SALUTE

6 italiani su 10 temono le frodi a tavola

21 Giugno Giu 2011 1348 21 giugno 2011

Lo svela il Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia realizzato da Coldiretti e Eurispes

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Lo svela il Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia realizzato da Coldiretti e Eurispes

«La credibilità conquistata dagli agricoltori italiani nel garantire la qualità delle produzione è un patrimonio da difendere nei confronti di quanti con le frodi e la contraffazione cercano di sfruttare la fiducia acquisita nelle campagne per fare affari». Lo afferma il presidente della Coldiretti Sergio Marini nel commentare il primo Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia realizzata da Coldiretti e Eurispes, secondo il quale il volume d’affari delle agromafie, ovvero delle attività della criminalità organizzata nel settore agroalimentare, ammonta oggi a 12,5 miliardi di euro (il 5,6% dell’intero business criminale).

Le frodi a tavola sono quelle più temute dagli italiani con sei cittadini su dieci (60 per cento) che le considerano più gravi di quelle fiscali e degli scandali finanziari, secondo l’indagine Coldiretti/Swg, poiché possono avere effetti sulla salute. Al secondo posto (40 per cento) vengono quelle legate al fisco, mentre le truffe finanziarie sono lo spauracchio del 26 per cento degli italiani, seguite a stretta distanza da quelle commerciali, come la contraffazione dei marchi (25 per cento).

«Si tratta - ha sottolineato Marini - di un crimine particolarmente odioso perché si fonda soprattutto sull'inganno nei confronti di quanti, per la ridotta capacità di spesa, sono costretti a risparmiare sugli acquisti di alimenti. Spesso la criminalità si avvantaggia della mancanza di trasparenza nei flussi commerciali e nell’informazione ai consumatori. In questa situazione c’è spazio per comportamenti illeciti dagli effetti gravissimi sia per la salute delle persone che per l’attività economica delle imprese».

Gli ottimi risultati dell’attività di contrasto messa in atto dalla Magistratura e da tutte le forze dell’ordine impegnate confermano la necessità di tenere alta la guardia e di stringere le maglie troppo larghe della legislazione a partire dall’obbligo di indicare in etichetta la provenienza della materia prima impiegata, voluto con una legge nazionale all’inizio dell’anno approvata all’unanimità dal parlamento italiano ma non ancora applicato per le resistenze comunitarie. Occorre rendere pubblici i dati delle aziende italiane destinatarie di prodotti importati. Un’operazione a costo zero che aiuterebbe la trasparenza e permetterebbe di capire dove sono finiti le carni di maiale cilene importate a Modena o i pomodorini tunisini finiti a Ragusa. Sugli scaffali, in particolare, due prosciutti su tre provengono da maiali allevati all’estero senza una adeguata informazione, tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro venduti in Italia sono stranieri mentre la metà delle mozzarelle sono fatte con latte o addirittura cagliate provenienti dall'estero, ma nessuno lo sa perché non è riportato in etichetta. Senza dimenticare il concentrato di pomodoro cinese spacciato come italiano, con le importazioni dalla Cina che corrispondono ormai al 15% della produzione nazionale.
I rischi crescono con l’allungarsi della filiera e l’aumento degli intermediari che si frappongono tra produttore e consumatore perché nei troppi passaggi si infiltra la criminalità che fa aumentare i prezzi e riduce la qualità. Per accorciare la filiera e rendere più diretto il rapporto tra produttori e consumatori la Coldiretti è impegnata nel progetto per una filiera agricola tutta italiana per arrivare ad offrire direttamente senza intermediazioni i prodotti attraverso i mercati degli agricoltori, le botteghe di campagna amica, le nostre cooperative i prodotti agricoli italiani garantiti al cento per cento dagli stessi agricoltori.