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La lunga notte del processo breve

13 Aprile Apr 2011 1437 13 aprile 2011

Maratona per approvare di corsa le norme salva-premier

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Maratona per approvare di corsa le norme salva-premier

Volata finale per mettere Silvio Berlusconi al riparo dai processi, approvando le norme sul cosiddetto “processo breve”: la Camera vive l’ostruzionismo dell’opposizione in attesa del voto previsto in tarda serata di oggi. Un’altra pagina parlamentare che divide il Paese e allontana in ogni caso dai problemi del Paese, ma si guadagna l’apertura dei giornali.

“Sfida finale sul processo breve” il titolo di taglio centrale in prima sul CORRIERE DELLA SERA. Tutti in Aula, governo schierato per garantire i numeri della maggioranza, maratona notturna con il Pd impegnato a leggere gli articoli della Costituzione. Servizi sulla situazione politica da pagina 2 a pagina 9. Interessanti, al di là delle cronache, i pezzi di retroscena e di colore. Aldo Cazzullo, ad esempio, si sbizzarrisce: “Pdl, la «regia» affidata a Paniz «astro nascente» dei berlusconiani”, a cavallo fra pagina 2 e 3. “Nel cupo tramonto del berlusconismo e nella notte senza stelle dell’opposizione, uno solo è l’astro nascente: Maurizio Paniz. – punge la penna di Cazzullo - Avvocato e deputato, ultimo nato della covata di legali e giuristi portati da Berlusconi in Parlamento, ma ben più in forma dei colleghi pensionati o imbolsiti. Dotti e Della Valle, Cirielli e Cirami: chi erano costoro? L’avvocato Taormina, trovando l’ambiente troppo spregiudicato, se n’è sottratto fondando una sua Lega per l’Italia. Persino Ghedini sembra aver perso lo smalto dei giorni migliori. È l’ora di Paniz. L’uomo che indusse oltre metà della Camera a votare un testo secondo cui Berlusconi credeva davvero Ruby la nipote di Mubarak. E che ieri ha tenuto testa, quasi da solo, a un’opposizione più inconcludente che mai, in difesa di una legge presentata come provvedimento di interesse generale e apparsa a tutti una norma ad personam. A tutti, tranne che a lui. In un’aula grigia più che mai, la pelata di Paniz è l’unica cosa che brilla”. E Fabrizio Roncone a pagina 3: “Il «codice» Verdini: vietate assenze o battibecchi”. Scrive Roncone: “Dov’è Denis Verdini? È con lui che bisogna parlare, in questo Transatlantico dove tutti parlano e sanno, e forse però immaginano solo di sapere. Lui, invece, certamente sa. Lui è un toscano di Fivizzano, 62 anni portati con modi rapidi ma cortesi, l’abito blu e blu anche i mocassini di camoscio, l’orologio d’oro, la fama d’essere colto e spregiudicato, con fascicoli nelle procure di Roma e di Firenze, uomo di potere che non nega di avere potere. Dei tre coordinatori del Pdl, secondo il giudizio del suo amico Marcello Dell’Utri, «l’unico davvero necessario» . Eccolo, è qui, accanto al primo ingresso dell’emiciclo. Verdini sta parlando con Laura Ravetto. Si volta. «Abbia pazienza... un minuto e sono da lei» . I minuti diventano dieci, sta lì che— il tono secco, definitivo; il faccione rugoso come una maschera — sta lì a impartire gli ultimi ordini, e suggerisce, sollecita, ammonisce, e ciascun deputato passa e fa cenno di sì, certo, stai tranquillo Denis, nessuno di noi oserà fare pasticci (passa anche Fabrizio Cicchitto, il capogruppo del Pdl, che pure ai suoi aveva cercato di dare la linea usando una metafora da saggio di danza: «Non me ne importa niente se oggi vi scappa la pipì! Ve la tenete, e basta!» ). Lei, Verdini, ha usato occhiate minacciose. «No... come minacciose?... no no, non esageri» . Va bene: se non erano minacciose, erano parecchio severe. «Beh, insomma... noi della maggioranza i numeri li abbiamo, questo non si discute, e però, come si sa, sono numeri che impongono una certa attenzione. Quindi, molto semplicemente, ho segnalato a tutti che non sono ammesse assenze, né battibecchi, né niente altro che possa compromettere, in qualche modo, la tenuta del governo» .” A pagina 5 cerca di mettere ordine la Nota di Massimo Franco: “Un sì a tutti i costi per «sterilizzare» i processi del premier”. Commenta Franco: “Il centrodestra si prepara a consegnare a Silvio Berlusconi il primo «sì» parlamentare al cosiddetto «processo breve» . La Camera dei deputati potrebbe approvarlo stasera, nonostante l’ostruzionismo tentato ieri dal Pd. Una maggioranza mobilitata allo spasimo sa che, una volta passata a Montecitorio, al Senato la legge dovrebbe avere vita meno difficile. Ma la logica è quella di un provvedimento avulso dalle esigenze di riforma della giustizia. Il Pdl risponde con una forzatura a quella che considera un’altra forzatura, attribuita alla Procura di Milano. Per il governo si tratta di riaffermare il primato nei confronti della magistratura: con in palio la possibilità di proteggere il premier dai processi. Su questo, Pdl e Lega ostentano una compattezza che resiste a ogni pressione. Significa che la maggioranza è pronta a sfidare l’impopolarità”. Infine Francesco Verderami, in apertura di pagina 6, raccoglie le preoccupazioni dell’eterno Gianni Letta: “E Letta, amareggiato, rilancia la fiducia nella politica bipartisan”. Ne leggiamo un passo: “Il Cavaliere ogni volta che può si spertica in lodi per il suo braccio destro: «Ormai palazzo Chigi si chiama palazzo Letta. Perché lui è sempre qui, come la statua di De Gasperi» . E di sicuro ieri il sottosegretario alla presidenza con le sue parole non intendeva danneggiare l’esecutivo nè tantomeno il premier. Ma che non approvi alcuni suoi atteggiamenti è cosa nota, com’è evidente il tentativo di tenere quanto più possibile saldo il rapporto con il Quirinale. Di qui la professione di fede nella «politica bipartisan» , ribadita dopo la visita in Campania. Peccato che di questo spirito non ci sia traccia in Parlamento, dove nessuno è immune da colpe. È vero che la legge sul «processo breve» non poteva che provocare una forte e indignata reazione delle opposizioni, ma il modo in cui ieri D’Alema nell’Aula di Montecitorio ha chiamato in causa Napolitano— auspicando da parte del capo dello Stato lo scioglimento delle Camere — è stato un evento senza precedenti, al punto che lo stesso Casini l’ha definita «una caduta di stile»” .

Sulla riforma giudiziaria non la manda a dire nemmeno LA REPUBBLICA: “Prescrizione breve, scontro finale” è il titolo, “Oggi il voto alla Camera. Castelli sui profughi: bisognerebbe sparare” il sommario. Servizi da pagina 6 alla 13. Clima infuocato in Parlamento: da una parte il ministro Alfano che difende la riforma: solo lo 0,2% dei processi sarà cancellato, sostiene, contro i calcoli del Csm. «E allora, se l'impatto è così modesto perché bloccate il Parlamento da due settimane?» gli ha chiesto Casini. Il Pd per continuare l'ostruzionismo ha letto gli articoli della Costituzione (mentre i deputati della maggioranza, nota Antonello Caporale, si distraggono come possono, giocando ad esempio con l'Ipad). Sul fronte dei processi attesi, Alberto D'Argenio segnala la preoccupazione dei familiari delle vittime (Viareggio, L'Aquila, morti bianche). Ieri il popolo viola ha inondato di mail i parlamentari, oggi appuntamento davanti alla Camera e poi al Pantheon. Dal canto suo Berlusconi pare sereno: «Questa legge è l'ultimo ostacolo che abbiamo sul nostro cammino, passato questo sarà tutto in discesa», «Non vedo tutta questa voglia di andare a votare. Perché è chiaro che se fanno saltare questa legge non resta che tornare davanti agli italiani». Tanta serenità, annota Francesco Bei, potrebbe essere guastata dalla maggioranza medesima e dalle sue divisioni: i ministri sul piede di guerra preoccupati per la presentazione della legge di stabilità in un consiglio dei ministri lampo previsto per oggi, i big del partito scalpitanti (avanti a tutti, Claudio Scajola).

IL GIORNALE si prepara così allo «scontro finale»: il titolo di apertura della prima pagina è «Fermate il partito dei giudici». L’editoriale è del direttore Alessandro Sallusti: «Oggi alla Camera c’è la partita che vale la stagione. Si vota per approvare la prescrizione breve agli incensurati, ma sarebbe riduttivo vederla solo così. Si vota per ripristinare l’autonomia del potere legislativo da quello giudiziario. Si vota per dire che finalmente nessuno si farà più intimidire dalle scorribande nella politica». Conclude Sallusti: «Ma, soprattutto, mi chiedo che senso abbia che ex comunisti sventolino la Costituzione come se fosse cosa loro. Per quarant’anni ne hanno tradito l’essenza, complottando occultamente contro l’Occidente, e quindi l’Italia, assieme (e finanziati) all’alleato Unione Sovietica. Se oggi siamo una democrazia è perché questi signori hanno perso e altri, in nome della Costituzione, hanno vinto. Cari compagni, la Costituzione non è il Libretto Rosso di Mao. Addirittura, come previsto da chi l’ha scritta, la si può cambiare. Che piaccia o no a voi, a Di Pietro e ai magistrati». A pagina 2 Adalberto Signore riferisce delle ultime «mosse della maggioranza», Berluscni: «Ho le prove del patto tra Fini e la maggioranza». Signore racconta l’ultima cena del Presidente del consiglio: «Allora... Siamo in 170... Direi decisamente troppi per il bunga bunga. Anche se... posso sempre dividervi per gruppi...». Silvio Berlusconi li accoglie così i tanti ospiti che lunedì sera partecipano alla cena del Pdl lombardo organizzata a Villa Gernetto, ormai da qualche anno nuova location degli appuntamenti mondani del premier. «Un Cavaliere decisamente di buon umore, che va avanti fino a tarda notte tra battute, canzoni in francese e uova di Pasqua con “sorpresa”». La sorpresa è una bionda 27enne, avvenente violinista-spogliarellista svedese, come riferisce Repubblica, ma IL GIORNALE omette il particolare. Secondo la cronaca, davanti ai commensali Berlusconi ha «accarezzato» l’idea di un addio alla politica: «A tutti i grandi politici che ho avuto occasione d’incontrare - racconta infatti Berlusconi - chiedo quale sia stato il giorno più bello della loro vita. E tutti, da Bush a Blair passando per Aznar, mi rispondono che è quello in cui hanno deciso lasciare la politica». Insomma, chiosa il premier, «non vedo cosa ho da preoccuparmi» visto che, dirà più avanti, «il mio giorno più bello deve ancora venire».

“Il salva Silvio vien di notte. D’Alema: sciogliere le camere” è il titolo del MANIFESTO scelto per il richiamo in una prima pagina che si apre sul disastro nucleare di Fukushima. Al processo breve è dedicata pagina 5 dove continua anche il commento di Valentino Parlato che inizia in prima con il titolo: “Stato di massima allerta”. Scrive Parlato: «Berlusconi fa comizi dentro e davanti il tribunale, dove compare come imputato di frode fiscale. Ha anche l'arroganza di proclamare di aver dato soldi a Ruby per salvarla dalla prostituzione, ma non sta in buona condizione. Il prudentissimo Gianni Letta afferma che siamo in una settimana “incandescente” e bisogna prenderlo sul serio (...) L'approvazione della prescrizione breve è vitale per la compagine berlusconiana, ma presenta alcune difficoltà anche tecniche: bisogna fare in modo che non si prescrivano i processi per la strage di Viareggio e per i morti della casa dello studente dell'Aquila. Non c'è solo la prescrizione breve: c'è la crisi dei rapporti con l'Europa massimizzata dal ministro Maroni, l'emergenza immigrati, la partecipazione alla guerra di Libia. Un groviglio di problemi con una maggioranza eterogenea, attenta al proprio particulare e non proprio compatta come una falange macedone. (...)» e conclude: «A mali estremi estremi rimedi. In situazioni di questo genere - D'Alema lo ha ricordato ieri non a caso - la Costituzione autorizza il Presidente della Repubblica a promuovere lo scioglimento delle Camere, a dire alt, così non va più, si ricomincia. Sarebbe il ritorno al popolo sovrano. Il tentativo obbligato di un nuovo inizio. Da una settimana incandescente non si esce con gli impacchi di acqua fresca». L’articolo di apertura a pagina 5 è intitolato: “Il napalm dello scioglimento nella giungla di Montecitorio”. «Il Vietnam parlamentare del Pd è fatto di salmi costituzionali intonati a turno da ogni singolo deputato. (...)» e dopo una breve descrizione della lettura ricordando l’articolo della Costituzione letto da D’Alema, il numero 87 sui poteri del Presidente della Repubblica tra i quali c’è lo scioglimento delle Camere continua: «(...) Il napalm dello scioglimento anticipato e del ritorno alle urne ridà un po' di sostanza a una seduta della camera che soprattutto il Pdl ha drammatizzato oltre ogni dire per evitare defezioni dell'ultimora. (...)», di spalla c’è una colonna dal titolo “Affoga nelle correnti Il Cavaliere tra addio e blitz in autunno” che analizza la giornata vista dal Pdl tra drammatizzazioni di Ferrara, lettere di Cicchitto, pessimismo di Letta «(...) Tutto questo patema per il processo breve. Un provvedimento per il quale, trattandosi di una legge indispensabile al capo, non dovrebbero essere messe in conto defezioni e molto probabilmente non se ne registreranno. Ma il fatto che tanti sospetti agitino Silvio Berlusconi e i suoi uomini più fidati su quello che invece potrebbe avvenire alla camera è il segno che la parabola discendente del leader di Arcore - ormai scaricato anche dagli industriali - sta raggiungendo il punto più basso. (...) L'ancora di salvezza che per il premier avrebbero dovuto rappresentare i “responsabili” sempre in sala di attesa per una collocazione al governo si sta dimostrando il simbolo della disfatta. Fermi tutti fino alle amministrative è o dovrebbe essere la parola d'ordine, quella che Berlusconi spera sia mantenuta da tutti. Ma i sondaggi non promettono bene, l'alleanza Pdl-Lega al Nord sarebbe in affanno. Anche a Milano. (...)».

"Battaglia alla Camera sul processo breve", lancio di spalla in prima e servizi a pagina 14 e 15. E' quanto dedica IL SOLE 24 ORE all'imminente discussione alla Camera sul processo breve. L'apertura è affidata a Donatella Stasio, che ripercorre la giornata, il lungo elenco con cui il ministro Alfano difende la riforma del processo breve. Le stoccate all'opposizione, l'ostruzionismo di Pd, Udc e Idv, il timore di blitz all'ultimo momento. Di spalla invece, le paure del premier a capo di un partito diviso, con ex-An ed ex-Forza Italia che aspettano le elezioni amministrative per regolare i conti. Di fondo una affondo sulla Lega dove, scrive Lina Palmeri, cresce l'inquietudine.

Sui processi a Berlusconi ITALIA OGGI propone il gustoso articolo del penalista Giuseppe Staiano che titola “I pm e la sindrome del condor”. L’avvocato si rifà al film con Robert Redford “I tre giorni del condor” in cui un'analista della Cia, al centro di un intrigo internazionale, decide di far pervenire, in modo anonimo, la documentazione in suo possesso al New York Times, per smascherare gli artefici di una grave serie di delitti. «A questo punto il lettore sospetterà un errore di impaginazione, visto che questa non è la rubrica degli spettacoli o dei programmi televisivi». Quale il nesso con l’attualità? «di “sindrome dei tre giorni del condor” ha parlato un autorevolissimo magistrato, Pietro Saviotti (è il procuratore della repubblica aggiunto presso il tribunale di Roma) nel corso di un'audizione parlamentare del 13 settembre 2006, nell'ambito di un'indagine conoscitiva sul fenomeno delle intercettazioni telefoniche. “Si tratta di blindare un'indagine”, attraverso la diffusione dei suoi contenuti agli organi di stampa, sostiene Saviotti, “a fronte di aggressioni prevedibili, supposte o semplicemente paventate da parte di quei poteri ai quali ci si vuole contrapporre”». Staiano poi va oltre e commenta nel merito il processo «non vorremo più trovarci ad assistere – è già accaduto, purtroppo, nel processo celebrato a carico dell'ex presidente della regione Abruzzo – all'annuncio di «prove schiaccianti» seguito dalla diffusione del contenuto di telefonate riguardanti soltanto aspetti intimi della vita dell'imputato». Anche perché «qualche sospetto di questo tipo, senza essere maliziosi, viene anche nel caso del processo milanese, se è vero che la pubblica accusa ha chiesto di corroborare una prova – che dovrebbe essere, per definizione, già «evidente» – con l'audizione di ben 132 testi». Sempre riguardo a Berlusconi spazio anche ad un intervento di Don Giorgio De Capitani che ha fatto scalpore. Diego Gabutti a riguardo firma ‘C'è anche un prete che minaccia gli ictus agli avversari”. «Un sacerdote, don Giorgio De Capitani, parroco di Monte Rovagnate in provincia di Lecco, ha spiegato qualche sera fa a Exit, su La7 (ndr. Concetto ribadito ieri su Radio 24 alla Zanzara di Cruciani), che il Cavaliere è troppo ricco, anzi “ha troppi soldi”, per essere battuto onestamente alle elezioni. Forse non passerà, liscio come un cammello, per la cruna d'un ago, ma la democrazia, per sua natura imbelle e plutogiudeomassonica, se la compra quando vuole. Perciò don Giorgio si augura, da uomo pio, che Dio Onnipotente, mosso da pietà per il popolo oppresso da un governo plutocratico liberamente eletto, e famoso com'è per la Sua misericordia, mandi al Cavaliere un ictus provvidenziale che lo lasci secco».

AVVENIRE apre anche oggi sull’allarme immigrazione (“Crepe nel muro delle Alpi” è il titolo) e dedica un richiamo a centro pagina alla battaglia sul processo breve. I servizi, alle pagine 10 e 11, partono dal “colpo di teatro sui banchi di Montecitorio” e di “ultima ingegnosa trovata ostruzionistica” dei leader del Pd che declamano la Costituzione articolo per articolo. Il procuratore antimafia Piero Grasso parlando di “morte dei processi” ha bocciato sia la norma sul processo breve, sia la riforma costituzionale uscita dal Consiglio dei ministri. Bersani commenta: “Tengono in ostaggio Parlamento e Paese”, per Di Pietro “pensano solo all’impunità del premier”. La protesta contro la legge che accorcia i tempi di prescrizione per gli incensurati non si placa. Anche oggi il popolo viola continuerà a manifestare davanti a Montecitorio dove saranno presenti alcune associazioni di familiari delle vittime di tanti processi che rischiano di terminare senza colpevoli per effetto della prescrizione breve. A pagina 11 Marco Iaseroli nell’articolo “Processo breve, battaglia a Montecitorio” sottolinea le parole di Gianni Letta: « Sono giornate incerte, affannose e amare; sarà una settimana incandescente». Il via libera alla Camera è atteso per stasera alle 20. Poi il disegno di legge tornerà al Senato dove dovrebbe passare la settimana dopo Pasqua. Il Guardasigilli Alfano assicura che il provvedimento non tocca la strage ferroviaria di Viareggio e il terremoto dell’Aquila. AVVENIRE evidenzia anche in due box due commenti di Berlusconi: che lunedì sera ai parlamentari lombardi ha detto «Lascerei, ma non me la sento, ci sono i rossi...» e ieri sera, al termine della giornata campale, ha confidato ai suoi «Non ho timori. Tutti sono consapevoli che se non passa il processo a breve la legislatura è a rischio, e nessuno vuole andare a casa».

“Battaglia sul processo breve”, titola in prima pagina LA STAMPA, che dedica due pagine alla cronaca di ieri sul dibattito in Aula relativo alla riforma della Giustizia. Il quotidiano mette in evidenza l’ostruzionismo dell’opposizione. Fra un Casini che, dopo che il ministro Alfano rassicura che il processo breve interessa due casi su mille, domanda: «Allora perché lo volete?», e i deputati Pd che leggono la Costituzione. Ma «alla fine l’iPad sconfigge il ripasso della Costituzione», scrive Mattia Feltri con tanto di prove fotografiche di «deputati che con l’i Pad giocano a carte o a calcio o a tennis». Amedeo La Mattina svela i retroscena. «Berlusconi ieri sera a una cena superblindata con alcuni corrispondenti dei giornali stranieri ha ripetuto di essere un perseguitato politico «ma non farò la fine di Craxi». La Mattina continua «Berlusconi non ha dubbi, la maggioranza reggerà alla prova d’urto che sta subendo sul processo breve. Non lo preoccupano le parole del procuratore antimafia Piero Grasso che ieri ha definito il provvedimento «un modo per far morire il processo». L’unico vero incidente di percorso potrebbero essere le amministrative, un botto a Milano della Moratti. Qualche grossa grana potrebbe procurargliela il ministro dell’economia Tremonti se dovesse continuare a tagliare le spese dei ministeri».

E inoltre sui giornali di oggi:

VITTADINI
CORRIERE DELLA SERA – Nelle pagine di Economia interessante intervento di Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, a proposito del confronto fra risultati degli Istituti professionali (pubblici) e dei Centri per la formazione (privati): “Scuola per il lavoro: l’eccellenza e i numeri dei privati”, a pagina 35. Scrive Vittadini, citando i numeri del Rapporto della Fondazione: “Dall’indagine emerge come variabili ispirate al principio di sussidiarietà, quali: un processo formativo centrato sulla persona e sulla sua accoglienza, il coinvolgimento personale del formatore, la valorizzazione dell’esperienza, l’attenzione alla dimensione della bellezza anche nella formazione, stage e attività integrative concepiti come funzionali al processo formativo e educativo, il particolare rilievo dato all’orientamento e alle relazioni con le famiglie e con il sistema imprenditoriale locale, siano gli elementi di successo delle esperienze formative oggetto di ricerca”. Dal punto di vista dell’accesso al lavoro risultano leggermente più efficaci gli istituti professionali (62% contro il 51%), ma, spiega Vittadini: “mentre ai primi accedono soprattutto ragazzi che passano direttamente dalla terza media alla formazione professionale (81,2%), i Cfp raccolgono ben il 40% di persone già vittime di drop-out e comunque più disorientate e meno motivate allo studio”. Infine Vittadini commenta i dati della Lombardia, dove “gli esiti dei Cfp risultano superiori a quelli degli Ips”: “Forse è il primo effetto della dote, strumento che sposta il contributo pubblico dalle scuole agli studenti e loro famiglie”.

8 PER MILLE
AVVENIRE - Presenta a pagina 8 la nuova campagna informativa della Cei per la destinazione dell’8 per mille. Il leggero incremento delle entrate andrà ad aumentare i fondi destinati alle opere caritative. Si parte il 17 aprile con un’edizione multimediale per favorire la trasparenza. Sul sito web chiediloaloro.it sarà possibile informarsi e approfondire tutte le opere realizzate con i contributi. AVVENIRE illustra anche i diversi spot dedicati alle iniziative avviate nei settori “Fame e malattia”, “Tutela dei minori”, “Educazione e anziani”.

GIAPPONE
LA REPUBBLICA - “«Fukushima è come Cernobyl» il governo ammette la catastrofe La Tepco: «Si rischia di più»”. Un titolo che non lascia dubbi: mentre continuano le scosse, e dopo che è stato alzato al livello massimo l'allarme per la gravità, con la radioattività a livelli molto preoccupanti. Anche per quel che riguarda il cibo europeo. È il monito lanciato da Jaqueline McGlade, direttore dell'Agenzia europea dell'ambiente: «la situazione è sotto controllo, abbiamo messo in piedi un sistema di allerta rapido» con controlli effettuati sia in Giappone che in Europa, «credo però che occorra grande attenzione per la possibile presenza di cibi contaminati dalla radioattività».

IL MANIFESTO – “Il gemellaggio” è il titolo della vignetta di Vauro che è la foto di apertura del MANIFESTO. Nel disegno due cartelli con il simbolo del teschio e i nomi di due città: Fukushima e Chernobyl. « Le autorità giapponesi equiparano l'incidente nucleare di Fukushima a quello di Chernobyl, elevando a “7” il livello di criticità. È la formalizzazione della “catastrofe”. Tokyo si scusa per le “preoccupazioni arrecate” e prova a minimizzare, mentre persino la Tepco ammette la sua impotenza di fronte all'emissione di nuove sostanze radioattive. La soluzione è lontana. Ma a destare allarme in Italia è solo il referendum del 12 e 13 giugno, che il governo prova ad oscurare» riassume il sommario che rinvia alle pagine 2 e 3 interamente dedicate alla catastrofe nucleare. Gianni Mattioli e Massimo Scalia firmano “Catastrofe globale” articolo che inizia in prima per concludersi a pagina 3. «Sembra che il Giappone non voglia essere da meno dell'Ucraina, così la Tepco, l'impresa proprietaria della centrale nucleare di Fukushima, informa il Giappone e il mondo che l'incidente ha raggiunto il livello 7, lo stesso di Chernobyl. Dunque l'incidente passa, secondo le specifiche internazionali dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), dal carattere di catastrofe locale a quello di catastrofe globale. (...)» e continuano: «(...) si obietta, è tutta colpa di un terremoto eccezionale. Ora, gli edifici hanno retto e tutto si riduce, in ultima analisi, al black out elettrico che ha impedito l'entrata in azione dei sistemi di emergenza ausiliari. E la mente va al black out del 2003, quando tutta Italia restò senza corrente elettrica per 36 ore. (...)» E concludono: «(...) La vicenda di Chernobyl fu tuttavia una brutta pagina per le istituzioni italiane che, irritate per le informazioni rese pubbliche dall'Istituto superiore di sanità, misero in dubbio le raccomandazioni. E l'opinione pubblica, lasciata senza indicazioni, si scatenò in una corsa, incivile quanto comprensibile, all'accaparramento di generi alimentari non contaminati. È appena il caso di osservare che anche allora il governo italiano si preoccupava soprattutto dei danni all'immagine del piano nucleare, che, dopo l'avvio del cantiere di Montalto di Castro, muoveva i suoi passi a Trino, Viadana, Termoli e Avetrana. E oggi la preoccupazione sui compiti istituzionali - saranno all'altezza? - aumenta se si confronta la situazione dell' '86 con quella presente delle Istituzioni». Le due pagine interne si aprono con il titolo “La catastrofe ora è ufficiale”.

ENERGIA
AVVENIRE - “Bioetanolo, oro nero ‘tecnologico’ che nasce nei fossi” è il titolo del reportage dal Vercellese, avamposto della produzione di biomassa di derivazione agricola. Un pool di giovani ricercatori ha cerato fabbriche-gioiello da 120 milioni di euro. L’obiettivo è di ricavare 40mila tonnellate all’anno di carburante a basso costo. A Crescentino si “trasforma” anche ogni altro cereale, il gambo del mais, il pioppo e perfino l’eucalipto e l’ultima frontiera è la paglia di riso.

ABRUZZO
ITALIA OGGI – “Abruzzo, guerra Asl L'Aquila-Teramo. Chiodi ritira la delega all'assessore” di Antonello Di Lella sottolinea le ultime vicende politiche nella zona del sisma del 2009. «Si accende lo scontro tra L'Aquila e Teramo e il governatore d'Abruzzo, Gianni Chiodi, ritira le deleghe all'assessore aquilano all'Urbanistica ed alla Protezione civile, Gianfranco Giuliante. A margine di una conferenza sulla sanità, l'assessore ha criticato duramente l'accordo di convenzione raggiunto tra l'università di Medicina dell'Aquila e la Asl di Teramo (città di Chiodi) firmato il 25 marzo scorso e che di fatto produce uno spostamento di molti professionisti dal capoluogo abruzzese all'ospedale teramano di Sant'Omero. Oltre ai docenti è previsto il trasferimento a Teramo anche delle scuole di specializzazione. “Si tratta di un'operazione precostituita in cui si sommano gli interessi del rettore dell'Aquila, Ferdinando Di Orio e del preside della facoltà di medicina e le necessità di Sant'Omero”, ha affermato Giuliante, “burocraticamente la scelta non dipende da Chiodi ma politicamente in questo momento ciò che porta dispiacere all'Aquila fa piacere a Teramo e a Chiodi”. Sono queste le dichiarazioni finite nel mirino del presidente della Regione, che per ora ha messo in stand by l'assessore».