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Il bocconiano, caricatura sempre attuale

13 Gennaio Gen 2014 1649 13 gennaio 2014

Sergio Vastano racconta la genesi del personaggio che gli ha dato grande popolarità. Oltre ad Antonio Ricci, in quasi quarant'anni di carriera ha incrociato artisti geniali come Nanni Moretti, Andrea Pazienza e Mauro Pagani

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Vastano
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Sergio Vastano racconta la genesi del personaggio che gli ha dato grande popolarità. Oltre ad Antonio Ricci, in quasi quarant'anni di carriera ha incrociato artisti geniali come Nanni Moretti, Andrea Pazienza e Mauro Pagani

Ritorniamo sull’ “epopea” del Drive in, programma cult che di recente ha festeggiato i suoi primi trent’anni. Tra le maschere che fecero la fortuna dello show, sicuramente il bocconiano di Sergio Vastano è rimasto più di altri nella memoria collettiva. Era un bignami della Milano da bere; emblema – insieme al Paninaro di Enzo Braschi - degli anni del riflusso. Cosa resterà degli anni ’80, si domandava Raf in una celebre canzone. Rimarrà sicuramente questa maschera così indovinata, inventata insieme a Ricci con uno scopo ben preciso: prendere per i fondelli la moda del consumismo esagerato, ridicolo e pacchiano. Ma la vita dell’artista romano è segnata anche da altri incontri importanti. Ad esempio quello con Andrea Pazienza: seduti su un pavimento, durante una registrazione televisiva, a doppiare insieme le avventure di Zanardi. Oppure con Mauro Pagani: il grande musicista, dopo la PFM e De Andrè, si è divertito a portare disordine nel baraccone sanremese insieme a Vastano e ad altri “reietti” di talento.
Cominciamo dal principio
«Beh, in principio fu la luce…»
Magari saltiamo qualche passaggio. Arriviamo ai tuoi esordi con la compagnia Giordana-Zanetti
«Sì, ma ho fatto delle cose interessanti anche prima con Remo Remotti, artista che ha avuto molta popolarità come attore per Nanni Moretti. Ho cominciato con lui nei teatrini off romani. Facevamo un tipo di spettacolo molto simile al cabaret tedesco: c’erano un po’ di canzoni, molta sperimentazione…».
Una roba po’ alla Brecht, insomma
«Sì un po’ alla Brecht, erano spettacoli incentrati sui ricordi di Remo. Una sera venne Nanni Moretti: arrivò in questo scantinato molto alla buona, dove ognuno si portava la sedia da casa. Gli spettatori quella sera lì erano due: Moretti e Angelo Barbagallo, con cui poi avrebbe fatto coppia fissa come produttore. Nanni aveva già un certo seguito, la mia speranza era di venire scritturato per il suo film successivo. Scelse Remo, in effetti aveva quella barba che ricordava Freud (il film era Sogni d’oro, n.d.r.). Sempre in quelle cantine romane, lontane da Dio e dagli uomini, una sera venne Lucia Poli, la sorella di Paolo: mi chiese di sostituire Carlo Monni in uno spettacolo: per sei mesi andammo in giro per l’Italia con Achille in Sciro. Molto divertente, io facevo Ulisse».
Poi l’esordio in tv, con la neonata Raitre
«Nell’ ’80 ho cominciato a lavorare per Radio Tre con Rodolfo Roberti, un bravo autore scomparso l’anno scorso, fratellastro di Giovanni Malagò. Gli ascoltatori erano massimo venti -ed erano pure venti persone che non stavano bene, con problemi psichiatrici molto seri. Dalla radio poi siamo passati alla televisione, creando insieme a Luca Raffaelli e Luca Boschi un programma sui fumetti che si chiamava Inchiostro simpatico. Il titolo era mio, ne vado ancora orgoglioso».
È lì che incontrasti Andrea Pazienza. C’è un filmato su YouTube in cui, sdraiati per terra, date voce a un episodio di Zanardi
«Con Andrea avevamo un background comune, fatto di “fricchettonaggio” e fantasia al potere. Lo conoscevamo e lo stimavamo, ma non sapevamo ancora che sarebbe diventato un mito. Devo dire che la prima volta ci fece incazzare parecchio. Andammo a trovarlo nella “comune” in cui viveva a Roma, una casa enorme in cui tutti stavano insieme pagando un affitto. L’appuntamento era alle 11. Lui si fece vivo –vivo per modo di dire, perché era ancora travolto dal sonno- e ci disse: “Voi chi siete?”. Lì per lì ci venne voglia di sputargli in faccia. Proprio in virtù del fatto che era così stravolto, venne fuori quell’incontro così sballato che tu hai visto su YouTube: un delirio totale, in cui oltre a dare la voce facevo pure il rumorista. Insomma Andrea è stato veramente un grande, ho tutto di lui e ancora oggi, quando c’è qualche novità editoriale che lo riguarda, la compro subito. L’unica cosa che mi dispiace è che ne parli bene Mollica, perché alla fine è uno che parla con lo stesso entusiasmo dei Pooh e dello zucchero filato».

Autografo di Andrea Pazienza
Passiamo all’amicizia con Ricci. Quando vi siete incontrati la prima volta?
«A un premio -credo si tenesse a Bordighera- c’erano Andy Luotto –con cui già avevo lavorato proficuamente- e Antonio. Era l’estate del ’85, io non sapevo dell’esistenza di Drive in ma nemmeno che esistesse Italia Uno. Seguivo un’altra tv: mi piaceva molto Arbore, avrei fatto carte false pur di entrare nella sua parrocchia. Arbore e Ricci appartengono a due universi artistici distanti: il primo privilegia l’improvvisazione, il secondo richiede perfezionismo».
Così è nato il personaggio del bocconiano, che ha lasciato un segno non solo nella tv ma più in generale nella storia del costume italiano
«Antonio voleva descrivere le varie “etnie” che spopolavano tra i giovani in quegli anni. Sono passati trent’anni ma quella caricatura rimane sempre attuale: nel frattempo il bocconiano è diventato un top manager o qualcosa di simile; continua ad andare in giro ostentando gli status symbol, convinto che il senso della vita sia racchiuso nel consumismo, da ostentare in maniera volgare. Il personaggio ha avuto molto successo, ma sinceramente non avevo messo in conto un tale ritorno d’immagine: con Antonio ci limitavamo a raccontare delle storie divertenti. Evidentemente Drive in era la cornice migliore per valorizzare quel carattere: era solo una rotella, in fin dei conti, ma tante rotelle messe insieme costituivano un programma di enorme successo».
Quando conducevi Striscia, a un certo momento apparve Gino Bartali come co-conduttore. Come mai "Ginettaccio" al tuo fianco?
«Non sapeva neanche cosa fosse Striscia la notizia. Fu la moglie, molto carina, che lo convinse: “Dai Ginetto che così ti guardan tutti”. Subito i giornalisti sportivi si scandalizzarono: ma come, il grande Bartali che si riduce così? O tempora o mores! Fatto sta che alla fine stette con noi quindici giorni, perché non ce la faceva con la voce. Avevo cominciato a condurre Striscia con Teocoli, che però a un certo momento passò a Mai dire gol. Dopo l’allontanamento di Teocoli, con Antonio ci guardammo negli occhi e dicemmo: “E mo’ chi cazzo chiamiamo?”. Così venne l’idea di Bartali. Era un periodo che Antonio rodava vari conduttori, per poi trovare la formula di successo con Greggio e Iacchetti. Vanno avanti da vent’anni perché il pubblico continua a seguirli numerosi. Il biscotto è quello. Può piacere o no, ma è un biscotto di successo, i detrattori se ne facciano una ragione».
Il tuo amico Enzo Braschi non ti ha mai influenzato la passione per gli indiani d’America? Ha scritto molti libri sull’argomento, è un grande esperto in materia
«Sì ne so tanto. È affascinante sentirlo parlare di queste cose. Ho imparato alcune cose fondamentali ascoltando i suoi racconti sugli indiani: l’amore per la Madre Terra, questa spiritualità terrena molto distante dall’universo simbolico della chiesa cattolica. Con Enzo ho scritto anche un libro nel ’95. Il titolo ce lo ha suggerito un amico con cui eravamo a cena: la moglie stava male, e lui disse che dallo spavento si era preso un’ ‘accipicchia’. Ecco, trovato il titolo del libro: “M’è preso un’accipicchia”. L’abbiamo buttato giù in una settimana. Ora è introvabile».
Parliamo de “I figli di Bubba”, con cui avete ‘preso d’assalto’ il Festival di Sanremo nell’ ’88. Avete scomodato perfino Mauro Pagani…
«Attenzione perché a febbraio ci rincontriamo quasi tutti: faremo “I figli di Bubba“ venticinque anni dopo. Bubba era un santone che voleva bacchettare il mondo edonistico basato sull’apparire e non sulla sostanza. La versione originale del nostro brano sanremese diceva: “Saluto l’esclusiva, fanculo a tutti voi non vi vedrò mai più”. La censura ce lo proibì ma Pagani l’ultima sera, sapendo che ormai non potevano più cacciarci, lo disse. Ci piazzammo pure abbastanza bene, se pensi che Sanremo era in febbraio e la proposta di entrare in gara ci arrivò Il 15 gennaio. In quel periodo poi Ricci ebbe dei problemi con la censura: Berlusconi gli impedì di fare Matrioska sulle reti Fininvest perché nella sigla del programma voleva infilare il coro di Comunione e Liberazione. Allora noi, Figli di Bubba, lanciammo il grido “Matrioska libero”. Antonio apprezzò molto il gesto».
Molti anni prima di Guzzanti, facevi un’imitazione molto simpatica di Funari
«Funari mi voleva molto bene. A Striscia facevo la sua imitazione come inviato. C’era la notizia del giorno, poi alla fine lo sbertucciavo in maniera simpatica: “A un certo punto m’è venuto un tormento…Sarà la pajata, i fagioli co le cotiche oppure chissà” e andavo giù pesante coi meteorismi! Gianfranco mi telefonò per farmi i complimenti: parlò soltanto lui, cominciò a raccontarmi tutta la sua vita dal concepimento. Poi mi lanciò un’idea: “A Vastà, io e te famo ‘na coppia da morì”. Mi propose un programma di prima serata, in cui lui si sarebbe presentato pulitino con lo smoking e io avrei interpretato il Funari sguaiato. Mi incantò mostrandomi il suo studio prodigioso pieno di colori: “Oggi me danno 450 milioni sull’unghia, so’ io che porto li soldi a Mediaset”. Era un po’ sborone, ma così simpatico che gli si perdonava tutto. Poi non se ne fece nulla, nel frattempo Antonio mi volle a Striscia. Mi piaceva farlo, però poi alla lunga non è una bella vita dormire in un residence, per poi spendere la mattina successiva un sacco di soldi in cavolate. Dovevo prendere esempio da Carlo Pistarino: lui sì, da buon genovese, conservava tutto e si è fatto una bella casa».
Che progetti hai in cantiere?
«Ti dirò che mi diverto di più adesso, facendo l’autore per piccole produzioni televisive sull’enogastronomia, in cui do largo spazio ai giovani perché sanno come mantenere alta l’attenzione dei telespettatori. Ora stiamo preparando una cosa nuova, ma vecchia: ci ispiriamo al Viaggio nella valle del Po di Mario Soldati, trasmissione che è rimasta nella storia della tv anche grazie alla comunicativa, alla simpatia di Soldati. Bene, ora vi saluto, fatemi sapere quando andiamo in onda…Cioè, sul sito! Vedi l’abitudine di fare tv?».