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Aids, la mia macchina da presa ha filmato la speranza

29 Ottobre Ott 2010 0200 29 ottobre 2010

«Still fighting», ambientato in Swaziland, vince il premio Coopi

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«Still fighting», ambientato in Swaziland, vince il premio Coopi

La sieropositività non è una condanna a morte. Una presa di coscienza che si fa sempre più largo tra le comunità del piccolo Stato africano. Samuele Malfatti l'ha raccontato in un film
«L'anno di svolta è stato il 2004. Fino ad allora l'Aids era un tabù in Swaziland, nonostante fosse il Paese più colpito del mondo, con una percentuale di sieropositivi pari al 40% della popolazione adulta. Solo da quanto i farmaci antiretrovirali sono diventati disponibili su larga scala, la situazione pian piano ha cominciato a cambiare. E oggi in molte comunità rurali si può veramente dire che è possibile "lottare ancora", senza arrendersi all'Aids come a un flagello».
Così il regista Samuele Malfatti(nella foto), autore di Still Fighting (appunto, «Lottare ancora»), il documentario prodotto dal Cospe che ha vinto la seconda edizione dell'Ngo World Videos - Reportage dal Sud del mondo, la rassegna di corti sociali promossa da Coopi in collaborazione con il Milano Film Festival.
30 anni, viareggino trapiantato a Roma, dopo aver studiato arti multimediali all'Accademia di Carrara, Malfatti ha vissuto un paio di anni in Spagna, dove ha fondato un collettivo di ricerca visuale, La Comida, insieme a Josep Bedmar e Tommaso Biondi. Vinto il bando di 15mila euro, i tre sono partiti per documentare i progetti Cospe di cooperazione tra le comunità rurali dello Swaziland. Realizzare il corto di 5 minuti e una versione più lunga di 33 minuti di Still Fighting ha richiesto un mese di riprese e quasi quattro di montaggio. «Un lavoro premiato non solo per la straordinaria qualità delle immagini ma anche per la positività che comunica al pubblico, nonostante tratti un argomento così drammatico», spiega Ingrid Tamborin, responsabile eventi Coopi.
Il video racconta in prima persona le storie reali di persone (tre sieropositivi, un medico africano, una volontaria, Nomsa, impegnata con gli orfani) che affrontano quotidianamente la malattia e le sue conseguenze dirette o indirette: le cure, l'assistenza, la mancanza di cibo. Ogni intervista procede come un diario personale. «A fare da narratore è invece Giorgio Menchini del Cospe che ha vissuto 7 anni in Swaziland, ci lavora da 10 e ha visto cambiare molte cose. Lui ci racconta come era l'inizio, quando la gente moriva e nelle comunità non se ne poteva parlare, era quasi come una maledizione. E di come piano piano i malati hanno cominciato a parlarne, a farsi il test. Si sono resi conto che potevano continuare a vivere, che l'Aids non era necessariamente una condanna a morte», commenta il regista.
Oggi i volontari del Cospe, concluso il progetto di cooperazione, hanno lasciato lo Swaziland, ma in molte comunità rurali si sta creando un movimento autonomo di base di persone sieropositive che cercano di andare avanti, creano associazioni di agricoltori, lanciano esperienze di microimprenditoria artigianale producendo miele o piccoli manufatti. «Cercano di vivere, nonostante la sieropositività», conclude Malfatti, «e da lì viene il titolo del film, per dare un'idea di speranza, di voglia di reagire da parte di persone capaci di mettersi in gioco, da sole e responsabilmente, tutti i giorni».