Alimenti

Agromafie: un business da 12 miliardi

21 Giugno Giu 2011 1206 21 giugno 2011

Lo rivela un rapporto di Euripses e Coldiretti

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Lo rivela un rapporto di Euripses e Coldiretti

Ammonta a 12,5 miliardi di euro il giro di affari complessivo dell'agromafia: 3,7 mld da reinvestimenti in attività illecite e 8,8 mld da attività illecite. A stimare il business è un rapporto Eurispes - Coldiretti. Il reinvestimento dei proventi illeciti ha come corollario il condizionamento della libera iniziativa economica attraverso attività fraudolente, si legge nel Rapporto, che vanno dall'indebita percezione dei finanziamenti nazionali e comunitari all'attuazione di pratiche estorsive, con l'imposizione di assunzione di forza lavoro e, in taluni casi, l'obbligo ad operatori del settore di approvvigionarsi dei mezzi di produzione da soggetti vicini alle organizzazioni criminali, influenzando in tal modo i prezzi di vendita.

L'intero comparto agroalimentare, dunque, dice a chiare lettere l'indagine, «è caratterizzato da fenomeni criminali legati al contrabbando, alla contraffazione ed alla sofisticazione di prodotti alimentari ed agricoli e dei relativi marchi garantiti». Ma non solo. Non è scomparso affatto il fenomeno del “caporalato”, che comporta lo sfruttamento dei braccianti agricoli irregolari, con conseguente evasione fiscale e contributiva. «I danni al sistema sociale ed economico sono pertanto molteplici, dal pericolo per la salute dei consumatori finali, all'alterazione del regolare andamento del mercato agroalimentare», dicono ancora l'Eurispes- Coldiretti, sulla base dei risultati conseguiti dalle Forze di Polizia.

Ad incentivare il reinvestimento in attività illecite da parte della criminalità, il valore aggiunto di alcuni settori come quello registrato dai comparti dell'agricoltura, caccia e silvicoltura (1,9% del sistema paese), dell'industria alimentare, delle bevande e del tabacco (1,8%), della pesca, piscicoltura e servizi connessi (0,1% ). E non va certo meglio per quei settori "meno appetibili" che pagano la scarsa profittabilità in termini di un calo del numero di occupati e di circa il 35,8% del reddito reale agricolo per occupato tra il 2000 e il 2009 oltre ad un crollo significativo e generalizzato dei prezzi alla produzione.