Energia

Rinnovabili: 100 miliardi di investimenti in 10 anni

17 Giugno Giu 2011 1847 17 giugno 2011

Pigni (Aper): «Nuova spinta dopo il no al nucleare»

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Pigni (Aper): «Nuova spinta dopo il no al nucleare»

Addio nucleare, avanti tutta con le rinnovabili. Gli investimenti complessivi per la produzione di nuova energia da fonti rinnovabili nei prossimi dieci anni ammonteranno a circa 100 miliardi e porteranno al raddoppio della produzione, del fatturato e degli occupati. A fare il punto sulle prospettive delle fonti rinnovabili dopo la bocciatura del nucleare nel referendum è Marco Pigni, direttore di Aper, l'Associazione produttori energie rinnovabili: «Lo sviluppo delle rinnovabili nel nostro Paese era già previsto. L'Italia infatti ha recepito la direttiva comunitaria che indica nel 2020 l'obiettivo del 17% di energia da fonti rinnovabili sui consumi energetici finali. Ora con l'abbandono del nucleare ci sarà certamente un’ulteriore spinta, rispetto al piano del governo che prevedeva di produrre dal nucleare circa il 25% del fabbisogno elettrico. Si tratta di circa 70 miliardi di Kwh previsti dal nucleare che andranno redistribuiti tra rinnovabili e termoelettrico di ultima generazione».

Per Pigni è ragionevole stimare che circa 40 miliardi di kwh dei 70 previsti da nucleare arriveranno dalle rinnovabili mentre gli altri 30 dal termoelettrico. «Ciò significa che al 2020 dei 340 miliardi di kwh di energia elettrica previsti, 150 arriveranno dalle rinnovabili e 190 dal termoelettrico. In pratica l'energia elettrica da rinnovabili al 2020 potrebbe passare dal 27% attualmente previsto al 40%. Si tratta di un obiettivo ragionevolmente fattibile che le aziende del settore ritengono raggiungibile».

Ma la questione centrale, accanto agli obiettivi, è anche il modo in cui si raggiungono. «Ogni regione dovrà elaborare dei nuovi piani energetici sulla base delle proprie vocazioni ed in modo che gli obiettivi nazionali risultino dalla virtuosa sommatoria dei 20 obiettivi regionali. Ciò significa che al Sud andrà sviluppato di più il fotovoltaico tradizionale e l'eolico, al Centro e al Nord le bioenergie, il geotermico, l'idroelettrico e il fotovoltaico innovativo integrato negli edifici».

Un obiettivo realizzabile, quello di portare la produzione di energia elettrica da rinnovabili al 40% del fabbisogno del paese, a condizione che ci si muova con chiarezza e sollecitando gli investimenti necessari. «Si tratta di raddoppiare in 10 anni il fatturato del settore, portandolo dai 30 mld attuali a 60-70 mld, e il numero degli addetti dagli attuali 120.000 a 240.000», dice Pigni. Un’operazione che necessita di investimenti significativi stimati in complessivi 100 miliardi nel decennio, a fronte di un onere relativo ai nuovi impianti a carico delle bollette elettriche pari a circa 10 miliardi sempre nel decennio. «Per quanto riguarda i finanziamenti pubblici occorre far salire l'attuale prelievo in bolletta dal 4% all' 7-8 % . Si tratta di attivare un processo che prevede circa 10 miliardi di investimenti ogni anno per i prossimi 10 anni», spiega Pigni

Il rilancio delle rinnovabili, secondo l’Aper, deve essere anche l'occasione per disegnare una nuova politica industriale per il paese. «Attualmente sia il fotovoltaico che l'eolico aono alimentati al 70% da materiali e tecnologie straniere. Dobbiamo porci l'obiettivo di portare l'industria italiana a produrre almeno il 50% dei materiali necessari alle due fonti rinnovabili», afferma Pigni.

Per quanto riguarda l'eolico importiamo da Danimarca, Germania, Spagna e Usa, mentre per quanto riguarda il solare importiamo da Cina, Giappone, Usa e Germania. Negli altri settori, come le bioenergie abbiamo una migliore tradizione italiana e la tecnologia italiana produce circa il 60% dei materiali necessari. Paradossalmente, i dati dicono che il nostro paese, nonostante avesse rinunciato al nucleare con il referendum dopo il disastro di Chernobyl, non ha sviluppato una adeguata tecnologia a supporto delle fonti rinnovabili. Questo perché è stata operata la scelta di puntare su gas e petrolio ritenendo le rinnovabili marginali. Nel periodo 2000-2010 si è continuato a installare centrali a turbogas. «Mentre gli altri paesi hanno creduto alle rinnovabili investendo in ricerca e sviluppo nel settore - afferma Pigni - l'Italia ha mostrato miopia. Ora dobbiamo recuperare il terreno perso. Possiamo farlo investendo sulle rinnovabili di seconda generazione come il solare termodinamico, la geotermia e le acque superficiali. Occorre investire in ricerca e puntare anche sui biocarburanti di seconda generazione come i biocarburanti da legno di scarto, il bioliquido e il biogas da manutenzione boschiva».