Aibi

Senza kafala i figli non sono tutti uguali

16 Luglio Lug 2013 1942 16 luglio 2013

L'appello di Aibi alla ministra Kyenge perché sia riconosciuto l'istituto islamico della kafala. Obiettivo promuovere una vera e autentica equiparazione fra tutti i figli, naturali e adottivi, cristiani e musulmani.

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L'appello di Aibi alla ministra Kyenge perché sia riconosciuto l'istituto islamico della kafala. Obiettivo promuovere una vera e autentica equiparazione fra tutti i figli, naturali e adottivi, cristiani e musulmani.

«Da oggi esistono figli senza aggettivi», così il premier Enrico Letta ha commentato il 12 luglio il via libera al provvedimento che abolisce la distinzione tra figli legittimi e naturali. Ma non è proprio completamente vero che non esistono più figli di serie A e figli di serie B, questa distinzione esiste ancora perché non sono bastati 17 anni all’Italia per ratificare la Convenzione dell’Aja del 1996 sulla protezione dei minori. Siamo l’unico Paese europeo a non averlo fatto e questo perché per anni si è sostenuto che la kafala, forma di protezione dell’infanzia nei Paesi islamici, fosse contraria al nostro ordinamento.

A pochi giorni da queste dichiarazioni Aibi torna alla carica e fa appello alla ministra Cécile Kyenge che, riconoscono all’associazione, si è subito mossa per far procedere la discussione sull’equiparazione dei figli naturali e legittimi, ma si è dimenticata dei bambini in regime di kafala. Non solo: il dibattito politico si è acceso sul tema dello ius soli e, ancora una volta, sottolinea una nota di Aibi «nulla è stato detto a proposito dell’adozione dei minori dell’Islam».

Per i bambini adottati l’uguaglianza è lontana. Esistono, infatti, i bambini abbandonati dei Paesi islamici che non possono essere accolti da famiglie residenti in Italia. Non solo, ci sono tanti bambini che non possono neanche entrare nel territorio italiano pur essendo affettivamente e legalmente uniti, grazie a un provvedimento di kafala appunto, a coppie residenti in Italia di nazionalità mista, di cui almeno una persona è originaria del Paese di origine del minore.
Il risultato del non riconoscimento della kafala nel nostro ordinamento nega ai minori musulmani adottati dai Paesi a maggioranza islamica di essere giuridicamente considerati figli.
«Spero che il nostro Stato confermi la propria attenzione al riconoscimento dei diritti dell’infanzia in maniera scevra da qualunque discriminazione», rimarca Marco Griffini, «e promuova, quindi, la creazione di uno spazio europeo – e non solo – in cui le decisioni sui minori vengano rispettate uniformemente e al di sopra della legislazione dei singoli Stati».

Aibi lancia quindi un appello alla ministra Kyenge, neo eletta presidente della Cai, chiedendole di farsi carico di questo problema e di sollecitare la ratifica da parte delle competenti istituzioni della convenzione perché la kafala venga riconosciuta dall’Italia al più presto.

La nota di Aibi si chiude con un accorato appello all’eliminazione «del vergognoso ritardo del nostro Paese nel settore del diritto all’infanzia» perché si promuova «una vera ed autentica equiparazione fra tutti i figli, naturali e adottivi, cristiani e musulmani».