polemiche

Cooperazione addio (senza rimpianti)

25 Marzo Mar 2013 0100 25 marzo 2013

Il governo del Canada chiude l'Agenzia per gli aiuti internazionali, e l'opposizione grida allo scandalo. Ma un giornale va controcorrente e scatena il dibattito: "Meglio così, tanto gli aiuti non sono mai serviti a niente". Vero o falso?

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Il governo del Canada chiude l'Agenzia per gli aiuti internazionali, e l'opposizione grida allo scandalo. Ma un giornale va controcorrente e scatena il dibattito: "Meglio così, tanto gli aiuti non sono mai serviti a niente". Vero o falso?

La decisione non è di quelle che si prendono alla leggera, ma è stata presa: il Canada ha deciso di chiudere di fatto la propria agenzia per gli aiuti internazionali allo sviluppo (la Cida, in pratica un ministero), accorpandola al ministero degli Affari Esteri. Il motivo è il solito, la necessità di tagliare il bilancio, ma la sorpresa è stata che la decisione non è stata salutata da tutti come una disfatta, ma al contrario si sono levate alcune voci controcorrente che sostengono che, in fondo, gli aiuti allo sviluppo dei governi non servono a molto.

La Cida (Canadian International Development Agency) venne fondata nel 1968 sulle ceneri di un Dipartimento del ministero degli Esteri, ma da subito ottenne uno status indipendente ed è tuttora presieduta da un vero ministro. La decisione del governo canadese, giunta a sorpresa il 21 marzo, riguarda non la soppressione dell'Agenzia ma il suo accorpamento nel ministero degli Affari Esteri: in pratica dopo 45 anni si torna al Dipartimento e gli aiuti internazionali non avranno più né un ministro dedicato né un bilancio significativo. Tutte circostanze che hanno fatto parlare di chiusura, e spinto i leader dell'opposizione laburista a gridare al "decreto di sparizione".

Ma ecco, a sorpresa, un editoriale apparso sul più importante quotidiano del paese, The Globe and mail, getta il sasso nello stagno e scatena il dibattito con questa semplice tesi: chiudere l'Agenzia per gli aiuti allo sviluppo non è un dramma, tanto non è mai servita a molto. "Quando la Cida nacque", argomenta il quotidiano (che ha dedicato al tema, oltre all'editoriale, una mini-guida e uno speciale di otto pagine, sommerso di commenti), "il mondo era molto diverso da oggi. Violenza, povertà, sovrappopolazione e dittature erano molto più diffusi. Le catastrofi umanitarie erano peggiori di oggi: nel 1962 in Cina morirono 45 milioni di persone a causa di una carestia, nel 1968 un milione in Africa Occidentale e un altro milione nel 1974 in Bangladesh". Insomma, uno scenario drammatico che portò molti governi ad agire, inaugurando la stagione degli aiuti internazionali.

Le cose però non migliorarono per altri trent'anni - continua The Globe - fino agli anni 90, quando il mondo conobbe rapidi miglioramenti sia in termini di democratizzaazione che di riduzione della povertà, un trend che fortunatamente continua ancora oggi. "Nel frattempo gli aiuti allo sviluppo si sono trasformati in un'industria mondiale, che occupa decine di migliaia di addetti e lancia complesse e costose missioni i cui risultati rimangono incerti. La Cida spende miliardi ogni anno, a volte per prevenire atti di terrorismo, a volte per aprire nuovi mercati. Di tanto in tanto, per aiutare la popolazione".

L'articolo ripercorre poi in breve le varie vicende degli aiuti canadesi, dalle prime azioni che si concentrarono soprattutto nel costruire strade, dighe ed aeroporti nei paesi poveri, alla fase di appoggio a governi ritenuti affidabili (ma spesso corrotti) alla fase di sostegno all'agricoltura locale. Tuttavia "il bilancio dei primi dieci anni di attività fu deludente: nel 1978 si erano spesi 1,2 miliardi senza che l'impatto nei paesi poveri fosse significativo, a detta della stessa Agenzia". Negli anni 80 forse il periodo più nero, quando la maggior parte dei fondi rimase in patria a causa della decisione dei governi dell'epoca di investire in macchine agricole e tecnologia da esportare nei paesi in via di sviluppo: il 60% delle risorse venne allocato in questo modo, e a fronte di una cinquantina di operatori all'estero, l'agenzia aveva un migliaio di dipendenti a Ottawa. Fino al 2007, comunque, la pratica degli "aiuti in cambio di esportazioni" era molto diffusa.

Conclusione? "Gli ultimi vent'anni hanno visto la più significativa riduzione della povertà mondiale della storia. Peccato che gli aiuti internazionali non ne abbiano il merito, e recenti studi abbiano dimostrato la mancanza di legami diretti tra crescita economica e progetti di aiuto. Un sondaggio realizzato intervistando 6000 persone beneficiarie di qualche forma di aiuto internazionale lo conferma: tutti sono felici di aver ricevuto denaro e sostegno, ma non ritengono che sia stato determinante per il miglioramento della loro situazione. In 45 anni tutto è cambiato", finisce l'articolo, "parlare di primo e terzo mondo non ha più senso, l'uno non ha più bisogno dell'altro per esistere. Le ragioni per mantenere un canale di sostegno verso gli angoli più poveri del mondo ci sono ancora, ma la fine degli aiuti allo sviluppo non è da rimpiangere troppo".