone, dalle famiglie e dalla comunità», spiega Dell'Acqua.

La bozza della Carta di Trieste prevede l'utilizzo di termini appropriati; di indicare i cittadini con disturbi mentali innanzitutto come persone, senza mani identificarli con il loro problema di salute; di non interpretare i fatti in orrica pietistica, decolpevolizzando il cittadino per il solo fatto di soffrire di un disturbo mentale o al contrario attribuendo ogni responsabilità al problema di salute mentale; di interpellare ogni volta che sia possibile esperti di salute mentale e associazioni; di diffondere storie di guarigione e/o esempi di buone pratiche improntate alla speranza.