10 anni di Facebook

Anche in Italia il non profit sta scoprendo i social

5 Febbraio Feb 2014 1641 05 febbraio 2014

Il professor Roberto Marmo, che nel 2011 ha scritto insieme a Cristina Berta il libro “Social network per il non profit”, spiega come negli ultimi tre anni le associazioni abbiano acquisito una dimestichezza maggiore col mondo della rete

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Il professor Roberto Marmo, che nel 2011 ha scritto insieme a Cristina Berta il libro “Social network per il non profit”, spiega come negli ultimi tre anni le associazioni abbiano acquisito una dimestichezza maggiore col mondo della rete

Sono passati tre anni da quando Roberto Marmo –professore a contratto nella facoltà di Ingegneria a Pavia- e Cristina Berta –ideatrice del portale di comunicazione Cibbuzz.com, che funge da ufficio stampa pubblicitario- hanno scritto il libro Social network per il non profit. Di acqua sotto i ponti del web ne è passata parecchia: i social, che nel 2011 venivano ancora percepiti come passatempo soprattutto per adolescenti, nel frattempo sono diventati –a detta di quasi tutti- uno strumento imprescindibile per comunicare le iniziative di lavoro che bollono in pentola. Anche le associazioni non profit, rispetto ad allora, hanno fatto dei passi avanti. C’è ancora “timidezza” da parte loro, ma nel complesso siamo di fronte a una consapevolezza maggiore sulle potenzialità del mezzo. Non possiamo ancora parlare di confidenza vera e propria, però qualcosa si sta muovendo.
Se ne è discusso lo scorso 27 novembre a Milano, durante un convegno organizzato dalla Fondazione Think per la presentazione del Rapporto 2013 “il Non Profit in Rete. Sono emerse dall’incontro milanese alcune criticità: le associazioni non avrebbero ancora ben chiaro il concetto di web mobile, legato al mondo delle app; inoltre, il fatto di considerare la rete solo come medium d’informazione ostacolerebbe il fundraising, che si basa sostanzialmente sulle relazioni. Roberto Marmo però, lo si evincerà dall’intervista qui di seguito, predilige l’ottimismo della volontà di gramsciana memoria: il web, a suo avviso, è uno spazio in cui poter costruire una società migliore. Il fatto che questa idea provenga da un uomo di scienza e non da un umanista è un elemento ulteriormente incoraggiante.
Tre anni fa, quando con Cristina Berta hai scritto il libro Social network per il non profit, che rapporto avevano le associazioni coi social?
«C’era più diffidenza verso le caratteristiche delle persone che popolavano i social network, ritenute poco interessate al non profit e difficili da coinvolgere. Più in generale, un atteggiamento guardingo verso l’uso delle piattaforme, ritenute complicate e gestibili solo da gente con grosse competenze».
Oggi invece? Qual è il social che utilizzano maggiormente?
«Lo strumento principale resta Facebook, per la semplicità di uso e la grande quantità di persone che raggiunge. Anche le piccole associazioni cominciano a muoversi con presenze interessanti e idee originali: la creazione di messaggi di auguri per il buon Natale che riportano il logo, la descrizione del proprio lavoro; l’aumento della qualità e della quantità di materiali, creati con le caratteristiche adatte alla condivisione. Su Internet sono aumentate le risorse attraverso cui imparare ad usare i social network per il non profit, a testimonianza del maggiore interesse. È aumentata anche la trasparenza della realtà associativa, molto spesso si può capire quali persone compongano l’associazione grazie al collegamento verso i loro profili nei social; si può essere informati su come vengono spesi i fondi raccolti grazie alle fotografie e ai racconti condivisi».
Il vostro libro che risposta ha avuto? C'è stato un feedback da parte di alcune associazioni?
«Mi ha permesso di partecipare a vari eventi del settore, ho conosciuto diverse realtà: la pagina Facebook http://www.facebook.com/SocialNetwork.per.il.NonProfit e il gruppo Linkedin, in particolare, su http://tinyurl.com/LinkedInNonProfit ricevono continuamente nuovi iscritti. Anche se il libro è nato principalmente come e-book, un terzo delle vendite deriva da ordini in librerie per la versione su carta».
Quali sono le associazioni che, allo stato attuale, utilizzano in maniera più proficua i social?
«Si stanno muovendo molto bene realtà grandi e piccole in vari contesti sociali, difficile fare dei paragoni. Alcune statistiche si possono trovare nel Rapporto “Il Non Profit in Rete”, che raccoglie i risultati della ricerca svolta nel corso del 2013 col contributo degli operatori del Non Profit, ai quali è stato chiesto quali fossero le loro esperienze e le loro aspettative. Il Rapporto è stato presentato il 27 novembre 2013 dalla Fondazione Think, in collaborazione con Informatica Solidale Onlus, con il sostegno di Fondazione Cariplo e con il patrocinio del Comune di Milano.
Parliamo del bottone "donare", introdotto da Facebook alcuni mesi fa. Per il momento ne stanno usufruendo solo le associazioni americane?
«Finora non si sono viste applicazioni a realtà italiane. Chi è interessato deve contattare Facebook tramite questa pagina https://www.facebook.com/help/contact/585894954798346. Alcuni esempi dell’uso in realtà internazionali si trovano su http://thesocialnetwork.it/pulsante-dona-ora-facebook/».
Gli utenti dei social sono una "popolazione" potenzialmente generosa?
«Sì, ci sono tanti casi di generosità, dalla raccolta per salvare il piccolo canile fino alle grandi cause internazionali. La grande quantità di persone presenti nei social può assicurare una buona raccolta basata su piccole partecipazioni fatte da tante persone. Bisogna tenere presente che ogni utente riceve tantissimo materiale da leggere, non è facile farsi notare in mezzo a una piazza dove sono in tanti a parlare».
C'era una vecchia canzone di Shel Shepiro che diceva: "Sarà una bella società". I social potranno fare da apripista per il miglioramento del mondo in cui viviamo?
«Un famoso proverbio dice “l’unione fa la forza” e l’unione fa anche una bella società. Per realizzarla le persone devono parlarsi, organizzarsi, condividere, entrare in relazione: i social network, in questo senso, sono uno strumento in grado di essere usati facilmente da tutti. L’importante è non condannarli in quanto tali solo in seguito a casi di cronaca, delusioni ottenute, errori fatti o giudizi superficiali. Bisogna aumentare la consapevolezza delle potenzialità offerte per fare del bene e difendersi dal male».