La crisi di Governo

Governo Monti, cosa tenere e cosa buttare

10 Dicembre Dic 2012 1243 10 dicembre 2012

Occorre che il prossimo esecutivo che ci sia o meno Monti «comprenda appieno una delle più significative specificità della realtà italiana: quella di aver inventato e attuato per prima il modello del terzo settore produttivo»

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Monticrisi
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Occorre che il prossimo esecutivo che ci sia o meno Monti «comprenda appieno una delle più significative specificità della realtà italiana: quella di aver inventato e attuato per prima il modello del terzo settore produttivo»

Cosa tenere e cosa buttare dell'agenda Monti, dopo la chiusura del governo tecnico guidato dal professore della Bocconi? la risposta nell'intervento dell'ex presidente dell'Agenzia per il Terzo settore, Stefano Zamagni.


Per comprendere quale spazio l’agenda Monti riserverà al non profit, a prescindere dal ruolo che il Professore potrà ricoprire nell’assetto istituzionale che uscirà dalle prossime elezioni, occorre porsi in una prospettiva storica. Il primo nucleo di riflessioni sul welfare risale al 1919 quando in Usa grandi imprenditori come Carnegie, Rockfeller ed Henry Ford siglano una sorta di patto da cui nasce il cosiddetto “welfare capitalism”. L’idea è che devono essere le imprese a farsi carico del benessere dei dipendenti e delle loro famiglie. Il “welfare capitalism” nasce quindi sul principle of restitution, il principio di restituzione: le imprese fanno profitto grazie alla comunità di riferimento e quindi devono sentirsi moralmente tenute a restituire parte di quel profitto alla comunità stessa. Il punto di debolezza di questo modello è che non garantisce l’universalismo. Ovvero non garantisce diritti, ma solo aspettative legittime di benessere. Questa è la ragione per cui esattamente 20 anni dopo, nel 1939 Keynes, avrebbe scritto un saggio intitolato Welfare and democracy,per sostenere la necessità di un welfare universalista. Ovvero che i servizi, soprattutto in ambito sanitario e sociale, devono soddisfare la condizione di universalità, perché i cittadini godono di diritti fondamentali che non possono essere condizionati dall’appartenenza a questa o a quell’impresa.

L'economista Stefano Zamagni


Così nacque il “welfare state”: è lo Stato a farsi carico delle condizioni di bisogno dei suoi cittadini dalla culla alla bara. Questo modello da 20 anni a questa parte è però entrato in crisi. Una crisi dovuta sia a ragioni fiscali (le risorse non bastano più a finanziare i servizi), sia dovuta al fatto che il welfare statale non soddisfa il criterio della personalizzazione dei bisogni. Lo Stato deve trattare tutti alla stessa maniera e di conseguenza eroga i servizi in maniera indifferenziata, ma le necessità di un cittadino di Palermo non sono le stesse di uno di Milano. Da qui un’insoddisfazione generalizzata. La riprova è che in Italia la spesa sociale pro capite è in linea con quella degli altri paesi europei, mentre il coefficiente di Gini, che misura le disuguaglianze, è 0,36, mentre in Svezia è pari a 0,22.
Preso atto della crisi del “welfare state” si aprono due alternative. La via del ritorno al welfare capitalism in una forma rinnovata ed estesa è la soluzione prospettata dai neoliberisti. In questa prospettiva spetterebbe alle aziende, in un’ottica di responsabilità sociale d’impresa, farsi carico sia del finanziamento, sia delle modalità erogative. Allo Stato spetterebbe un intevento di indirizzo e di controllo, cosa che nel 1919 mancava.

L’altra via, che io favorisco, è quella invece della “welfare society”. L’idea è che l’intera società deve farsi carico dei bisogni dei cittadini. La società è composta da tre sfere: quella degli enti pubblici, quella del mondo delle imprese e quella della società civile organizzata, il cosiddetto “terzo settore”. Le tre sfere devono interagire fra loro in maniera sistematica sia nella fase della progettazione/programmazione, sia nel momento della gestione dei servizi. Questo schema traduce il principio di sussidiarietà circolare, che va oltre la versione della sussidiarietà orizzontale che è alla base del “welfare capitalism”.

Ora il punto è capire quale strada imboccherà Montio chi guiderà il prossimo esecutivo: la sua attuale agenda è un’agenda riferita a un periodo di straordinaria amministrazione. Lui potrebbe spiegare che nessuno gli ha chiesto di attuare questa transizione, e che il suo compito era piuttosto quello di fermare la speculazione e di ridurre lo spread etc., non di riformare il welfare. Se ora guardiamo avanti la domanda diventa: quando si passerà da un governo tecnico a un governo politico, la linea Monti è compatibile con il progetto della welfare society?

A mio parere la risposta è questa: sì, a patto che Monti comprenda appieno una delle più significative specificità della realtà italiana: quella di aver inventato e attuato per prima il modello del terzo settore produttivo. Il mondo anglosassone, invece, ha sempre preferito il modello del terzo settore distributivo. Ecco perché la recente diatriba a proposito dell’applicabilità dell’IMU alle realtà non profit poggia su presupposti sbagliati. Considerare commerciale qualsiasi attività che si traduce in una “offerta di beni e servizi di mercato” – come recitano le circolari europee – significa dare per scontato che tutti gli enti di terzo settore debbano essere di tipo distributivo. Il che è una palese violazione della verità dei fatti, oltre che del principio di libertà sociale. L’UE non è stata voluta dai suoi padri fondatori per annullare le identità nazionali, che dicono della specifica matrice culturale di ciascun paese, né per difendere gli interessi di alcuni paesi a scapito degli altri. Si vada a rileggere il celebre discorso di Jacques Delors sul principio di sussidiarietà del 1994. Sono dell’avviso che, a breve termine, il nostro terzo settore conoscerà un rilancio, una sorta di nuovo rinascimento: sono parecchi i segnali che indicano un tale movimento. Si tratta solo di dare ali ad antiche radici.