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Governo sull'orlo del vuoto

14 Ottobre Ott 2011 1359 14 ottobre 2011

Berlusconi non convince, la fiducia forse non basta

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Berlusconi non convince, la fiducia forse non basta

Sull’orlo del vuoto, la maggioranza si affida alla conta per la fiducia. Ma il discorso di Berlusconi alla Camera ha colpito per la debolezza dei contenuti e per l’assenza di novità, soprattutto rispetto allo sviluppo. I giornali continuano a dedicare pagine su pagine alle fibrillazioni del Governo.

“Berlusconi: la fiducia o si va alle urne” titola il CORRIERE DELLA SERA. Segnaliamo solo i commenti fondamentali. L’editoriale di Pierluigi Battista: “Lo specchio della paura”. Scrive a proposito del discorso di Berlusconi: “ Il suo discorso di ieri in Parlamento è stato lo specchio di una paura paralizzante. Vago sui contenuti del decreto per lo sviluppo, per la paura di scontentare qualche fetta o frammento della maggioranza, e in primis il suo ministro dell'Economia da cui lo dividono abissi di diffidenza e di insopportazione. Elusivo sui malumori che attraversano, con tentazioni frondiste e addirittura con malcelate velleità ribaltoniste, il suo stesso partito. Minimizzatore, quando ha ridimensionato a mero incidente tecnico (di cui si è personalmente scusato) il disastro del governo sul Rendiconto generale dello Stato. Il suo unico obiettivo è stato quello di placare gli alleati: Bossi e le turbolenze leghiste, la voracità infida dei Responsabili, i mormoratori del partito. Non ha detto l'unica cosa che avrebbe riscattato l'atmosfera di agonia interminabile che oramai grava sul suo governo: che il centrodestra è pronto ad affrontare il giudizio degli elettori già nei prossimi mesi, che una stagione politica si è irrevocabilmente conclusa e che da questo indubbio fallimento l'elettorato del centrodestra non ne uscirà per forza di cose orfano, sconfitto, senza casa, senza leader”. Marzio Breda a pagina 2: “La linea cauta del Quirinale. Aspettare i fatti”. Annota il quirinalista: “Giudizio sospeso, per non influenzare l'imminente voto di fiducia. E perché, in fondo, ciò che per il presidente davvero conta non è tanto il passaggio parlamentare di oggi, il cui esito è scontato, quanto ciò che verrà dopo. I fatti, appunto. Le uniche «evidenze» alle quali il capo dello Stato può dare affidamento. Anche investire il Colle dei dubbi sui numeri che la coalizione potrebbe aggiudicarsi per un rilancio — come qualcuno fa, pretendendo quasi che l'eventuale mancanza di una maggioranza assoluta condizioni la verifica di Napolitano e lo induca a qualche passo ultimativo sul premier — è assolutamente improprio”. Aldo Cazzullo a pagina 3: “Sbadigli e riforme, lo show di Bossi”. Massimo Franco a pagina 5, nella sua Nota: “La novità è che mentre in precedenza qualunque accenno a un Berlusconi costretto a cedere il passo a un altro esponente del Pdl provocava la sollevazione dei fedelissimi, adesso tutti sono silenziosi. Il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, invita il premier a ufficializzare «quello che dice privatamente» per fare chiarezza. E il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, sostiene che forse Berlusconi «mangerà il panettone», ma non la colomba pasquale. Significa che a fine anno ci sarà la crisi di governo. Il problema è arrivarci senza essere vittima di nuovi incidenti parlamentari; e senza che la precarietà, più vistosa perché negata, alimenti gli attacchi della speculazione finanziaria contro l'Italia”. Paola Di Caro a pagina 8 (che si apre con la protesta della Prestigiacomo, che ha annunciato che non voterà la legge di stabilità): “Troppi tagli, cresce la rabbia. In cinquanta contro il Tesoro”. Gustosa e istruttiva pagina 11, nella quale Alessandro Trocino si cimenta nella missione di descrivere le trenta fazioni che si sono create all’interno del Popolo della Libertà, con tanto di infografica… Scrive Trocino: “Associazioni, fondazioni, gruppi, movimenti, think tank. Aggregazioni che nascono e muoiono nel tempo di un caffè alla buvette, per poi magari risorgere sotto altre vesti, cambiando nomi, simbolo, sito. Addensandosi in agglomerati solidi, dotati di sede, giornale e newsletter, oppure restando allo stato gassoso, entità impalpabili e astratte, in sonno ma pronte a rivendicare affinità e divergenze, strapuntini e dirigenze. In una parola (ancora tabù) «correnti». Volendo, nel solo Pdl, si arriva a superare la ragguardevole cifra di venti, ma dettagliando si arriva agevolmente a trenta”.

“Ma il governo è morto tre giorni fa”: è il titolo dell'editoriale che su LA REPUBBLICA fa il suo fondatore, Eugenio Scalfari. «La fiducia oggi Berlusconi l'avrà» prevede, «ma la navigazione successiva del governo nelle agitatissime acque della crisi non sarà diversa da quella che abbiamo visto dai primi d'agosto in poi». Il nodo però non è sciolto: «Tutto dunque lascia prevedere che il governo e la sua maggioranza, balcanizzati in cricche e caciccati, non sapranno ottemperare alle richieste di Napolitano. Che cosa farà a quel punto il Presidente, di fronte ad un governo sempre meno credibile ma sempre sostenuto dalla fiducia del Parlamento?». C'è poi la questione del famoso “incidente”: «secondo i regolamenti parlamentari, il documento di bilancio non può essere ripresentato se non dopo sei mesi, cosa che certamente non sfuggirà all'impeccabile vigilanza del Capo dello Stato. Allora non c'è soluzione? Dobbiamo restare senza il consuntivo fino al prossimo aprile? E come si potrà costruire il preventivo senza avere certezze e approvazione del consuntivo? Una soluzione c'è: le dimissioni del governo. La fiducia di oggi è un sotterfugio perché la fiducia il governo l'ha già perduta l'altro ieri ed oggi si vota la fiducia ad un governo che l'ha già persa e potrebbe ritrovarla soltanto dopo aver rimesso le dimissioni nelle mani del Capo dello Stato». È appunto sul concetto di incidente privo di conseguenze istituzionali che Berlusconi ha costruito il suo intervento, seguito da una metà Camera non proprio elettrizzata (e sugli sbadigli di Bossi, fulminante ElleKappa: «Il sonno della ragione»... «a volte genera sbadigli»). L'altro concetto – ma per molti osservatori è un pensierino – usato da Berlusconi è il seguente: quando cade il premier eletto dal popolo, si va alle urne. Ora è evidente, nota Gianluca Luzi, che non è così: il Capo dello Stato secondo la Costituzione può e deve esplorare altre strade. Finito l'intervento, l'applauso della maggioranza ha comunque segnato il ritorno alle tribù e al pressing uomo a uomo per arrivare a quota 316. Fra le iniziative del Cavaliere, l'ordine di inserire nel decreto sviluppo il blocco delle ruspe (caro ai deputati campani) che dovrebbero abbattere 67mila prime case abusive. Un espediente già usato e stoppato dalla Lega. Sull'opposizione una doppia pagina per rendere conto delle posizioni dell'Udc, dell'attivismo di Di Pietro (che intende candidarsi alle primarie) della persuasione che accomuna Fini e Bersani, convinti che si andrà al voto fra brevissimo. C'è anche un retroscena dedicato alle manovre nel Pd: “D'Alema seppellisce il governo-ponte Il Pd punta tutto sull'intesa con l'Udc”. Secondo Goffredo De Marchis, l'ex premier, di fatto smentendo la linea dettata da Bersani, sta perseguendo un patto con Casini e ha chiuso l'ipotesi di un governo d'emergenza. Infine la Lega. Bossi si è dichiarato convinto dall'eloquio berlusconiano, ma non tutti sono d'accordo. Flavio Tosi, ad esempio. Il sindaco di Verona ribadisce oggi in una intervista la sua posizione: «Berlusconi si faccia da parte, ci vuole un nuovo governo, con una maggioranza più solida».

Dieci pagine in cui più che con la parole si gioca con i numeri. Molta analisi su quello che sarà ma molto poco su quello che è stato ieri, cioè sul discorso di Silvio Berlusconi alla Camera. Un discorso che è riportato ampiamente da IL GIORNALE a pagina 4 e che è “raccontato” alla pagina seguente (“Bossi sbadiglia: «Tanto non cadiamo»). Si parla di «clima ovattato con Berlusconi mai interrotto dalle urla dell’opposizione che non c’è, coi Radicali appollaiati in undicesima fila» e di «mattinata di puro surrealismo». Un discorso che inizia le scuse per l’”inconveniente” del rendiconto e che prosegue con quello che chi scrive definisce «il menù di giornata»: le richieste di fiducia perché «profondamente consapevole dei rischi che corre il paese», l’attacco ai «sacerdoti della vecchia politica» e il monito a chi vuole far cadere il governo che l’altra strada è il voto. E poi il racconto dello sbadiglio di Bossi e delle reazioni di Tremonti. Un confabulare tra i due ministri e il “famigerato” sbadiglio («in altri momenti, parecchi il capo della Lega perde la concentrazione e si lascia andare a una sequenza di sbadigli, non si sa bene se nove o dodici) con Giulio Tremonti che se ne va senza salutare il presidente del Consiglio in quello che chi scrive definisce la «scena perfetta per raffigurare plasticamente il cattivo rapporto tra i due, anche se poi stanno a quattr’occhi per più di mezz’ora nella sala del Governo finito il rituale». E infine le dichiarazioni dei capigruppo con le citazioni più diverse e le lodi più sperticate a Berlusconi (quelle dei Responsabili). Riferimento, seppur piccolo al discorso del premier lo troviamo nell’editoriale di Vittorio Feltri anche lui molto proiettato al futuro. Si parla di «discorso che è servito a chiarire le idee un po’ a tutti: è inutile polemizzare ogni cinque minuti, conviene fare la conta. O il centrodestra ha i numeri e allora ha il diritto dovere di guidare il paese o non li ha, nel qual caso deciderà poi il Capo dello Stato sul da farsi». Sulle reazioni, o meglio le non reazioni, poco o nulla. Se non un pezzo generale sull’umore Pd in questi giorni, un’opposizione dei democratici che secondo chi scrive ce l’avrebbe con il presidente Napolitano. (“Sull’Aventino col rimpianto di Scalfaro”) per la sua decisione di non aver fatto il ribaltone. Un’irritazione verso il capo dello Stato che per chi scrive «al Nazareno s’affannano a smentire» e che «sarebbe davvero bizzarro se i partiti che hanno eletto Napolitano cogliendone per primi i meriti e le qualità, oggi si ricredessero soltanto perché le loro forze non sono sufficienti a far cadere il governo».

Decide di guardare alla giornata di sabato IL MANIFESTO. L’apertura infatti è dedicata alla manifestazione degli indignati con un eloquente titolo: “Fiducia nel domani”, ma non dimentica quanto successo ieri e quanto succederà oggi (discorso di Berlusconi e voto di fiducia) “«Noi il debito non lo paghiamo», da Roma a Bruxelles spuntano le tende della protesta contro i disastri della crisi in attesa della manifestazione di sabato 15. Oggi il parlamento vota l'ennesima fiducia al governo, e da domani per la maggioranza inizia il conto alla rovescia” spiega il sommario di apertura che rinvia alle pagine 2 e 3, quelle sulla politica nel palazzo, e alle pagine 6 e 7 sugli indignati. A tutto ciò che ruota attorno al discorso di Berlusconi sono dedicati l’editoriale di Andrea Fabozzi “Tempo scaduto” e due richiami il primo “Vuoto di governo, la fine è più vicina” sul discorso di Berlusconi e “Tutti fuori dall’aula uniti per un giorno Bersani: allearsi si può, da Sel all’Udc” che guarda alle opposizioni. Scrive Fabozzi: «Bossi si è svegliato, Tremonti ha fatto finta di applaudire, Scajola ha sollevato gli occhi dal documento che andava leggendo, Maroni ha smesso di fare fotografie con l'iPhone quando a un certo punto del suo intervento alla camera Silvio Berlusconi ha quasi gridato: “Io sono qui”» e prosegue «Ci fossero davvero un po’ di frondisti della maggioranza disposti a rischiare il seggio e la rabbia del cavaliere dovrebbero sfiduciarlo adesso. Mandarlo a casa in autunno. Più avanti sarebbe troppo tardi (...)» e conclude «Nell’immobilismo sarà la forza di gravità a decidere. E le elezioni anticipate, probabilmente la soluzione migliore da tempo ormai, arriveranno prima che il Pd avrà deciso se augurarsele o fare di tutto per evitarle. Se approfittarne per regolare qualche conto interno, giocare per perdere o, addirittura, provare a vincerle». Nelle pagine interne ampio spazio viene dato ai malpancisti, a pagina 3, si apre con “Il buio oltre la conta” con un eloquente occhiello “I ministri litigano, il premier fa l’appello e si aggrappa a Scajola”.

"Discorso modesto per scelte svogliate". Il sempre prudente Stefano Folli, nel commento in prima sul SOLE 24 ORE, non usa mezzi termini: Silvio Berlusconi avrebbe potuto fare uno sforzo e pronunciare alla Camera un buon discorso, percorso da un minimo di «pathos»: in fondo ne andava della sopravvivenza del governo. Invece quello letto ieri è stato uno dei peggiori interventi del presidente del Consiglio. Privo di novità, ripetitivo, generico: un elenco di vaghi propositi mai sostenuti da un impegno concreto, o almeno da una notizia utile ai giornali. Un discorso senza tempo identico ad altri già ascoltati nel passato recente o meno recente. Altro che contrattacco. (…) Si conferma una volta di più che stiamo vivendo il lungo tramonto di un governo, di una stagione politica legata al nome di Berlusconi e forse, chissà, anche del bipolarismo. Nel fine settimana i cattolici si riuniscono a Todi con il cardinal Bagnasco proprio per studiare il futuro dell'area moderata e l'evento ha un preciso significato. Intanto però l'agonia del non-governo (come avrebbe detto Ugo La Malfa) continua inesorabile. Il premier sta riuscendo ancora una volta - salvo colpi di scena - a ingessare la coalizione. Ha rinsaldato l'accordo con la Lega e questo gli permette di essere più ottimista sul suo immediato futuro. S'intende che i problemi restano sul tavolo, tutti irrisolti. Ma la prospettiva di andare a votare comunque ai primi del 2012, perché altro non si potrà fare, aiuta a intravedere una via d'uscita. E carica qualche responsabilità sulle spalle di un'opposizione tutt'altro che lucida. Essere usciti tutti insieme dall'aula di Montecitorio non vuol dire essere pronti a governare insieme. Proprio il contrario. E il disprezzo verso i radicali che sono rimasti ai loro posti "per rispetto verso le istituzioni" è un brutto segnale».

Pierluigi Magnaschi su ITALIA OGGI firma l’editoriale «I parlamentari sono come le bestie feroci in una savana. Nella savana i leoni si organizzano in branchi (partiti) che sono fra di loro ostili. Si guardano in cagnesco. Girano sul territorio ruggendo per delimitarlo. Il conflitto però non è solo fra i branchi ma anche e soprattutto all’interno. Gi scontri fra i branchi-partiti non sono cruenti. Anzi, molto spesso sono solo rituali. Sono recitati, più che combattuti, fanno l’ammuina. Alla volte sparano, sempre a salve. E ciò a beneficio dei loro sostenitori che amerebbero il sangue ma che si accontentano anche del polverone. La rissosità più pericolosa è dentro ai partiti. I leoni che erano vicino al capobranco vedendo che il capo non si muove con l’agilità e la ferocia di un tempo lo provocano per vedere e se e come reagisce. In Parlamento è in atto una redde rationem. Non tra i partiti, come le cronache ci potrebbero far pensare, ma nei partiti».

Quattro pagine dedicate da AVVENIRE alle vicende del governo. Oltre la cronaca del discorso di ieri e delle reazioni politiche (scontata la foto di Berlusconi che parla e Bossi che sbadiglia), è interessante la pagina dedicata alle questioni ancora sul tavolo, in primis il decreto sviluppo. Chiuso «l’incidente» sul rendiconto – nota AVVENIRE - «per il governo e Silvio Berlusconi si apre la difficile partita economica». Il premier «ha in mente due date da non fallire: il 23 ottobre, quando è convocato il Consiglio Europeo» e l’Italia non deve deludere l’Europa con un niente di fatto, e il giorno dopo, quando è convocato il Consiglio di Bankitalia che dovrà dire la sua sul successore di Draghi. Due partite in cui si vedrà se la frattura Berlusconi-Tremonti si ricompone o meno. In particolare, sul Dl sviluppo c’è da placare l’ira di tanti ministri, scontenti dei tagli di Tremonti (in primis la Prestigiacomo, cui AVVENIRE dedica un’intervista in taglio basso, che minaccia di votare contro a causa del taglio del 90% dei fondi a suo dicastero).

"Berlusconi: la fiducia o si vota", titolo a tutta pagina, la prima, su LA STAMPA per quelli che sembrerebbero gli ultimi attimi del governo Berlusconi. Un commento sopra tutti li accompagna, si tratta dell'editoriale di Luca Ricolfi: "La politica del nulla": «Mi sono sforzato di ascoltare, capire, indovinare qualcosa di nuovo: un segnale di apertura, un impegno, un cambiamento. La situazione dell’Italia lo richiedeva e lo richiede, le migliori menti e le istituzioni più autorevoli del Paese da tempo lo invocano. E invece no. Niente. Assolutamente niente. Il vuoto spinto. Nessuno dei luoghi comuni dell’autocelebrazione berlusconiana è stato omesso, non un solo pensiero nuovo è stato enunciato» a cui seguono tre ipotesi che l'editorialista si sarebbe aspettato: l'annuncio di dimissioni da parte del signor B. nel 2012, riforme, coinvolgimento delle opposizioni. Ma nulla di questo, dice Ricolfi, è stato annunciato. Il "Buongiorno" di Massimo Gramellini, spostato in taglio alto per l'occasione, rincara la dose: «Gli sbadigli raccontano la fine di un’altra stagione. Be. e Bo., i rivoluzionari che avrebbero dovuto spazzare via la Casta, sono i nuovi professionisti della politica, aggrappati disperatamente alle poltrone da cui sbadigliano o parlano, come il premier, per non dire assolutamente nulla». L'agonia di un discorso non pronunciato si protrae fino a pagina 9, fra cronache, ulteriori commenti, la Prestigiacomo che si arrabbia per l'ennesima volta contro Tremonti perché costui le avrebbe tagliato ulteriori fondi, il ruolo di Scajola nel nuovo ruolo di dissidente attivo, la fuga fuori dell'aula dell'opposizione, più scenica che funzionale e il retroscena scritto da Ugo Magri dal titolo "Fiducia, la 'soglia psicologica' che spaventa Berlusconi": «Secondo tale dottrina, se la messe dei voti pro-Silvio fosse inferiore a quota 315, dunque alla metà dei seggi alla Camera, la prognosi del governo sarebbe infausta: tempo una decina di giorni e andrebbe in crisi, magari per un nuovo incidente parlamentare. Come tutte le teorie, pure questa si porta appresso dei corollari. Il più gettonato si chiama «effetto cascata». Recita così: il governo che va sotto alla Camera finisce per dissolvere pure la maggioranza fin qui granitica del Senato. Si spalancherebbe la strada per un governo di tregua che, al momento, lascia scettico il Capo dello Stato, ma a crisi aperta magari Napolitano cambierebbe idea...». Amen.

E inoltre sui giornali di oggi:

LIBIA
IL MANIFESTO – Richiamo in prima pagina e ampio articolo a pagina 8 per “La denuncia di Amnesty Prigionieri torturati il Cnt come Gheddafi”. A pagina 8 l’articolo ripercorre la denuncia di Amensty International che ieri ha diffuso i risultati dell’investigazione compiuta tra Tripoli, Misurata e as – Zawiya in cui vegono documentate le torture cui sono sottoposti i 2500 detenuti “senza alcun freno”. Così l’esordio dell’articolo «Sarà anche vero, come ha detto ieri il presidente Obama parlando della “nuova Libia”, che il cammino dalla dittatura alla democrazia “è sempre incerto e pieno di pericoli” ma che alla fine “lo spirito umano” vincerà”. Intanto, però, in attesa della vittoria finale dello spirito umano e della democrazia, su quel cammino appaiono tute le incertezze e tutti i pericoli (...)». Nella stessa pagina un’intervista allo storico Angelo Del Boca che commenta quella che viene definita nel titolo “La «bestemmia» di Jalil” cioè la dichiarazione del presidente del Cnt per cui il colonialismo italiano «ha rappresentato un periodo di grande sviluppo nelle infrastrutture e costruzioni, nell’agricoltura e la legge permetteva processi giusti» fulminante la prima risposta di Del Boca riferita a Jalil «Che non abbia riletto bene la stria del suo paese»

SUSSIDIARIETA’
AVVENIRE - Dà conto del convegno svoltosi ieri (moderava i direttore Tarquinio) sulla legge Crispi (nazionalizzazione delle opere pie), pretesto per parlare invece del welfare odierno, di sussidiarietà, di ruolo del privato sociale nell’assistenza e nella sanità. Attorno al tavolo, Giuliano Amato, il ministro Sacconi, Andrea Olivero (Acli), Eugenia Roccella, Luca Antonini, Lino Del Favero (Federsanità), tutti concordi sul fatto che quella nazionalizzazione «dissipò» un patrimonio di opere «quando alla gestione comunitaria si è sostituita l’algida funzione dello Stato » (Sacconi).