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La Corte dei Conti: gravi violazioni sul 5 per mille, ora va stabilizzato

5 Dicembre Dic 2013 1214 05 dicembre 2013

I giudici contabili al lavoro su una relazione che è un durissimo j'accuse sulla gestione dello Stato di questo strumento: «mancano da liquidare quasi 200 milioni». Un'anticipazione dei lavori che si concluderanno entro l'anno

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Corte Dei Conti 1
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I giudici contabili al lavoro su una relazione che è un durissimo j'accuse sulla gestione dello Stato di questo strumento: «mancano da liquidare quasi 200 milioni». Un'anticipazione dei lavori che si concluderanno entro l'anno

Il 5 per mille va stabilizzato o in caso contrario non va più chiamato 5 per mille, perchè questo viola il patto fiscale fra il cittadino contribuente e lo Stato. A sostenerlo è la Corte dei Conte che questa mattina ha concluso il primo step di un lavoro che porterà entro l'anno a una relazione in cui mette all'indice il Governo nella gestione di questo strumento di fiscalità sussidiaria. Ribadendo fra l'altro come dal 2006 al 2011 la differenza fra importo attribuito dai contribuenti (2.528.413.826,21) e importo liquidabile (2.330.590.361,67) a causa delle "limitate disponibilità finanziarie" sia stata pari a quasi 200 milioni di euro in 6 annialità. Una violazione delle indicazioni dei contribuenti che la Corte definisce grave.

QUADRO NORMATIVO INADEGUATO
In base a quanto risulta a Vita.it secono la Corte il quadro normativo dell’istituto risulterebbe, tuttavia, confuso ed inadeguato al possibile nuovo ruolo istituzionale del privato sociale.
Il 5 per mille, infatti, seppure sempre riproposto a partire dall’esercizio finanziario 2006, ha conservato carattere provvisorio ed è subordinato, ogni anno, a un’espressa previsione legislativa. L’instabilità e la frammentarietà della disciplina non agevolano la programmazione delle attività dei beneficiari; infatti, l’assenza di certezza non permette di assicurare il finanziamento di progetti con entrate regolari e costanti. Al contrario, sarebbe essenziale la previsione di una certa regolarità, anno per anno, nell’assegnazione dei fondi, per dare sicurezza agli enti che vivono, talora anche prevalentemente, di contributi volontari.

Inoltre, alcune categorie di enti sono state ammesse al beneficio con effetto sugli esercizi precedenti. Si sono, altresì, succedute norme che hanno disposto la riapertura dei termini per la partecipazione al riparto del contributo, con il conseguente rientro in gioco di enti precedentemente non inclusi.

I ritardi nelle erogazioni –dovuti anche alla pluralità di amministrazioni coinvolte, con scarso coordinamento tra loro, e a disfunzioni interne a ciascuna di esse- sono ulteriorecausa dell’incertezza sulla disponibilità delle risorse provenienti dalle dichiarazioni dei redditi. In tal senso, i giudici rilevano che, complessivamente, sono “otto gli enti pubblici coinvolti nella fase di iscrizione e in quella successiva di controllo. Gli enti non profit si sono trovati, spesso, in difficoltà nell’individuare il soggetto cui chiedere le ragioni ostative all’iscrizione o le informazioni relative al ritardo nell’erogazione delle somme destinate dai contribuenti.”



OCCORRE LA STABILIZZAZIONE
Spetta al legislatore, continua il ragionamento della Corte, valutare se proseguire, per l’avvenire, nell’esperienza del 5 per mille. Tuttavia, in caso di scelta positiva, si avverte l’esigenza della stabilizzazione dell’istituto, al fine di attribuirgli quei connotati di efficienza che solo una normativa organica e non precaria può garantire.

Tale riforma dovrebbe definirne i caratteri fondamentali, individuando i soggettibeneficiari, da inserirsi in elenchi stabili, anche al fine di eliminare la necessità di procedere annualmente alla loro iscrizione, essendo tale adempimento oneroso sia per gli enti che per le amministrazioni chiamate ai controlli. Al fine di garantire la piena esecuzione della volontà e della libera scelta dei contribuenti, andrebbe eliminato il tetto di spesa, in maniera tale che l’attribuzione del 5 per mille dell’Irpef non si traduca in una percentuale, di fatto, minore. Se ciò non fosse ritenuto possibile, al tetto di spesa sarebbe, comunque, preferibile una riduzione della percentuale attribuibile. Infatti, è grave che il patto tra lo Stato e i contribuenti venga sistematicamente violato, analogamente a quanto accade per la quota dell’8 per mille di competenza statale, che viene, spesso, dirottato su altre finalità rispetto a quelle indicate.