Giornata Mondiale del Risparmio

Guzzetti: l'impegno delle Fondazioni per l'economia reale

30 Ottobre Ott 2013 1310 30 ottobre 2013

Ecco i punti salienti dell'intervento del Presidente dell'Acri all'evento dedicato a “Risparmio volano della ripresa produttiva”. Abbiamo contriuito a promuovere il cambiamento di Cdp da istituto dedicato esclusivamente a erogare mutui agli Enti pubblici a strumento di promozione dello sviluppo del Paese

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Giuseppe Guzzetti
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Ecco i punti salienti dell'intervento del Presidente dell'Acri all'evento dedicato a “Risparmio volano della ripresa produttiva”. Abbiamo contriuito a promuovere il cambiamento di Cdp da istituto dedicato esclusivamente a erogare mutui agli Enti pubblici a strumento di promozione dello sviluppo del Paese

Si è celebrata a Roma, sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica, l’89ª edizione della Giornata Mondiale del Risparmio, istituita nell’ottobre del 1924 in occasione del 1° Congresso Internazionale del Risparmio, svoltosi a Milano, e da allora organizzata annualmente dall’Acri, l’associazione delle Fondazioni di origine bancaria e delle Casse di Risparmio Spa. Quest’anno il tema della Giornata è “Risparmio volano della ripresa produttiva”. Insieme al Presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, sono intervenuti anche il Ministro dell’Economia e delle Finanze Fabrizio Saccomanni, il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, il Presidente dell’Abi Antonio Patuelli. Erano presenti alcune fra le più alte cariche dello Stato, numerosi esponenti del mondo politico e istituzionale, dell’economia e della finanza, la stampa e diversi rappresentanti dei consumatori e dei sindacati, per una partecipazione complessiva di oltre settecento persone.

Numerosi sono i temi toccati da Guzzetti nel corso del suo intervento. Ne riportiamo di seguito alcuni stralci. Innanzitutto ha sottolineato la necessità di favorire una ripresa che potenzi il progresso e l’occupazione: «Rispetto all’inizio del 2008, la capacità economica italiana risulta ridotta di quasi 9 punti percentuali, tre volte la contrazione registrata in media dall’area Euro, per non citare il caso della Germania che ha già completato interamente il recupero… Soprattutto in Italia dobbiamo puntare ben più in alto di una correzione congiunturale di alcuni indicatori. In questi cinque anni il nostro Paese ha registrato una riduzione di oltre un quarto del flusso annuo di investimenti: una contrazione superiore di un terzo a quella (già molto grave) sperimentata dall’eurozona. Ne è risultata indebolita la capacità di successo delle imprese. Rilevante è stato anche il depauperamento subito dalla dotazione di infrastrutture: sono mancati tanto l’aggiornamento e il potenziamento delle reti esistenti quanto l’avvio di quelle che sono la base per un salto tecnologico di ogni sistema produttivo».

«Per quanto riguarda il sostegno alle imprese, importanti passi in avanti sono stati già compiuti. Ad esempio, è ormai consolidato il ruolo svolto dal Fondo di Garanzia per le Pmi insediato presso il Ministero dello Sviluppo Economico. Altrettanto rilevante è l’attività della Cassa Depositi e Prestiti a supporto dei processi di internazionalizzazione e delle esportazioni. Interessante è l’esperienza dei cosiddetti mini-bond, che mira a facilitare l’accesso al mercato del debito anche alle imprese di minore dimensione. Né secondaria è la soluzione del problema dei ritardati pagamenti della PA, da rimuovere per restituire normalità e capacità competitiva al nostro sistema economico. Possiamo dire che oggi il problema è stato aggredito con decisione; siamo solo all’inizio, occorre che la PA esaurisca in tempi rapidi i suoi debiti. Questo elenco è ben più lungo, includendo tra l’altro l’accordo tra l’Abi e le associazioni imprenditoriali che rimodula le scadenze dei rimborsi, accrescendo temporaneamente le disponibilità liquide delle imprese. Nessuna di queste iniziative è di per sé decisiva. Tuttavia il loro sviluppo è importante perché rende più articolata l’offerta finanziaria a disposizione delle imprese, una circostanza sicuramente preziosa in fasi congiunturali così sfavorevoli come l’attuale. Aggiungo che un contributo di maggior serenità per le banche in merito al rispetto dei parametri di Basilea 3, e dunque alla possibilità di aumentare le quote di credito alle imprese, potrebbe arrivare anche dalla rivalutazione delle quote della Banca d’Italia, cosa della quale deriverebbero vantaggi anche alla finanza pubblica».

«In merito al potenziamento delle reti infrastrutturali tra le poche carte a disposizione c’è la Cassa Depositi e Prestiti, una realtà che dieci anni fa le Fondazioni di origine bancaria decisero collettivamente di potenziare con un rilevante investimento. Oggi esse sono titolari di circa un quinto del capitale della Cdp. Considerata nella sua attuale conformazione (includendo cioè anche Sace, Simest e Fintecna, acquisite lo scorso anno), nel triennio 2010 – 2012 la Cdp ha immesso nell’economia risorse per 70 miliardi di euro. Il piano industriale appena approvato prevede che nel triennio 2013–15 le risorse mobilitate possano salire a 74-80 miliardi, fino a sfiorare i 100 miliardi di euro con alcuni ritocchi alla normativa vigente volti ad attribuire alla Cassa un regime non troppo diverso da quello di cui godono le sue consorelle tedesca e francese. Si tratta di importi che assommano ad alcuni punti di Pil e realizzano un apprezzabile effetto in chiave anticiclica».

«Il cambiamento di Cdp da istituto dedicato esclusivamente a erogare mutui agli Enti pubblici a strumento di promozione dello sviluppo del Paese, con il sostegno all’economia reale (famiglie e imprese), ha consentito, con un ridotto impiego di risorse proprie e con la partecipazione di banche, di casse di previdenza dei professionisti, di Fondazioni di origine bancaria, di dare vita a fondi per l’housing sociale, al Fondo per le piccole e medie imprese e al Fondo strategico italiano. Tale cambiamento è avvenuto a seguito di un approfondito confronto promosso dalle Fondazioni, dopo essere diventate azioniste di Cdp… (la Cdp) pur rimanendo sotto il controllo pubblico, da un decennio è un’istituzione di diritto privato. È quindi, un operatore di mercato e come tale è impegnato a remunerare il suo patrimonio, obiettivo finora conseguito in misura soddisfacente. Nell’insieme, quindi, ne deriva un profilo di attività in cui, in una prospettiva di lungo termine, l’interesse pubblico viene perseguito secondo una logica imprenditoriale. L’apprezzamento di questo ruolo e la fiducia nei suoi attuali vertici è la motivazione forte che ha spinto e spinge le Fondazioni di origine bancaria a stare nella Cdp e a sostenerne in modo convinto l’attività».

Ma soprattutto Giuseppe Guzzetti ha detto parole molto chiare sulle Fondazioni e il loro ruolo nell’azionariato delle banche. «Le Fondazioni di origine bancaria sono azioniste delle banche per ragioni storiche: non è stata una scelta, ma ritengo che non sia neanche un demerito. Negli anni Novanta, e ancora nel decennio scorso, hanno contribuito al riassetto e alla ristrutturazione del sistema bancario nazionale, quello che era definito una foresta pietrificata e che mancava assolutamente di competitività, essendo costoso e segmentato territorialmente…. Con l’apporto delle Fondazioni il sistema bancario si è profondamente trasformato: l’originario immobilismo è stato rimosso e il modello applicato in Italia è oggetto di studio anche in altri paesi che si trovano nella nostra situazione di partenza. Nei gruppi bancari le Fondazioni sono investitori finanziari di minoranza e di lunga durata».

«Le Fondazioni hanno dato il loro contributo al Paese non solo per realizzare un assetto del sistema bancario adeguato a un mercato di dimensioni europee e alla globalizzazione, ma anche per salvaguardare l’operatività delle banche e consentire loro di non far mancare per quanto possibile il flusso di credito all’economia reale. In particolare, hanno svolto un ruolo di supplenza rispetto agli altri investitori istituzionali, nazionali ed esteri, che nelle frequenti situazioni di instabilità dei mercati (prima per il fallimento della Lehman, poi per la crisi del debito sovrano) hanno mutato repentinamente i loro investimenti. Le nostre Fondazioni, invece, hanno sempre confermato il loro ruolo di investitori di lungo termine: un ruolo che purtroppo nel nostro Paese ha ben pochi protagonisti e oserei dire, almeno per quanto ci riguarda, pochi estimatori! Vi è una palese contraddizione logica in chi da un lato ci critica e dall’altro sostiene la necessità di avere nell’azionariato delle banche investitori di lungo termine, non posseduti dalla tarantola instabile dello short-termismo. Eppure, le Fondazioni, come ricordato dai vari Governatori della Banca d’Italia ed anche recentemente dal Fondo Monetario Internazionale, hanno responsabilmente sostenuto gli aumenti di capitale necessari a soddisfare i requisiti richiesti dalla regolamentazione di vigilanza: circa 1,2 miliardi nel 2012, oltre 1,4 nel 2011; per un totale di 7,3 miliardi di euro solo nell’arco dell’ultimo quinquennio… Grazie anche a tale impegno le banche italiane non hanno dovuto ricorrere al sostegno pubblico. In pochi circoscritti casi sono stati, invece, attivati prestiti (Tremonti bond e Monti bond), tra l’altro molto onerosi e molto rapidamente restituiti, tranne che in un caso (Banca Mps). Come ha sottolineato il Governatore Visco, in occasione dell’Assemblea di Banca d’Italia del 31 maggio 2013, nel nostro Paese l’apporto pubblico all’industria bancaria è stato pari allo 0,3% del Pil, mentre in Germania il sostegno dello Stato è stato dell’1,8% (ancora oggi lo stato federale detiene il 17% di Commerzbank ed è intervenuto pesantemente per salvare le Landesbanken e le Sparkassen), in Belgio del 4,3%, in Olanda del 5,1%, in Spagna del 5,5%, in Irlanda del 40%.

L’intervento delle Fondazioni ha, dunque, evitato che per rafforzare i patrimoni delle banche italiane entrasse in campo lo Stato – e quindi i soldi del contribuente – come è invece avvenuto negli Stati Uniti e negli altri paesi d’Europa sopra citati. Questo aspetto non viene mai messo in evidenza, ma se le Fondazioni non avessero prontamente sottoscritto gli aumenti di capitale necessari per ripatrimonializzare le banche sarebbe dovuto intervenire lo Stato con soldi pubblici, cioè i denari dei cittadini, mancando investitori privati soprattutto negli anni critici. E da parte delle Fondazioni non si è trattato di cercare di mantenere posizioni di potere nelle banche, ma di accollarsi un impegno gravoso nell’interesse della banca e, soprattutto, della collettività.

Vi è un altro argomento usato contro le Fondazioni: sarebbero “esose” e avrebbero costretto i manager a dare dividendi a danno della patrimonializzazione; qualcuno addirittura insinua che avrebbero spinto i manager “ad occultare perdite o a posporne l’emersione proprio per non essere chiamate a ricapitalizzare”. È vero, invece, che in questi anni le Fondazioni hanno potuto affrontare tagli significativi dei dividendi - quando non un loro totale azzeramento - senza dover ridurre proporzionalmente le loro erogazioni, che si sono sempre mantenute intorno al miliardo di euro all’anno; ciò grazie a un’oculata politica di accantonamenti effettuata negli anni in cui i rendimenti erano maggiori, così da poter dare, negli anni “di magra”, adeguata continuità alla loro attività istituzionale.

Riguardo poi al tema delle Casse partecipate: ci sono pochi casi di Casse commissariate (3 in tutto). In queste Casse il dissesto è stato causato da direttori generali infedeli, che hanno violato ogni regola di corretta amministrazione, con modalità non verificabili da azionisti che non interferiscono nella gestione: violazioni che hanno portato all’incriminazione di questi direttori infedeli.

Da quel che ho detto mi pare evidente come nei comportamenti fattuali delle Fondazioni ci sia la risposta alle affermazioni gratuite secondo cui esse sarebbero di ostacolo alla patrimonializzazione delle banche, perché si opporrebbero pregiudizialmente agli aumenti di capitale per non perderne il controllo. Così come non corrisponde al vero, salvo l’unico caso di Siena, l’affermazione che tramite le Fondazioni si sarebbero introdotti la politica e i partiti nelle banche…

Questa Giornata è molto importante e mi sembra utile per chiarire diversi punti in merito alle Fondazioni di origine bancaria. Si è fatto cenno ad alcuni aspetti di possibile revisione della disciplina sulle Fondazioni da parte del Mef. Le Fondazioni sono normate dalla legge “Ciampi” (e dalle sentenze n. 300 e 301/2003 della Corte Costituzionale). La Ciampi ha definito la natura delle nostre Fondazioni, i criteri per la gestione dei loro patrimoni, le attività connesse all’erogazione: tre pilastri fondanti dell’identità delle Fondazioni tuttora validi e confermati dalla Corte Costituzionale. La Ciampi è una legge eccellente, che può essere attualizzata. Sulla sua attualizzazione le Fondazioni hanno da tempo avviato una riflessione, non aspettando di essere sollecitate da altri in tal senso. Questa riflessione è esplicitata chiaramente nella Carta delle Fondazioni: il codice di autodisciplina che ci siamo dati e che finora ha raccolto molteplici apprezzamenti, anche all’estero (anche il Fondo Monetario Internazionale ne ha fatto esplicito apprezzamento), dove la cultura dell’autodisciplina è particolarmente radicata, soprattutto per i soggetti privati non profit.

Ma procediamo con ordine. I temi sul tavolo sono soprattutto cinque: 1) impedire il controllo sulle banche conferitarie; 2) diversificare il patrimonio; 3) vietare il finanziamento degli aumenti di capitale mediante indebitamento; 4) vietare gli investimenti in derivati e in hedge fund; 5) introdurre standard minimi di trasparenza.

Lo dico subito: sui primi tre punti noi siamo d’accordo. Ognuno di questi cinque punti è affrontato nella Carta delle Fondazioni che dà piena attuazione a quanto già indicato dalla legge “Ciampi” e individua specifici comportamenti cui ispirarsi al riguardo. Indicazioni alle quali le nostre Fondazioni stanno conformando i loro statuti e, soprattutto, i loro comportamenti. Sulla trasparenza invito solo a visitare i siti delle Fondazioni, che via via sono andati ampliandosi e completandosi e sui quali è dato conto di ogni loro azione e decisione in materia di patrimonio, di investimenti e di erogazioni.
Relativamente al controllo, esso è consentito per legge solo alle Fondazioni minori al fine di favorire il mantenimento della presenza sui territori di Casse autonome dai grandi gruppi. Inoltre nel 2003 la Corte Costituzionale ha definito il concetto di controllo congiunto da parte di più Fondazioni presenti contemporaneamente nell’azionariato di una banca, evidenziando che questo sussiste solo se fra di esse c’è un patto di sindacato accertabile. Le Fondazioni hanno cancellato i patti di sindacato ormai da anni e non ne hanno costituiti di nuovi. Le Fondazioni – salvo le poche eccezioni consentite dalla legge – non controllano le banche in Italia.

Se invece parliamo di controllo in termini di supposta ingerenza nelle scelte imprenditoriali delle banche, a parte il fatto che la legge lo vieta, la nostra Carta afferma che: “Le Fondazioni non si ingeriscono nella gestione operativa delle società bancarie, ma, esercitando i diritti dell’azionista, vigilano affinché la conduzione avvenga nel rispetto dei principi” della sana e prudente gestione. Per quanto riguarda, poi, le nomine negli organi delle società partecipate la Carta richiede di procedere secondo “criteri volti a garantire autorevolezza e competenza dei nominati, in funzione delle caratteristiche della società e del ruolo da ricoprire”.

Nei limiti consentiti dalla legge, insomma, le Fondazioni cercano unicamente di tutelare il proprio investimento nelle banche partecipate e ritengono che debbano essere loro garantiti tutti i diritti propri degli azionisti, senza essere discriminate. Su questo punto desidero essere chiaro: non ci lasceremo espropriare dei nostri diritti di azionisti, né lasceremo che i nostri territori siano espropriati delle Casse locali che tanto contribuiscono all’economia delle comunità, soprattutto in questi momenti di difficoltà. Siamo soggetti privati, a noi si applica il Codice Civile come ad ogni azionista. Abbiamo un’Autorità di Vigilanza, che in questi anni ha vegliato con capacità, costanza e competenza sul nostro operato. E di ciò siamo grati. Nell’esercizio del suo ruolo essa può sanzionare gli amministratori che violano la legge e gli statuti e, aggiungerei, la Carta delle Fondazioni. Acri sosterrà e collaborerà con il Mef, come ha fatto in questi anni, per tutto ciò che potrà contribuire a rendere le Fondazioni sempre più trasparenti ed efficaci.
Spesso la volontà punitiva verso le Fondazioni viene argomentata accreditando una contiguità tra le Fondazioni e il mondo politico. La Carta stigmatizza questa eventualità e indica di adottare opportune misure atte a determinare una discontinuità temporale tra incarico politico svolto e nomina all’interno degli organi delle Fondazioni. Una discontinuità che valga sia in entrata negli organi sia in uscita e che appare particolarmente apprezzabile ove si consideri che essa è tutt’altro che abituale nel mondo politico e istituzionale italiano. Aggiungo che, quantunque non sussistano vincoli di tipo normativo che impongono una scelta in tal senso, riteniamo che debbano essere evitati passaggi dagli organi delle Fondazioni a quelli delle Casse e viceversa.

Per quanto concerne la diversificazione patrimoniale la Carta impegna le Fondazioni a diversificare gli investimenti, a bilanciare i flussi di rendimento a breve e a lungo termine, ad adottare accorte politiche di assunzione e di gestione dei rischi nelle diverse configurazioni, dando, dunque, continuità a quanto già tracciato nelle legge Ciampi anche riguardo alla perdita del controllo della conferitaria e poi a una progressiva riduzione del peso delle partecipazioni, ormai avanzata per la gran parte delle Fondazioni. Oggi il processo di diversificazione sta, però, scontando le difficoltà dei mercati, che frenano le decisioni delle Fondazioni volte a riequilibrare la composizione degli asset.
Che questo percorso si riavvii al momento opportuno - ossia con il ripristino di più stabili condizioni di funzionamento dei mercati, che porti a quotazioni coerenti con i valori delle banche partecipate - e che la sua attuazione segua un trend adeguato potrà essere opportunamente monitorato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, che la legge indica quale autorità di vigilanza sulle nostre Fondazioni, almeno fino a quando non verrà istituita un’Authority ad hoc a seguito della riforma della disciplina delle persone giuridiche private di cui al Titolo II del Libro I del Codice Civile. Pregevoli disegni di legge sono stati a suo tempo elaborati e presentati alle camere parlamentari e possono essere recuperati con facilità. Noi lo auspichiamo: perché questa riforma potrà ricomprendere le Fondazioni di origine bancaria nel corpo unico proprio degli enti non lucrativi, superandone finalmente la specificità. In questa fase intermedia noi riteniamo che non si debba trasferire la vigilanza sulle Fondazioni dal Mef alla Banca d’Italia. Chi sostiene questa tesi – in verità una minoranza esigua – cade in una insanabile contraddizione: da un lato si chiede alle Fondazioni di uscire dall’azionariato delle banche, dall’altro si vuole che esse vengano vigilate dall’Authority che vigila le banche.
Infine, circa il divieto di investire in derivati o in hedge fund, la Carta richiama le Fondazioni ad adottare cautela nell’uso di tali strumenti, senza demonizzarli, invitandole a “porre in essere forme di copertura del rischio che consentano di contenerne gli effetti e salvaguardare l’integrità del patrimonio”. Nella gestione del patrimonio le Fondazioni operano secondo le logiche dell’investitore istituzionale, avendo come riferimento un orizzonte temporale di medio/lungo periodo, attente alla salvaguardia del patrimonio e all’adeguata redditività. Ove acquistino strumenti derivati, esse lo fanno con l’intento di dare copertura a rischi insiti nel portafoglio e non operano con finalità speculative e con strumenti non trattati su mercati regolamentati (i cosiddetti Over The Counter)».

Guzzetti ha, infine concluso: «La difficile situazione che vive l’Italia richiede a tutti un’assunzione di responsabilità più ampia che nel passato. Se il nostro Paese stenta a posizionarsi adeguatamente nel mutato contesto mondiale è problema e responsabilità di cui ognuno si deve sentire partecipe. Si tratta di un passaggio molto complesso, che sollecita una sincera disponibilità al cambiamento. I dati più recenti possono alimentare speranze, ma non danno certezze sull’avvio di una correzione nella rotta di navigazione. Le famiglie, i giovani attendono delle risposte. Per quanto ci riguarda ho già detto che siamo pronti a fare la nostra parte: le Fondazioni hanno inventato in Italia l’edilizia sociale privata; hanno realizzato il primo fondo di venture capital nel campo della ricerca tecnologica (TTVenture); hanno impiegato parte dei loro patrimoni in fondi di private equity e di investimento nelle infrastrutture. Ho fiducia che non siamo i soli in questo percorso di crescita e di innovazione: la consapevolezza che sia necessario un salto di qualità nell’impegno per la ripresa del nostro Paese è sempre più ampia e crescono la volontà e il desiderio di farlo questo salto! Quella parte di storia d’Italia di cui sono stato testimone mi autorizza ad avere e a dare speranza nel futuro».