Azzardo

Il nuovo oppio dei poveri

7 Marzo Mar 2014 1149 07 marzo 2014

Inventato tra il XVI e XVII secolo, il lotto è il più longevo dei giochi dell'azzardo di Stato. Usato per far cassa da democrazie, principati e regni - la Chiesa se ne servì per costruire la Fontana di Trevi e Cavour per costruire la prima rete ospedaliera d'Italia - il lotto si configura come una vera droga della miseria

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Inventato tra il XVI e XVII secolo, il lotto è il più longevo dei giochi dell'azzardo di Stato. Usato per far cassa da democrazie, principati e regni - la Chiesa se ne servì per costruire la Fontana di Trevi e Cavour per costruire la prima rete ospedaliera d'Italia - il lotto si configura come una vera droga della miseria

Dinanzi a un fabbisogno finanziario in crescita e a metodi di riscossione generalmente e tradizionalmente inefficienti e costosi, dagli anni Trenta del XVIII secolo il lotto si è dimostrato un modello istituzionale semplice, pratico e soprattutto efficace per risanare le casse di un erario in crisi. A partire dal XVIII secolo, infatti, le finanze pubbliche dei principali Stati europei si rivolsero al lotto e alla lotteria – con la quale il primo è stato a lungo, strutturalmente e terminologicamente, confuso – ogni qual volta, pretestuosamente o meno, si riteneva necessario far ricorso a entrate speciali. Il legame fra il lotto a novanta numeri e la finanza pubblica costituisce uno degli elementi di maggiore importanza per comprendere a pieno la fortuna del più longevo tra i giochi legati alla sorte. Sembra sia stato Giacomo Casanova, che non disdegnava le vesti del finanziere, a consigliarne l’incentivo in Francia e l’adozione nella Prussia di Federico II. Passeggiando con lui nel parco di Sans-Souci, a Postdam, Giacomo Casanova ebbe infatti modo di esporre a Federico il proprio programma. Poche parole, ma chiare. Ci sono, disse, «tre specie di imposte, considerandole in rapporto agli effetti. La prima specie è rovinosa, l’altra necessaria, mentre la terza è sempre eccellente». È facile intuire, leggendo il terzo tomo dell’Histoire de ma vie, di quale Casanova predicasse l’attributo «toujours excellente».

Una contribuzione volontaria
Dal punto di vista fiscale, con il lotto i vantaggi finanziari per le casse di uno Stato non derivano infatti da un prelievo forzoso, bensì da una contribuzione volontaria. Tanto più volontaria da configurare, secondo un osservatore di metà Ottocento, quasi una sorta di azionariato popolare e diffuso, una cedola attenstante la propria sottomissione fiscale (secondo la vecchia massima ubi fiscus, ibi imperium) all’impresa-Stato. Scriveva infatti monsignor Mario Felice Peraldi che «nel gioco del lotto non v’è imposizione ma una spontanea contribuzione di speculazione». La perorazione del Peraldi, che sul tema scrisse «Una causa del popolo ossia giustificazione del pubblico giuoco del lotto» (1850), si fondava su un assunto semplice e chiaro, quanto luciferino: nel lotto il giocatore non sarebbe esposto né a maggior alea, né a maggior rischio rispetto a quelli che incontrerebbe in qualsiasi altra speculazione commerciale. Dovremmo quindi vietare anche i commerci e le speculazioni di altra natura? Il fisco – prosegue Peraldi, che rovescia completamente la questione – si troverebbe inoltre quasi in condizione di svantaggio rispetto alla massa dei giocatori che, anche perdendo, trarrebbero comunque vantaggio dalla contribuzione volontaria, perché darebbero modo all’erario di ridurre altre, più odiose voci del loro carico fiscale. Chi in questi mesi ha seguito le polemiche governative-parlamentari sul tema dell’azzardo legale, sa quanti patetici, involontari imitatori di voci abbiano trovato le capziose parole del Peraldi. Parole, questa, alle quali aveva già risposto ante litteram il Galiani.

Nel quinto dei suoi otto Dialogues sur le commerce des bleds, pubblicati a Parigi nel 1770 da madame d’Epinay e Denis Diderot, l’illuminista napoletano Ferdinando Galiani osservava infatti che un popolo di giocatori altro non è che un popolo di ciechi. I commerci di questi ciechi sono costantemente in perdita, il debito pubblico avanza e avanzando perverte le finalità del corpo politico – lo Stato – non meno dei «diritti essenziali della sovranità» che vengono «impegnati, alienati, usurpati». Non c’è grazia, ma disgrazia in questa sorte. Come se qualcosa si insinuasse nel margine incerto, aleatorio di questa oscillazione, trasformando la speranza in presagio e il lavoro in inerzia. In una società di ciechi, dediti a rimestare pula e a giocare d’azzardo, continuamente nascono nuovi bisogni, e nuovi desideri pervertono i vecchi, mentre «il gusto per le feste e per il fasto germoglia nel cuore dei potenti; vogliono il lusso; opprimono il debole per soddisfarsi. Non conoscendo il prezzo delle opere delle arti che sono loro sconosciute, tutto sembra loro meraviglioso e prezioso. Lo straniero ne approfitta. Il denaro diminuisce e scompare. La cultura ne soffre e il reddito nazionale diminuisce.
Lo Stato tocca il fondo, il male è all’apice». Un popolo di giocatori, osserva infine l’abate Galiani,
è ben disposto verso l’allegria, ma non è mai contento. Un popolo di giocatori non ammetterà mai
responsabilità nel concorso alla propria rovina. Verserà la propria quota col sorriso sulle labbra e lo
Stato incasserà, ma fino a quando? Cercando una grazia ultramondana, la moltitudine troverà una
mondanissima disgrazia.

Il lotto è stato comunque visto dalla maggior parte degli interpreti più critici come un’imposta
occulta e regressiva, che colpisce indifferentemente dal reddito e di conseguenza grava molto di più
sulle fasce deboli. Non a caso Balzac parlerà del lotto come dell’«oppio della miseria» e dell’attesa dei suoi numeri fatali come di una speranza quasi religiosa di grazia, coscienza rovesciata del mondo. Volgendo in chiasmo una metafora al tempo ricorrente, con Balzac non la religione sarebbe dunque l’oppio dei popoli, ma l’oppio la religione dei popoli. Di oppio del popolo («Opium des Volkes»),
è noto, parlerà Marx laddove Heirich Heine aveva già parlato di «geistiges Opium», Rousseau di
«opium pour l’âme» e l’economista Jean-Baptiste Say osservato che, nelle lotterie generalmente,
«c’est presque toujour le pain de la misère qu’on y hasarde».

Dal punto di vista giuridico, il lotto dà vita a un contratto aleatorio tra lo Stato e i giocatori. Lo Stato
crea l’evento aleatorio, nello schema classico estraendo cinque numeri da un’urna di novanta in dati intervalli di tempo (una, due, oggi infinite volte a settimana), mentre il giocatore concorre puntando
una somma su una combinazione di numeri, nella speranza di vederli estratti e ottenere così un premio.
Lotto d’Olanda o lotto a classi e lotto all’uso di Genova – che fornisce lo schema chiave per il
lotto quale noi oggi lo conosciamo – sono stati a lungo confusi, anche terminologicamente.
Nel modello della lotteria – il lotto d’Olanda – il banco decide il proprio margine teorico di profitto,
dato dalla differenza tra il valore dei biglietti messi in vendita e il valore dei beni dati in premio, con
l’unico rischio della risposta del mercato (ossia: quanti biglietti verranno effettivamente venduti),
mentre nel lotto vero e proprio il rischio del banco è ben più complesso, essendo di tipo probabilistico,
e dipende anch’esso dalla sorte.

La scommessa pontificia
Quando è nato il lotto? Come si sono formati si sono formati, tra il XVI e il XVIII secolo, i suoi meccanismi?
Quale il rapporto tra istituzione pubblica e speculazione privata? Se la leggenda del lotto si perde nella notte dei tempi, la sua origine è tra le poche cose certe che la storia altrimenti complessa del gioco e dell’azzardo accerti. Ciò nonostante, anche tra gli studiosi accorti confondere storia e leggenda non è cosa rara. È proprio della natura gioco, d’altronde, come già ricordava Eugen Fink, prendersi gioco di noi. Corre però in nostro aiuto un libro documentatissimo di Giovanni Assereto, che alla questione storica dedica il suo regente Un giuoco così utile ai pubblici introiti. Il lotto di Genova dal XVI al XVIII secolo (Fondazione Benetton-Viella, pp. 131, euro 20). Il lotto nasce a Genova, non a Napoli, come un immaginario un po’ confuso tenderebbe a credere, e nemmeno a Milano. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, infatti, a Napoli il gioco del lotto trovò cittadinanza solo nel 1682, quasi tre decenni dopo la sua introduzione a Milano, che risale al 1655. L’atteggiamento della Chiesa nei confronti del lotto fu di sostanziale ambiguità, diversamente da quanto avveniva con le lotterie, nella quali teologicamente e moralmente non si riscontravano quegli elementi di disvalore che, fino al 1731, ostacolerannno. Il 9 dicembre del 1731, a nemmeno un anno dalla sua elezione, toccò a Lorenzo Corsini, Papa Clemente XII, ristabilirlo nello Stato ponficio e questo nonostante gli interdetti dei suoi predecessori, da Alessandro VII (1669) a Benedetto XIII (1727). Con i proventi del lotto, venne costruita la Fontana di Trevi e si rifece il trucco alla facciata di San Giovanni in Laterano. Ciò nonostante, ma solo in forma residuale, rimase in vigore la scomunica per tutti coloro che «tratti dalla folle speranza di vincere per mezzi riprovati ed illeciti, useranno nel giocare al lotto arti prave o si serviranno di detestabili e dannate superstizioni». Anche tra le mura di San Pietro prevalsero ragioni erariali e il modello, ancora una volta, era quello genovese.

Ma come nacque il modello genovese? Nacque principalmente dalla pratica di scommetere sui nomi degli estratti da un’urna, detta seminario, pratica che negli anni si istituzionalizzò fino a essere legalizzata divenendo appannaggio del governo.

Nel 1576 le Leges novæ o «Leggi di Casale» stabilirono che, due volte all’anno, la scelta dei cinque patrizi componenti i Serenissimi Collegi, ovvero la principale carica di governo della Repubblica di Genova, venisse affidata a un sorteggio. L’assetto istituzionale, dopo anni di faide e contrasti, ne uscì rafforzato e restò invariato e stabile fino al 1797, quando Napoleone cancellò quasi ogni traccia della riforma che per un lungo aveva regolato la vita della aristocratica Januensis Respublica. Proiettandosi ben oltre i due secoli che separano l’approvazione delle Leges novæ dalla caduta della Serenissima, avviatasi con la Rivoluzione di Genova del 22 maggio 1797, qualcosa comunque rimase. Rimase una pratica diventata presto istituzione e da lì evolutasi fino a costituire ciò che, nell’Europa pre e post giacobina, verrà ricordato come il gioco del Seminario o lotto all’uso di Genova, e che noi, oggi, conosciamo con un parola semplice, familiare e lontana al tempo stesso: il lotto. Sorto dall’uso di scommettere sui patrizi dei Serenissimi collegi, negli anni, dopo un processo di emersione dal «nero», la pratica di indovinare l’esito di specifici sorteggi praticati a cadenze regolari, divenne un vero e proprio modello «virtuoso» applicato per far cassa da gran parte dei governi d’Europa. La scommesa sui cinque papabili all’elezione era stata istituzionalizzata nel 1644, quando la Repubblica di Genova autorizzò le scommesse, appaltandone la gestione a privati «prenditori», come si chiamavano allora.

Lucrosi sorteggi
Già dal XIV, però, a Genova era pratica d’uso lo scommettere – in forma organizzata e con l’appoggio dell’amministrazione che ne ricavava un utile – sul sorteggio delle cariche pubbliche. Pratica d’uso comune, questa, nell’Europa del Medioevo, là dove si puntava sull’elezione o la morte di cardinali, papi e imperatori. Qualcosa di comune, tanto che, osserva Giovanni Assereto, nel momento della sua nascita si può affermare che, nei suoi elementi, il lotto di Genova nulla avesse di nuovo eppure nell’insieme rappresentasse un’assoluta e originale novità, capace di riscuotere successo e attenzione attraverso i secoli. In pochissimo tempo, visti i riscontri altamente positivi per le finanze pubbliche (e per gli interessi privati di speculatori e appaltatori), il «modello» genovese si diffuse in tutta Europa.

Quando il governo provvisorio della ribattezzata Repubblica Ligure, dotata da Bonaparte di una Costituzione sul modello di quella francese dell’Anno III, si trovò a stilare il prospetto di tutte le entrare in data 1797, al primo posto, con 376.000 lire, il contabile annotò: «impresa del Seminario». A seguire, venivano la gabella del sale, con le sue 365.802 lire, l’imposta sul commercio marittimo, 318.000 lire, la posta, con 222.200 lire, e una serie di spettanze di ben più modesto importo. Il sale era ancora di fondamentale importanza nell’economia mercantile di quegli anni, ma il gioco si era oramai preso anche la sua parte.

da Il manifesto del 7-3-14