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Caro Ministro, vorrei andare in una scuola più difficile

17 Marzo Mar 2014 1707 17 marzo 2014

Intervista con Lorenza Patriarca, dirigente dell'Istituto Tommaseo di Torino. È una delle prime scuole d'Italia ad aver fatto un bilancio sociale, il pomeriggio il suo cortile apre al pubblico e ha creato un'associazione di genitori che fa fundraising per l'inclusione degli alunni disabili. «Ricomincerei daccapo in una scuola difficile, ma nessuno me lo chiede»

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Schermata 2014 03 17 Alle 16
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Intervista con Lorenza Patriarca, dirigente dell'Istituto Tommaseo di Torino. È una delle prime scuole d'Italia ad aver fatto un bilancio sociale, il pomeriggio il suo cortile apre al pubblico e ha creato un'associazione di genitori che fa fundraising per l'inclusione degli alunni disabili. «Ricomincerei daccapo in una scuola difficile, ma nessuno me lo chiede»

A Torino ci sono più di 200 cortili scolastici, usati per la ricreazione e poco più. Il Comune di Torino dal marzo 2013 sta sperimentando l’apertura di questi spazi in dieci scuole: i cortili scolastici così, nella bella stagione, grazie a un apposito regolamento, dal termine delle lezioni e fino alle 20 diventano veri e propri giardini pubblici aperti al quartiere. La scuola primaria San Francesco d’Assisi è una delle scuole che vi ha aderito e che al pomeriggio trasforma il suo cortile in un giardino pubblico. «Riceviamo un finanziamento aggiuntivo per potenziare la pulizia, lo spazio invece è totalmente autogestito», spiega Lorenza Patriarca, 50 anni, dirigente scolastica da 21. Da undici anni lavora all’Istituto Comprensivo Tommaseo di Torino, in pieno centro città, 1.200 iscritti di cui il 19% stranieri e un buon 60% figlio di genitori laureati. «La nostra sede centrale è proprio di fronte ai giardini pubblici comunali, e avendo visto quanto è piacevole per i bambini e di sollievo per i genitori avere uno spazio dove tutti si conoscono, gratuito, dove fermarsi dopo la scuola per un momento di socialità e di condivisione, abbiamo aderito con gioia».

All’istituto Tommaseo si incrociano tanti nodi dell’innovazione: per esempio è stato fra le prime scuole d’Italia a fare un bilancio sociale, presentato lo scorso novembre (negli allegati). Si intitola “EccoCi qua”: «Ecco per la voglia di trasparenza, Ci perché siamo una comunità, Qua perché siamo in questo specifico territorio e non altrove», spiega Patriarca. E racconta che «abbiamo lavorato insieme ad altre scuole e al dipartimento di Management dell’Università degli Studi di Torino, abbiamo elaborato un modello. Credo che nella fase di iscrizione sia stato uno strumento molto apprezzato dai genitori». Sarà un caso ma alle iscrizioni che si sono chiuse il 28 febbraio, per le prime elementari ha avuto 80 domande più di quelle che può accettare. Mentre da quell’esperienza è nato OBISS, il primo osservatorio per il monitoraggio del sistema di social accountability delle scuole.

Lorenza Patriarca ha anche voluto che nella scuola nascesse un’associazione di genitori. Si chiama A.Tom.I e si è costituita formalmente poche settimane fa. A differenza di tante altre associazione di genitori, però, A.Tom.I non cercherà finanziamenti per comprare tablet e Lim, ma per garantire percorsi di inclusione per gli alunni con disabilità: A.Tom.I sta per “Associazione Tommaseo per l’Inclusione”. «Sono convinta che lavorare sull’eccellenza e sulle fragilità siano due facce della stessa medaglia. È solo se riesci a diversificare l’offerta e a dare a ciascun bambino l’intervento per lui più efficace che riesci a tenere insieme tutto», spiega. La questione l’ha spiegata così anche ai genitori, e infatti non c’è stata nessuno che ha detto che l’inclusione è una “cosa per pochi”: «nel direttivo due persone sono genitori di alunni con disabilità, tre no», dice con soddisfazione. Il punto è che in un momento di scarsità di risorse, in cui gli insegnanti di sostegno sono pochi, pochissime le ore di compresenza e gli educatori comunali in calo, «lo standard qualitativo dell’inclusione rischiava di scendere». Da qui l’idea dell’associazione: «soldi ai genitori non voglio chiedere, abbiamo pensato di cercarli all’esterno. Stare ad aspettare che lo Stato/cielo si attrezzi per fare il proprio dovere è perdente, a casa fin da piccola mi hanno detto “aiutati che il ciel ti aiuta”».

Nel fermento delle scuole, i dirigenti stanno giocando un ruolo sempre più decisivo. Detto senza mezzi termini, sono loro - non i soldi - che fanno al differenza tra una scuola viva e una che appassisce stancamente. «Io sono un’entusiasta, ci sono colleghi che forse si sono scordati di essere dirigenti scolastici, credono di essere dirigenti amministrativi, mentre efficienza ed efficacia non solo la stessa cosa. E poi abbiamo vissuto l’autonomia come una gara, dovremmo invece ricordarci che siamo tutti dirigenti della medesima azienda. Però bisogna dire che oggettivamente ci sono scuole dove è semplice e scuole più difficili, realtà estremamente complesse e degradate dove le famiglie vivono difficoltà talmente grandi che è impensabile chiedere loro di trasmutarsi anche in una risorsa per la scuola. Il fatto è che oggi dirigenti e insegnanti arrivano in una scuola in maniera assolutamente casuale, gli enti locali invece dovrebbero dare una mano allo Stato per capire dove intervenire in maniera più mirata. Io ho avito la fortuna di avere una formazione massiccia, come dirigente, ora non è più così». L’ultima frase della Patriarca è quasi una proposta: «Se c’è una scuola difficile da tirare su, io ci andrei anche, ci proverei. Il fatto è che non me lo chiede nessuno…». Ministro Giannini, c’è posta per lei.