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Sud, il sociale può davvero essere una leva di sviluppo?

23 Ottobre Ott 2013 2105 23 ottobre 2013

A partire dalla tesi del saggio di Carlo Borgomeo “L’equivoco del Sud”, Cristiano Gori, Giuseppe Ambrosio, Massimo Coen Cagli, Aldo Bonomi, Katia Stancato e Marco Percoco ospiti della redazione di Vita si sono confrontati sulle reali possibilità dei soggetti dell’economia civile nelle aree più fragili del Paese

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Borgomeo
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A partire dalla tesi del saggio di Carlo Borgomeo “L’equivoco del Sud”, Cristiano Gori, Giuseppe Ambrosio, Massimo Coen Cagli, Aldo Bonomi, Katia Stancato e Marco Percoco ospiti della redazione di Vita si sono confrontati sulle reali possibilità dei soggetti dell’economia civile nelle aree più fragili del Paese

Quella che leggete è la trascrizione dei passaggi più rilevanti della Tavola rotonda che si è tenuta nella redazione milanese di Vita lo scorso 7 ottobre per raccogliere le repliche di pensatori ed esperti di Meridione e Terzo settore al saggio di Carlo Borgomeo “L’equivoco del Sud” (per acquistarlo clicca qui). Opinioni differenti tra i relatori, ma con due comuni denominatori 1. Il problema del Meridione non sono tanto le risorse, quanto la gestione delle stesse, un deficit di comunità; 2. Il Terzo settore specie in quelle aree sconta una pesante assenza di capacità di rappresentanza nonostante le leadership già esistenti.

Partecipanti:
Carlo Borgomeo (nella foto), Presidente Fondazione con il Sud
Cristiano Gori, docente di politica sociale all'Università Cattolica
Giuseppe Ambrosio, consultant di Unicredit Foundation, docente all’università di Taranto
Massimo Coen Cagli, Direttore scientifico di Scuola di Roma Fund-raising.it
Aldo Bonomi, editorialista del Sole 24ore, direttore di Aaster
Katia Stancato, Economista sociale, Responsabile nazionale Terzo settore e volontariato Scelta Civica
Marco Percoco, docente Economia regionale e valutazione delle politiche di
sviluppo presso l'Università Bocconi di Milano




CARLO BORGOMEO:
Di Sud si discute solo in termini di trasferimento dei soldi. Invece bisogna fare opinione, fare cultura su qual è il divario vero. Si discute troppo sul divario del PIL tra Nord e Sud. Il divario vero è un altro. L’obiettivo non è pareggiare il PIL, bensì pareggiare le condizioni minime di civiltà del territorio. Operazione non indolore, perché questo schema retrivo tiene in vita il Sud. Male, ma lo tiene in vita.
Poi occorre discutere sull’offerta politica: quali sono le priorità? A mio avviso, bisogna declinare quello che Barca ha fatto scrivere riguardo al concetto di cittadinanza. Io, più modestamente, parlerei esplicitamente di asili nido, assistenza sociale agli anziani non autosufficienti, inclusione dei disabili: sociale puro, non welfare tradizionale nostro. Io parlo proprio di servizi sociali, che hanno conosciuto quei tagli violentissimi che tutti conosciamo negli ultimi dieci anni. Vedo due percorsi veri: uno culturale generale e uno sulla battaglia per le politiche di sviluppo. In tutto questo c’è un convitato decisivo che è il Terzo Settore.
Un settore che deve tirar fuori una maggiore propensione politica, si convinca e provi a convincere gli altri sul fatto che questi temi sono funzionali allo sviluppo. La Basilicata e buona parte della Puglia sono un po’ più avanti rispetto a Calabria meridionale, provincia Napoli e Caserta, buona parte della Sicilia: è palese che in queste regioni il mio schema è indispensabile. Non è un’ipotesi buonista, la mia. Vi faccio l’esempio di Siderno, Librino, Paolo Sesto: luoghi in cui è chiaro che se arrivano i soldi calati dall’alto la situazione peggiora, perché la densità istituzionale è carente, non c’è una corretta utilizzazione delle risorse.
Conosco bene il Meridione, ci sono 25-30 quadri del Terzo Settore che se li sogna qualunque altra organizzazione o settore meridionale, con un discreto numero di donne: sono la classe dirigente potenziale (quadratura, struttura, capacità strategica). Ma non hanno una rappresentanza forte, e questa è la grande questione: un po’ anche per colpa loro, ma non si impegnano sulla dimensione politica.
La scuola di Formazione Quadri Terzo Settore è un’operazione importante: la Fondazione con il Sud che presiedo vi investe un milione di euro all’anno, mettendo in formazione centinaia di persone. Qual è l’obiettivo che dobbiamo raggiungere attraverso la formazione? Aumentare le competenze tecniche in senso stretto: non bisogna solo parlare del bando all’assistenza domiciliare agli anziani, i dirigenti del Terzo settore devono essere preparati anche sul programma triennale di sviluppo della Provincia. Cos’è che manca al momento? Qualcuno che faccia il leader, qualcuno che faccia saltare le inerzie. Qui c’è il cuore del problema: il bisogno di una leadership diffusa, che porta con sé la rinuncia alle leadership di settore.
I fondi strutturali impiegati al Sud sono stati pochi. Cosa succedeva in tutte le regioni fino a un anno fa? La classe politica locale che cosa diceva? “I soldi ci sono, ma te li do solo se mi fai il progetto”. La classe dirigente è abituata a campare sul fatto che ci sono soldi aggiuntivi, erano contenti che non si spendessero perché in questo modo potevano dire di averceli. Di conseguenza quale che fosse l’argomento (cultura, sport, infrastrutture) la discussione finisce con la stessa frase: “Poi ci sono i fondi strutturali della Regione”. Io dico che sarà meglio quando non ci saranno più.
Bisogna ragionare sui tempi lunghi per la risoluzione dei problemi al Sud, perché la reiterata logica di emergenza ha distrutto le regioni. La Sicilia ad esempio è stata scientificamente distrutta: un giovane su nove impiegato nei lavori socialmente utili tra la fine anni 80 e i primi 90. Una follia. Il modello dall’alto che non dialoga col basso è completamente morto. Piuttosto che rivendicare che ci sono risorse per il Terzo Settore Dobbiamo pensare a una modifica genetica delle organizzazioni perché se restano i criteri tradizionali (accreditamenti, fideiussioni) facciamo il napalm del Terzo Settore meridionale.



CRISTIANO GORI
Terzo Settore come soggetto politico? È una richiesta nazionale, non solo meridionale. Il Terzo Settore deve fare proposte politiche per tutta la collettività. Il Terzo Settore oggi non ha le tecnicalità per agire sui dirigenti, gran parte delle persone non sono in grado di interagire col decisore pubblico. Terzo Settore al momento fa solo un discorso di sussidiarietà in termini generali. Qual è l’altro problema? Che in questa fase di risorse scarse il Terzo Settore è spinto a non fare politica ma a difendere a tutti i costi i finanziamenti: nella difficoltà ognuno lotta per sopravvivere.


MARCO PERCOCO
La qualità della vita è una delle determinanti più importanti perché un territorio possa svilupparsi. Faccio l’esempio della Mini Silicon Valley- l’Etna Valley a Catania: progetto frenato perché il sistema di welfare allargato è molto carente. Ciò che in tanti non riescono a capire è che migliorare il welfare locale significa avere nel lungo periodo un PIL che cresce, solo così attraiamo sul territorio persone che hanno una dotazione di “capitale umano” superiore. Non basta un buon lavoro per trasferirsi in un posto, devono esserci anche delle buone condizioni ambientali (buona scuola, asili nido, teatri, cinema etc.). Questa è l’innovazione sociale. Tutte le regioni si stanno buttando sull’innovazione tecnologica, ma se non hai un buon welfare che ti sostiene, se non hai una buona università, tu l’innovazione tecnologica non la fai. Molto più importante l’innovazione sociale. La prossima programmazione regionale si deve fare pensando alla cittadinanza: interventi per riqualificare gli ospedali dismessi (tantissimi nel Mezzogiorno) possono essere finanziati con fondi comunitari.



KATIA STANCATO
Il Sud deve passare dalla cultura del fatalismo alla cultura del dover fare. Negli ultimi sessant’anni non si è mai pensato al Sud vissuto, e invece ci sono segnali di svolta, prendere le mosse da un Mezzogiorno realistico. Il brand Cangiari è un esempio molto positivo da seguire: ha superato le Alpi ed è arrivato a Parigi, la più bella creatività e bellezza calabrese in mostra nel mondo. Carenza di capacità di rappresentanza politica del Terzo Settore: è un fatto italiano non solo meridionale. Carlo Borgomeo e la sua squadra si sono inventati la Formazione Quadri Terzo Settore. È un esperimento ancora imperfetto. Probabilmente bisogna calibrare meglio quell’offerta formativa, convincere i componenti del Terzo Settore che è qualcosa di imprescindibile; deve comprendere che -ad esempio nei servizi alle persone- non sa ancora organizzarsi in maniera autonoma. Sembrerà strano ma proprio in un momento come questo in cui le risorse sono scarse, da quel che vedo in giro alcune associazioni mature stanno facendo un po’ di sistema, stanno integrando le competenze. Personalmente coordino questo nuovo strumento che si chiama Labes, Laboratorio per l’Economia Sociale: ho trovato una grande capacità di stare insieme, vedo volontà di dialogo.
Infine, bisogna riflettere sulla promozione del dono in Italia e anche al Sud. Nonostante la crisi, i privati continuano a mostrarsi generosi per più del 60% delle organizzazioni. Il dono è legato a quanto il Terzo Settore è abile nel coinvolgere le persone a una certa causa.


MASSIMO COEN CAGLI
Il Terzo Settore è un soggetto vocato alla dimensione istituzionale per numeri, radicamento, storia: in Italia il Non Profit esiste dal 1200, siamo noi che abbiamo inventato le forme di welfare. Il deficit vero del Terzo Settore è questo: l’assunzione di responsabilità nell’essere leadership, dotarsi di un soggetto trainante. Frazionati, non sappiamo fare lobby, manca una leadership coesa attorno a una politica comune. Il Non Profit al momento è troppo collaterale: deve prendersi la responsabilità di gestire la governance, non da solo ovviamente. Senza una strategia seria avremo solo movimenti tattici di risorse economiche, non l’inversione di tendenza disegnata da Borgomeo. Il fund raising è fondamentale, ma va ripensato: è una delle forme economiche che deve concorrere a dare sostanza a una nuova prospettiva di governance. Il Non Profit deve diventare una rete che permetta di fare sistema sulle varie offerte che arrivano in ambito locale. Esempio: grazie ai beni tolti alla mafia abbiamo cooperative che producono, non solo producono beni ma inseriscono nel mondo del lavoro. Però, manca la rete di distribuzione Non Profit. Di fronte a una comunità che in buona parte fatica ad arrivare a fine mese, dobbiamo offrire la possibilità di accedere a prodotti di qualità a un costo ragionevole. Enormi potenzialità da questo punto di vista, ma purtroppo manca la catena. Non solo rete dal punto di vista filosofico ma dal punto di vista materiale.
Il problema vero è che mancano i leader: ci vuole leadership basata sul consenso popolare, come accadeva una volta. Prendiamo il caso dei fondi europei: le organizzazioni culturali non sono state in grado di gestirli in maniera illuminata. Una volta c’era la formazione popolare, adesso invece non sanno ascoltare la comunità su che teatro o quale cinema vogliono.


GIUSEPPE AMBROSIO
Oggi Taranto senza l’Ilva è una città perduta. È lo specchio dell’incapacità di una comunità di risollevarsi se non appresso all’Ilva. Il Terzo Settore è inesistente a Taranto. Le pochissime gare sul welfare locale sono vinte da consorzi sociali baresi, di Reggio Emilia o del Veneto. Non esiste un’impresa sociale impiantata a Taranto. Abbiamo provato a fare un Social Start Up weekend, si sono iscritte appena 20 persone. A Portici (qualche centinaio di chilometri di distanza) invece i ragazzi iscritti erano cennto. Nel 2020 finiranno i fondi comunitari: è un fatto positivo. L’idea dell’offerta dall’alto slegata da una programmazione reale del territorio è stata una droga. Pensiamo al Fondo Sociale Europeo per la Formazione: miliardi di lire spesi e ora siamo qui a discutere dello sviluppo delle competenze. La fine dei fondi consentirà alle persone di avere uno spazio e un ruolo che ora non sono riusciti a prendersi.


ALDO BONOMI
Carlo Borgomeo arriva alle stesse conclusioni mie e di Marco Revelli: la destrutturazione della figura del militante come figura storica del 900, perché non è più in grado di costruire il tessuto sociale. Ma nel libro di Borgomeo secondo me manca un pezzo: io sarei stato molto più radicale, avrei detto che sì bisogna puntare sul volontario, ma bisogna anche sbaraccare il meccanismo di volontariato conosciuto precedentemente, questo secondo me è il punto vero.
Punto centrale: la discontinuità può essere creata dall’alto? Può una radicalità di presidenza (quindi anche gestione dei fondi) disarticolare e incentivare il cambiamento? Come questa nuova figura dialogherebbe con le “turbolenze dal basso”? Perché c’è un magma che, come Fondazione per il Sud, è difficile da gestire. Come riesci a mediare tra alto e basso attraverso la Fondazione per il Sud? Come questa figura disarticolata e nuova può cooperare con la comunità operosa, che realizza la discontinuità economica?
I miei interlocutori sono Boccia, Lo Bello, Laterza, Borgomeo. Cosa vi tiene uniti? La discontinuità feroce, dite tutti che quel vecchio modello è finito. Tu dici bisogna partire da 20 persone per realizzare la rinascita culturale. Il problema però sono le esperienze passate che non hanno funzionato. Ad esempio, Danilo Dolci che non ha inciso per niente su Partinico. Occorre capire il perchè