L'intervista

Cristiano Gori: contro la povertà il Sia non basta

3 Ottobre Ott 2013 1700 03 ottobre 2013

Il coordinatore del Patto aperto contro la povertà spiega: «il Sia vuole dare linee generali di indirizzo, una sorta di cornice di riferimento che poi deve essere declinata in azioni concrete»

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Poverta 2011
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Il coordinatore del Patto aperto contro la povertà spiega: «il Sia vuole dare linee generali di indirizzo, una sorta di cornice di riferimento che poi deve essere declinata in azioni concrete»

Mantendo la promessa, a metà settembre il ministro Enrico Giovannini ha presentato la sua idea per creare anche in Italia una misura di contrasto alla povertà assoluta. È stata chiamata SIA – Sostegno per l’Inclusione Attiva, a sottolineare il carattere inclusivo e di attivazione dei beneficiari. Cristiano Gori, che insegna Politiche sociali alla Cattolica di Milano, faceva parte di quel gruppo di esperti chiamati dal ministero, ma è anche coordinatore del Patto aperto contro la povertà lanciato a luglio da Acli e Caritas, che avevano a loro volta elaborato il progetto di un Reddito d’Inclusione Sociale, il REIS.

Professore, qual è la novità del SIA?
Di per sé il SIA mette in fila per punti e in sintesi quello che bisognerebbe fare sul contrasto alla povertà, e sono passi condivisi da tutti. Inoltre il Sia vuole dare linee generali di indirizzo, una sorta di cornice di riferimento che poi deve essere declinata in azioni concrete. Quindi la novità non sta nei contenuti del SIA, ma nel fatto che l’ultima volta che un Governo italiano ha pensato a una misura contro la povertà è stato nel 1998, con Livia Turco.

Sono passati 15 anni. E l’Italia è rimasto l’unico Paese europeo – insieme alla Grecia - a non avere una misura di contrasto alla povertà…
Nel frattempo però in Italia la povertà assoluta è raddoppiata: è fondamentale porre questo dibattito nella realtà. Oggi siamo di fronte al fatto che la povertà assoluta riguarda l’8% della popolazione, contro il 4,1% del 2005. E finita la crisi, la povertà assoluta non si ridurrà più di tanto, perché una maggiore povertà è strutturale nell’Italia di domani. E un altro dato: una volta si diceva che la povertà assoluta erano il Sud e le famiglie numerose, mentre negli ultimi sette anni l’area in cui la povertà è cresciuta di più è il Nord, dove le persone povere sono passate dal 2,5 % al 6,7%. Questo è cruciale, anche perché politicamente cambia tutto.

Se tutti sono d’accordo sul cosa bisogna fare, il nodo centrale è quello dei finanziamenti...
Esatto. Il REIS era stimato 6 miliardi, la commissione per il SIA ne ha stimati 7. Però come ha precisato il ministro Giovannini questo dovrebbe essere l’obiettivo a regime, tra alcuni anni. La commissione scrive nero su bianco che per cominciare servono 1,5 miliardi. Senza questo limite minimo di impegno è impossibile varare un programma che abbia la caratteristica dell’universalità. Con quella cifra raggiungeremmo non tutte le famiglie in povertà assoluta, ma quelle nella metà più bassa. Se si vuole a 1,5 miliardi si può arrivare in un anno o due, su questo non c’è dubbio.

Come?
Il documento del Governo fa due ipotesi principali, senza esprimere una preferenza tra le due vie. Una è quella formulata dall’IRS e dal Capp dell’Università di Modena, l’altra è quella del REIS: sono due scuole di pensiero. La prima dice che bisogna recuperare risorse dalla spesa assistenziale che oggi va ai non poveri, la nostra invece considera una molteplicità di opzioni. Il punto vero è che si sta vendendo una soluzione tecnica per una scelta politica: non è che non ci siano risorse, ce ne sono poche e quindi la politica deve definire le priorità per la collettività. È da qui che si deve partire. Allora bisogna battersi perché la povertà salga fra le priorità degli schieramenti politici.

Voi avevate lanciato un “patto contro la povertà”: che riscontri avete avuto?
Abbiamo ricevuto molte adesioni, per cui oggi non siamo più Acli e Caritas ma l’Alleanza contro la Povertà: un gruppo di pressione composto da Forum Terzo Settore, Acli, Caritas, Cgil, Cisl, Uil, Regioni e diverse associazioni. Sul quadro generale – il SIA – siamo tutti d’accordo, ora discutiamo un piano attuativo per passare ai fatti: noi stiamo istituendo un tavolo tecnico con un rappresentante per ogni soggetto dell’Alleanza, per riesaminare la proposta del REIS e assorbire al suo interno i suggerimenti e le idee provenienti dai diversi soggetti dell’Alleanza.

Il Governo invece come si muoverà?
Bisognerà coinvolgere il Parlamento e siccome il Terzo settore ha, giustamente. lamentato di non essere stato consultato, immagino che il ministro ora avvierà delle consultazioni con le parti sociali. Io vedo due rischi: il primo è che si vada per le lunghe e non si riesca a inserire alcuna misura nella legge di stabilità. Il secondo è che siccome soldi non ce ne sono, si stanzino 200milioni per l’ennesima social card dicendo che è “un primo segnale di attenzione”, che però non porta a niente. Spero che questo ce lo eviteranno, anche perché il ministro Giovannini il paletto del miliardo e mezzo lo ha posto.

Un intervento di Cristiano Gori su questo tema è ospitata anche nel numero di Vita in edicala da domani all'interno di un'inchiesta sulle inefficienze delle misure di sostegno alle povertà, famiglie e non autosufficienze del sistema imperniato sulle erogazioni dell'Inps