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Alemanno preferisce la Cri?

22 Dicembre Dic 2010 1850 22 dicembre 2010

Il Comune chiude la porta al terzo settore. Serve invece un patto per l’inclusione sociale

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Il Comune chiude la porta al terzo settore. Serve invece un patto per l’inclusione sociale

Il CNCA esprime forte preoccupazione e perplessità per l’assegnazione diretta – senza bando pubblico – alla Croce Rossa Italiana di tutti i servizi attivati nei “villaggi attrezzati” per le comunità rom e sinte della Capitale: sostegno scolastico, segretariato sociale, sportelli sanitari, attività ludico ricreative, percorsi di sostegno all’avvio al lavoro.

“A nostro avviso”, dichiara Lucio Babolin, presidente del CNCA, “sembrerebbe più sensato un intervento della Croce Rossa nelle situazioni di emergenza, dove è richiesto un intervento temporaneo e tempestivo. Ma che c’entra quest’ente con interventi che riguardano la rete stabile dei servizi di accoglienza?”

“Non capiamo, poi,” continua Babolin, “perché il Comune di Roma abbia di fatto smantellato un patrimonio di esperienza e di competenza consolidatosi negli anni grazie a quelle organizzazioni che da molto tempo operano per rispondere ai bisogni delle comunità rom e sinte. Perché l’amministrazione ha tagliato fuori queste associazioni e cooperative?”

“Noi pensiamo invece”, conclude il presidente del CNCA, “che vada definito al più presto un patto per l’inclusione sociale dei rom e sinti a Roma, che dovrebbe essere fondato su questi principi:

- il principio di uguaglianza e tutela delle minoranze, costituzionalmente sancito, in virtù del quale venga loro garantito il diritto al pieno sviluppo della persona;

- il riconoscimento del carattere “stanziale” della quasi totalità dei rom e sinti che vivono a Roma, i quali aspirano a una soluzione abitativa stabile, come è dimostrato dalle centinaia di famiglie che sono in lista d’attesa nelle graduatorie per l’assegnazione di case popolari. Per giunta 5.000 di loro vivono nella Capitale da più di trent’anni;

- la fine delle ‘soluzioni temporanee’ del genere: ‘stanno un po’ qui e poi si spostano’. È questa mentalità che ha fatto crescere più di due generazioni di rom nelle discariche delle nostre periferie;

- l’integrazione nel tessuto sociale, che non può essere assicurata ponendo tutti i ‘campi’ fuori o a ridosso del grande raccordo anulare, sempre più lontano dai quartieri abitati della città, come se accanto ai rom e ai sinti non si potesse vivere. Esattamente il contrario di quello che la pubblica amministrazione dovrebbe fare per garantire l’efficacia degli interventi di scolarizzazione, inclusione sociale, avviamento al lavoro;

- il riconoscimento che il rapporto con le comunità rom e sinte non è una questione di ordine pubblico e che perciò è urgente istituire sedi di confronto allargato tra rappresentanti credibili delle comunità rom, organizzazioni del terzo settore, rappresentanti istituzionali e dei servizi sanitari e formativi.”