L'analisi di Cristiano Gori

Sul Welfare Berlusconi e Monti pari sono

19 Dicembre Dic 2012 1215 19 dicembre 2012

Tante erano le opzioni possibili su come suddividere i costi del risanamento tra le varie fasce della popolazione. Fare proprie le decisioni nel sociale del precedente Governo ha significato prendere una posizione precisa in merito

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Berlusconi Monti
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Tante erano le opzioni possibili su come suddividere i costi del risanamento tra le varie fasce della popolazione. Fare proprie le decisioni nel sociale del precedente Governo ha significato prendere una posizione precisa in merito

Berlusconi e Monti pari sono. Almeno sul Welfare. A sostenerlo è uno degli osservatori “tecnici” più apprezzati dello stato sociale italiano, Cristiano Gori che ha esplicitato il suo “Punto di vista” sul portale dell’Istituto di ricerca sociale Lombardiasociale.it.

«C’è continuità tra governo Monti e governo Berlusconi. Quest’ultimo riteneva che il sostegno pubblico alle persone deboli fosse da ridimensionare e a tal fine aveva introdotto precisi provvedimenti, iniziando ad attuarli. Il Governo Monti ne ha proseguito la realizzazione», osserva Gori .

BERLUSCONI
«Da sempre, in Italia, gli interventi sociali ricevono finanziamenti pubblici inadeguati e sono relegati ai margini del confronto politico. I Governi succedutisi lungo gran parte della seconda repubblica (dal suo avvio, nel 1996, sino al 2008) hanno condiviso, almeno a parole, la necessità di modificare questa situazione. Alcuni miglioramenti sono stati effettivamente introdotti, perlopiù dagli Esecutivi di centro-sinistra, ma senza raggiungere i risultati necessari. Nonostante la crescita, infatti, la spesa dedicata è rimasta ben al di sotto della media europea. Inoltre, sono mancate le riforme nazionali necessarie a consolidare il sistema, messe nel frattempo in attoda tutti i paesi europei simili a noi tranne la Grecia. L’ultimo Governo Berlusconi (2008-2011) ha cambiato, in profondità, lo scenario politico. Il Ministro del Welfare, Sacconi, ritenevache la spesa pubblica per il sociale fosse eccessiva e corrosa da innumerevoli sprechi. Non intendeva, dunque, rafforzare i sostegni pubblici esistenti bensì ridurli, consolidando quel welfare privatistico – invero già dominante in Italia – basato sulle famiglie che si prendono cura dei propri carie sulla beneficenza privata. Tale posizione, argomentata con toni veementi e senza alcun dato empirico a sostegno, si è tradotta in varie azioni. La principale consiste nel drastico taglio dei fondi statali per le politiche sociali,passate da 2.526 milioni (2008) a 200 milioni (2013),con un calo pari al 92%».

MONTI
«Il governo Berlusconi parlava spesso di politiche sociali per sottolineare la necessità di ridurle, mentre l’attuale Esecutivo non ne parla (quasi) mai. Se, dunque, nella comunicazione pubblica c’è differenza tra le due compagini, nelle scelte si registra continuità: Monti ha fatto proprie quelle del predecessore. Ha confermato, innanzitutto, i tagli ai fondi per le politiche sociali, che – nati nel 2000 con lo scopo di costituire l’architrave statale a sostegno dei servizi sociali forniti dai Comuni – dal prossimo anno, in base ai dati ufficiali, non esisteranno più. Questi tagli si collocano in un quadro complessivo di decisioni sfavorevoli al welfare locale, come le ampie decurtazioni ai trasferimenti indistinti destinati alle amministrazioni municipali e l’innalzamento dell’Iva per le cooperative sociali. In diverse occasioni, inoltre, il Governo ha avviato iniziative che avrebbero comportato un ulteriore restringimento degli interventi sociali, iniziative poi abbandonate in seguito alle proteste di associazioni ed Enti Locali o all’intervento delle responsabili in materia, il Ministro Fornero e il Sottosegretario Guerra. Si tratta dell’ipotesi di finanziare parte della riforma degli ammortizzatori con ulteriori tagli al sociale (in primavera), dei provvedimenti avversi al terzo settore nella prima versione delle spending review (in luglio) e delle penalizzanti misure per le persone non autosufficienti e i loro familiari nel testo iniziale della legge di stabilità».

UN CHIARO SEGNALE POLITICO
Da qui la conclusione di Gori: «L’Esecutivo ha avuto vincoli stringenti da rispettare – lo sforzo di risanamento e l’impegno preso con la Banca Centrale Europea di assegnare priorità, nel welfare, alle riforme delle pensioni e del mercato del lavoro –ma ciò non rendeva necessario indebolire il settore sociale. Tante erano, infatti, le opzioni possibili su come suddividere i costi del risanamento tra le varie fasce della popolazione. Fare proprie le decisioni nel sociale del precedente Governo ha significato prendere una posizione precisa in merito».