trent'anni dopo Basaglia

Dell’Acqua: «Un cavallo per vincere la battaglia contro i manicomi»

8 Novembre Nov 2013 1803 08 novembre 2013

La statua di cartapesta Marco Cavallo -simbolo da quarant’anni del riscatto di tutti gli internati- girerà l’Italia in lungo e in largo dal 12 al 25 novembre

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La statua di cartapesta Marco Cavallo -simbolo da quarant’anni del riscatto di tutti gli internati- girerà l’Italia in lungo e in largo dal 12 al 25 novembre

Marco Cavallo torna nelle strade d’Italia. A dire il vero non si è mai fermato, ma stavolta ha deciso di fare le cose in grande. Dal 12 al 25 novembre girerà in lungo e in largo lo Stivale (toccherà dieci regioni) per sollecitare le istituzioni, affinché si muovano con urgenza su tre punti: chiudere gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG); scongiurare l’installazione dei miniOPG (o manicomi regionali); aprire i Centri di Salute Mentale 24 ore su 24.
Obiettivi che l’uomo, da solo, non può raggiungere. Per questo c’è bisogno di quella bestia azzurra di cartapesta (alta quasi 4 metri) che nel 1973 a Trieste ruppe i muri del manicomio di S.Giovanni e diede il via alla grande svolta, che poi portò alla Legge 180.
Lo psichiatra Peppe Dell’Acqua –allievo e in seguito prosecutore dell’insegnamento di Franco Basaglia- non mancherà a questo appuntamento fondamentale. Nell’intervista qui di seguito dà voce ai pensieri del Cavallo -ovvero, al simbolo di tutte le persone costrette a convivere con la sofferenza mentale, in un Paese che non ha le strutture adeguate per ospitarli.
L’equino è particolarmente risentito perché molti politici stanno giocando sulla pelle dei malati. La Commissione Marino nel 2010 per la prima volta metteva di fronte agli occhi dei parlamentari il dramma degli internati. Sembrava l’inizio di una presa di coscienza vera, autentica. Purtroppo, le cose sono andate diversamente. Il racconto di Dell’Acqua è in bilico tra realismo –la consapevolezza che non sarà facile creare degli standard di qualità identici in tutte le strutture sanitarie italiane- e speranza. Perché il Cavallo -al di là dei risultati pratici che verosimilmente non raggiungerà con immediatezza- sta smuovendo le coscienze. Sta creando opinione. Tutto questo, alla lunga, dà i suoi frutti.
Marco Cavallo riprende la sua galoppata in giro per l’Italia. Come mai?
«Diciamo che non ha mai smesso, perché in quarant’anni ha girato come una trotta da una parte all’altra, anche in Europa. Dal 12 al 25 novembre ricomincia a marciare per tre ragioni:
1. È importante sollecitare sul tema della chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. Una legge emanata nel 2012 stabiliva la chiusura degli OPG a partire dall’aprile 2013. È stata concessa una proroga all’aprile 2014, ma molti segnali ci lasciano intendere che quel termine non verrà rispettato. Per quale motivo diciamo che vanno chiusi? Perché sono luoghi orrendi; non rispettano il dettato della Costituzione; sono anti-terapeutici; non producono alcuna possibilità di reinserimento sociale; sono dannosi perché aggravano le condizioni di sofferenza delle persone. Il nostro “giro d’Italia” non è un’iniziativa estemporanea, arriva in seguito a due importanti segnali istituzionali: il lavoro eccellente svolto nel 2010 dalla Commissione del Senato presieduta da Ignazio Marino; l’accorato appello del presidente della Repubblica durante l’ultimo discorso di fine anno –irrituale, perché non era affatto scontato che si occupasse di questi temi in una cornice simile.
2. La legge di cui stiamo parlando –e questo è il cruccio vero del Cavallo- è insoddisfacente: se da un lato è buono che le singole regioni si prendano carico dei cittadini, dall’altro è impensabile che la chiusura dei sei OPG porti con sé la creazione di 20 “mini OPG” sparsi per l’Italia. Allora il Cavallo dice: “Fermate questo scempio” ».
3. I Centri di Salute Mentale, che hanno preso un abbrivio importante alla fine degli anni Novanta, stanno facendo dei passi indietro evidenti, non riescono a portare avanti adeguatamente il proprio mestiere».
Chi parteciperà a questo “giro d’Italia”?
Oltre a me ci saranno tre ragazzi, autisti e governanti del cavallo; tre videomaker (una giovane regista e due operatori) perché accadranno tante belle cose e varrà la pena di registrarle; l’editore della collana Archivio critico della salute mentale; un’addetta stampa che informerà tappa per tappa; una giovane donna - che ha scritto un diario quotidiano , La stanza dei pesci, in cui racconta il suo percorso di guarigione- prenderà nota coi suoi Moleskine degli episodi più significativi del viaggio. E poi ci saranno le tantissime persone che incontreremo strada facendo. Anche la CGIL sta facendo uno sforzo davvero notevole: non è così scontato conciliare i diritti dei lavoratori coi diritti dei pazienti»
La creazione dei miniOPG è un progetto che coinvolge tutte le regioni?
«Purtroppo sì, fatto salvo il Friuli Venezia Giulia. La nostra governatrice Debora Serracchiani manderà un messaggio a tutti i governatori, cercando di sensibilizzarli in questo senso».
La lunga traversata per lo Stivale di Marco Cavallo otterrà lo scopo di impedire l’apertura dei miniOPG?
«Io credo che, almeno per il momento, un obiettivo così ambizioso sia difficile da raggiungere. L’effetto positivo sarà smuovere le coscienze, creando opinione. Siamo in una fase, purtroppo, in cui i Centri di Salute Mentale stanno arretrando. I primi ad accorgersene sono quei giovani medici che, armati di buona volontà, vorrebbero lavorare in contesti più avanzati culturalmente e invece si ritrovano davanti alla predominanza della psicologia biologica, farmacologica».
Nell’ipotesi –che tutti auspichiamo- di un’apertura dei Centri di Salute Mentale 24 ore su 24, l’associazionismo che ruolo avrà?
«Le associazioni hanno già oggi un ruolo molto importante. Dovrebbero avere un ruolo complementare, e invece in troppe occasioni si ritrovano ad essere supplementari di un servizio assente. Parlo delle buone Cooperative sociali, dei cittadini attivi, degli insegnanti che fanno un ottimo lavoro culturale nelle scuole. La salute mentale non è compito solo degli psichiatri, è un concetto ben più ampio. In alcuni casi, purtroppo non sempre, succede che gli psichiatri riescano ad essere critici nei confronti del proprio ruolo. È la situazione ottimale».
Eppure, nonostante la legge 180 sia stata una rivoluzione oggettivamente positiva, in Italia ancora in tanti non la vedono così
«Su questo mi permetta di non essere d’accordo. La legge nel suo spirito è entrata profondamente nella cultura degli italiani, dappertutto. Il problema vero è che le regioni non sono state in grado di declinare nella maniera giusta lo spirito della 180. Ci sono venti sistemi regionali, c’è troppa disparità di trattamenti da un luogo all’altro: a Trieste (e in tutto il Friuli) un giovane viene curato in una cornice veramente costituzionale, garantendo gli standard di cura. Se si ammala magari in un’altra regione d’Italia questo non accade. Però sappiamo che da più parti si stanno avviando delle buone pratiche. Certamente il Friuli è all’avanguardia, ma arrivano segnali positivi anche altrove».
E nell’emiciclo parlamentare c’è piena coscienza del problema?
«C’è un interessamento trasversale. Sa chi sono stati i primi firmatari della Relazione Finale della Commissione Marino? Michele Saccomanno del Gruppo Fratelli d’Italia (centro-destra) e Daniele Bosone del PD Lombardia. Il Documento poi è stato firmato all’unanimità da tutta la Commissione. Il problema serio nasce quando si tratta di creare delle linee guida per tutte le regioni. Bisogna fare al più presto un tavolo nazionale per valutare gli standard comuni»
Il suo maestro Basaglia ci ha lasciato nel 1980. Poteva lui immaginare una battaglia così lunga, che si protrae da oltre trent’anni?
«Sì, perché aveva il senso della realtà. Durante le Conferenze brasiliane agli studenti di San Paolo disse : “Noi abbiamo dimostrato che si può fare diversamente, che l’impossibile può diventare possibile. Questo, però, non significa che abbiamo scongiurato il ritorno dei manicomi. Potrebbero ricomparire, anche peggiori di prima” ».
Un’ultima curiosità. Come mai Marco Cavallo non sbarcherà in Sardegna, dove il problema della salute mentale è drammaticamente presente?
«Eh, ma lei lo vuole veramente mettere in ginocchio ‘sto povero cavallo! Sa quanti soldi ci vogliono per fare questo viaggio? So perfettamente che la situazione in Sardegna è molto dolorosa. C’è stato un momento di grande fioritura col presidente Soru, con l’assessore Dirindin abbiamo lavorato alla grande. Tra l’altro la Sardegna è uno dei maggiori fruitori di ospedali psichiatrici giudiziari, una delle prime regioni che si sta costruendo il suo OPG regionale, quindi sarebbe stato senz’altro opportuno andare in Sardegna. Però andremo in Sicilia, come Garibaldi! ».