adozioni internazionali

Congo, gli enti dicono: «Noi rimaniamo qui»

21 Dicembre Dic 2013 0052 20 dicembre 2013

La ministra Kyenge non li ha mai coinvolti nella crisi delle adozioni in Congo, ma loro restano lì, accanto alle famiglie e a disposizione delle autorità locali.

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Kyenge21
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La ministra Kyenge non li ha mai coinvolti nella crisi delle adozioni in Congo, ma loro restano lì, accanto alle famiglie e a disposizione delle autorità locali.

In questi due mesi Cristina Nespoli, la presidente di Enzo B, è stata a Kinshasa due volte e una operatrice sta per partire. Andrea, espatriato in RDC per AiBi, proprio questa mattina ha comunicato che non rientrerà, come previsto, per il Natale: resterà a Kinshasa accanto alle famiglie che oltre un mese sono in Congo per adottare un bambino e che ancora non sanno se e quando potranno tornare a casa con i loro figli.

Ieri l’Ambasciatore italiano a Kinshasa è stato convocato al Ministero dell’Interno congolese insieme agli Ambasciatori di Stati Uniti, Francia, Belgio, Canada e Regno Unito: il Ministro dell’Interno ha ribadito l’intenzione delle autorità congolesi di sospendere le procedure di adozione, in applicazione della decisione del 25 settembre. A seguito di quell’incontro il ministro Emma Bonino ha convocato alla Farnesina l’Ambasciatore della Repubblica Democratica del Congo, Albert Tshiseleka Felha, «per esprimergli lo sconcerto del Governo italiano circa il fatto che accordi verbali raggiunti a novembre tra le autorità congolesi e la Ministro Kyenge sono stati del tutto disattesi e per una situazione che resta “fortemente preoccupante”», recitava un comunicato della Farnesina.

Cristina Nespoli solitamente è un fiume in piena. Oggi ha voglia di silenzio: «Siamo preoccupatissimi, abbiamo sei famiglie a Kinshasa da fine ottobre e questo can can mediatico non ci ha aiutati, credo anzi che è anche per questo che non si riesce a sbloccare una situazione che tutti avrebbero voluto sbloccare». Enzo B è stato il primo ente autorizzato a fare adozioni internazionali in RDC: è lì dal 2006 e per tre anni Enzo B è stato l’unico ente autorizzato al mondo operativo nel Paese. Oggi a Kinshasa ha sei coppie, tutte con il visto già rinnovato una volta ma ora vicino a una nuova scadenza. «Il Congo sta dimostrando di voler gestire con correttezza le procedure. È un Paese difficile, come tanti altri, ma noi enti siamo lì per garantire regolarità delle procedure. Nessuno però in Italia ci ha coinvolto, siamo stati bypassati, quando il nostro mestiere è anche contenere l’ansia delle famiglie nei momenti critici. Noi enti invece non abbiamo mai abbandonato l’interlocuzione con le autorità congolesi, e loro con noi. Comprendiamo la necessità del paese di fare chiarezza, infatti abbiamo sempre chiesto un gesto di umanità. Siamo a completa disposizione delle autorità e speriamo di poterle accogliere presto in Italia, perché è il modo migliore per mostrare loro dove vanno e come vivono i bambini».

Anche AiBi ha sei famiglie a Kinshasa. «Nella ormai famosa lista delle 55 coppie che il 1° ottobre era stata affissa negli uffici della Direction Gènèrale de Migration ne avevamo 12. Eravamo tranquilli, a metà novembre come al solito abbiamo fatto partire le famiglie in gruppi di sei, per seguirle meglio. Le altre sei sarebbero partite dopo quindici giorni. Invece dopo due giorni le coppie sono andate alla DGM ed è venuto fuori questo problema»: Marco Griffini ripercorre la vicenda dall’inizio, con davanti agli occhi l’intervista che il ministro Kyenge ha rilasciato ieri al Corriere della Sera, pubblicata oggi. «Da questa intervista oggi spunta una lista di cui nessuno era a conoscenza e forse così si spiegano alcune cose. La lista delle 55 coppie era assodata, non c’era alcun bisogno che la ministra Kyenge andasse a trattare alcunché in Congo, infatti quando lo abbiamo appreso dai giornali siamo rimasti stupiti. A questo punto se ci sono state pressioni da parte dell’Italia per ampliare o cambiare quella lista, mi spiego l’irrigidimento di Kinshasa. Quel che è certo è che nessuno alla CAI ci ha convocati e nessuno ci ha detto di non far partire le coppie», dice.

Nel 2012 la RDC è stato il settimo paese di provenienza dei bambini adottati da coppie italiane: qui sono state realizzate il 4,4% delle adozioni del 2012. Le coppie che hanno scelto questo paese sono state 115, mentre 140 sono stati i bambini adottati, con un’età media di 5,2 anni. Dal 2006 ad oggi sono 468 i bambini adottati della RDC adottati da famiglie italiane, di cui 91 attraverso Enzo B, 80 con Fondazione Raphael, 75 con Licos, 61 con AiBi: un vero boom se si considea che nel 2006 erano stati appena 10. La ministra Kyenge sia a radio 24 sia sulle pagine del Corriere, ha detto che «l’Italia ha avuto spesso problemi di adozione con Paesi che offrono minori garanzie. È l’occasione per ripensare tutta la pratica». Gli enti però non ci stanno a dire che la RDC sia in qualche modo “inaffidabile”: lì ci sono 4 milioni e mezzo di bambini abbandonati, e non è abbandonandoli che li si può aiutare.