L'intervista

Renzi: ecco come sarà il mio servizio civile universale

20 Gennaio Gen 2014 1134 20 gennaio 2014

L'endorsement alle Invasioni Barbariche nasce dall'adesione del segretario del partito democratico al manifesto di Vita. Una scelta che il sindaco di Firenze spiega più nel dettaglio: «Dobbiamo ribaltare il tavolo»

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L'endorsement alle Invasioni Barbariche nasce dall'adesione del segretario del partito democratico al manifesto di Vita. Una scelta che il sindaco di Firenze spiega più nel dettaglio: «Dobbiamo ribaltare il tavolo»

«Io dico servizio civile universale con cui far dedicare non un anno di tempo ma tre mesi, a delle ragazze e dei ragazzi quando hanno 18 anni per scoprire la bellezza del volontariato e dell’associazionismo», così ha risposto Matteo Renzi durante la sua comparsata alle Invasioni Barbariche incalzato dalla conduttrice Daria Bignardi che gli chiedeva se fosse favorevole all’introduzione del servizio civile obbligatorio.
Una presa di posizione che non sorprende. Da tempi non sospetti Renzi è un sostenitore autentico della campagna a favore di un servizio civile universale lanciata da Vita. Come conferma in questa intervista pubblicata sul numero di novembre di Vita magazine.

Oggi il servizio civile è uno cassetto vuoto. Ci dà un paio di idee realizzabili per rilanciarlo davvero?
Per come la vedo io il servizio civile è uno strumento e un’occasione impedibile per la costruzione di un identità sociale dei nostri ragazzi. Ed è un modo concreto per affrontare la questione educativa con cui questo Paese e l’Europa intera deve prima o poi fare i conti. Dico di più. Trovo profondamente sbagliato considerare le risorse investite su questo fronte come un costo. Sono un investimento educativo che anzi andrebbe valorizzato.

Già, ma come farlo? Ci deve pensare l’Europa?
No non dico questo. La cornice deve essere europea, ma noi dobbiamo essere il pungolo di Bruxelles. In questo senso vale lo stesso approccio che ho nei confronti della barriera del 3% nel rapporto debito/Pil. Noi vogliamo cambiare l’Europa, ma per farlo abbiamo bisogno di credibilità, abbiamo bisogno di cambiare l’Italia. Nel nostro caso abbiamo bisogno di cambiare il servizio civile.

Quale il primo passo?
Un grande processo di ascolto nei confronti degli enti che sono gli attori principali che mettono i ragazzi nelle condizioni di fare questa straordinaria esperienza. Da parte mia il principio cardine deve essere quello del servizio civile universale. Ovvero: tutti i ragazzi che lo desiderano devono poterlo fare.

Lo slogan può funzionare, ma poi bisogna farlo. Solo pochi mesi fa da queste stesse colonne l’allora vicesegretario del Partito Democratico e attuale premier Enrico Letta spiegava come fosse favorevole perfino a un servizio civile obbligatorio, da far nascere dopo «una riflessione pubblica sul futuro del servizio civile in relazione al cambiamento del rapporto fra Stato e cittadino». Per ora non se ne è fatto nulla e nemmeno sembra all’ordine del giorno del suo Governo?
Non mi chieda di controbattere a dichiarazioni rilasciate da altri. Io rispondo di quello che dico e faccio. Da sindaco di Firenze mi ero impegno ad abbassare l’aliquota Irpef e così ho fatto. Qualcuno si sorprenderà, ma la parola che più piace non è rottamazione, ma concretezza.

D’accordo, ma torniamo al servizio civile, cosa dopo la fase di ascolto?
Primo punto: chiediamoci come il tempo di servizio civile possa essere incardinato nel percorso di formazione scolastica dei nostri ragazzi. Per esempio lo si potrebbe immaginare come un’attività da inserire all’ultimo anno di liceo o considerarlo propedeutico all’ingresso in università. Ragioniamoci.

Punto secondo?
Siamo di fronte a un bivio e abbiamo due alternative. La prima è quella di togliere da una parte e mettere dall’altra stando però dentro un sistema. L’altra è quella di far saltare il banco. Io sono per questa seconda strada. Quindi va bene la riforma del servizio civile, ma questa deve essere costruita dentro un disegno di riforma della scuola, dentro un nuovo format europeo e nell’alveo di un ripensamento complessivo del sistema di welfare, che preveda per esempio la riforma del codice civile e un modello di gestione dei servizi sociali, che non sia la loro semplice esternalizzazione dai comuni alle realtà non profit del territorio. Il mio servizio civile deve stare dentro questo processo. Altrimenti ha poco senso.