No slot

Iene contro l’azzardo

20 Marzo Mar 2014 0100 20 marzo 2014

Nadia Toffa, celebre inviata del programma di Italia1 ci ha messo la faccia. Oltre ad aver seguito, con diversi servizi, il tema dell'azzardo legalizzato ha anche scritto un libro, a breve in uscita (2 aprile) edito da Rizzoli, dal titolo “Quando il gioco si fa duro”

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Nadia Toffa, celebre inviata del programma di Italia1 ci ha messo la faccia. Oltre ad aver seguito, con diversi servizi, il tema dell'azzardo legalizzato ha anche scritto un libro, a breve in uscita (2 aprile) edito da Rizzoli, dal titolo “Quando il gioco si fa duro”

Le Iene sono diventate #noslot. Il merito è dell’inviata del programma Nadia Toffa che ha deciso di andare oltre ai suoi numerosi servizi (l'ultimo, “Dove cercare i soldi che mancano?” è andato in onda ieri sera), sul gioco d’azzardo e sul giro d'affari che genera. La giornalista infatti sta per uscire in libreria (dal 2 aprile) con il suo libro “Quando il gioco si fa duro, un vademecum su «come difendersi in un Paese travolto dall’azzardomania». Vita.it l'ha contattata per raccontarci come nasce questo suo impegno.

La copertina del libro di Nadia Toffa

Che cosa ti ha portato a addentrarti nel mondo delle slot machine?
Ho iniziato ad appassionarmi alla tematica del gioco molto tempo fa, quando sono spuntate le prime sale per slot machine. Ma c'è un aneddoto preciso: ero a girare un servizio per le iene ad Ancona. Mi ritrovo sul luogo dell'appuntamento molto in anticipo e quindi attendo l'apertura di un bar per prendermi un caffè. Ad aspettare fuori sul marciapiede con me c'erano un sacco di persone; tirata su la saracinesca io mi fiondo al bancone, mentre gli altri vanno nel retro...mi sono incuriosita, sono andata dietro anche io e per la prima volta mi sono fermata a osservare qualcosa che fino ad allora non avevo mai nemmeno notato. Tutte quelle persone stavano lì per giocare alle slot machine che avevano lasciato la sera prima alla chiusura del bar, e uno di loro mi disse “ci sono dentro i miei soldi, non posso lasciarla scoperta”. Da lì è partito il mio viaggio alla scoperta del mondo delle macchinette, cercando di capire cosa pensano i giocatori, quanto giocano, quanto fanno guadagnare ai gestori e allo stato.

Ci racconti qualcosa della tua prima inchiesta - hai provato stupore? sgomento? eri già preparata o ti si è aperto un mondo al limite dell'inverosimile? In fondo, molti stentano a credere possibile che l'Italia sia una sorta di avanguardia nella costruzione di questa sorta di bisca sociale (e globale)...
Negli ultimi anni il fenomeno si è molto allargato. Sotto casa di ognuno di noi c'è una sala giochi...spuntano davvero come funghi, aperte a tutte le ore del giorno, un po' come i centri massaggi dei cinesi.... Prima c'erano solo i casinò e quindi: ti dovevi affittare uno smoking, fare chilometri per raggiungerlo, per entrare dovevi presentare un documento di identità; ora queste sale giochi sono alla portata davvero di tutti, dove prima c'erano le vecchie mercerie e cartolerie ora c'è una nuova sala slot, e per entrare non devi nemmeno registrarti. Quando sono entrata la prima volta sono rimasta folgorata dai suoni e dai colori delle slot, e non mi sono resa subito conto della solitudine che permea quelle sale. Piano piano, di sala in sala, parlando con i giocatori che stanno attaccati ore al monitor delle macchinette ho capito quale sia la reale condizione di questi posti.

Oggi a quanto ammonta il “giro” in questo settore? Quante le slot, quante le sale gioco, quanti gli incassi, leciti e illeciti, di questo business?
Il business del gioco non conosce crisi e non parlo solo delle macchinette, ma di tutta l'offerta dell'azzardo. Si tratta della terza impresa italiana, dopo Eni e Fiat (fino a quando durerà naturalmente) con un giro di affari che si aggira sugli 85 miliardi di euro, e comprende bingo, lotto, superenalotto, scommesse varie, gratta e vinci, gioco on line, ma il dato impressionante è che più della metà di questi 85 miliardi vengono dalle slot machine a monetine e dalle VLT, cioè le sorelle maggiori, che vanno a banconote. Il parco macchine è pazzesco: circa 400 mila slot a monete e 50 mila a banconote.


Hai mai avuto la sensazione che, in settori come questo, il limite tra lecito e illecito, legale e illegale sia alquanto poroso e fragile?
La mafia è ingolosita dagli utili milionari del gioco d'azzardo e si insinua con prestanomi aprendo sale scommesse e sale giochi. Ci sono fior fior di Report delle commissioni antimafia che parlano di questo, anche perchè naturalmente la criminalità organizzata ha interessi in ambienti che hanno un'economia così florida. É però ingiusto demonizzare il settore nella sua totalità ed è altrettanto controproducente il proibizionismo che semplicemente porterebbe maggiori incassi nelle tasche della malavita. Insomma bisogna educare ad un gioco consapevole e mettere dei limiti al proliferare incondizionato delle sale giochi dentro le nostre città. Un dato inquietante è che il 50 per cento delle persone che si rivolgono agli usurai lo fanno a causa dei debiti di gioco.

Nel tuo libro racconti molte storie di “gioco e vita quotidiana”. Ce ne racconti una?
Qui il danno sociale è alto... ci sono persone che rovinano famiglie perché buttano nel gioco i soldi dell'affitto, persone che fanno fallire aziende, lasciando a casa gli operai, ci sono un sacco di casi di cronaca che ce lo raccontano: dal ragazzo che si è suicidato perché non riusciva a parlare dei debiti di gioco, al signore che si è reciso la mano destra per non giocare più alle slot, o al padre che ha dimenticato il neonato in auto perché ipnotizzato davanti alle macchinette. Ne ho conosciuti davvero tanti negli ultimi due anni, uno di questi è Renatino. Capofamiglia con due figli a carico che per sfamare la sua febbre da gioco si trasforma in un rapinatore di banca, la sua vita diventa come quella di un film, perde il senso della realtà. Purtroppo però la sua storia non ha un happy end.

Che cosa pensi sia necessario fare, ora? Informare? (non è troppo tardi?) Educare? (come, visto che il gambling entra oramai direttamente nelle case sui telefonini dei ragazzi?) Prevenire? Oppure....
Per anni, fino a poco tempo fa, o forse ancora ora, si è non solo sottovalutato molto la portata del gioco d'azzardo, ma si sono dati messaggi sbagliati e fuorvianti. Il gioco ovviamente non è da demonizzare, (il proibizionismo non funziona mai con questo genere di cose), anzi è divertente, è bello perché ci fa anche sognare, ma quello che manca in modo totalitario è un'educazione al gioco! Una cosa è certa: ci vuole una presa di coscienza. Per questo nel libro ci sono dei consigli pratici per riconoscere un giocatore, per cogliere i primi segnali, per dargli una mano e soprattutto nel modo giusto.
Ci sono frasi sbagliate, da non dire mai, e invece ci sono metodi di approccio che funzionano. Vi faccio un esempio: negli anni 80 non si sapeva nulla di anoressia e a una ragazza che rifiutava il cibo, le si dava una porzione doppia di lasagne e le si diceva “mangia, in Africa ci sono i bambini che muoiono di fame”. Ora si sa che non c'è niente di più sbagliato, perchè innescare sensi di colpa è controproducente. La stessa cosa con un giocatore, ci sono frasi che allontanano, e sono proprio quelle frasi che ci viene spontaneo dire: te la sei cercata; nessuno ti obbliga a giocare, ti sei giocato i soldi dell'affitto, ma che sei stupido....Tutto errato, queste parole sono delle pugnalate alla schiena per un giocatore. Nel libro invece ci sono dei consigli pratici, semplici, che funzionano. E un nuovo metodo (che ha presa soprattutto sui giocatori a rischio) per prendere coscienza e dissuadere le persone a giocare in modo ossessivo è spiegare il calcolo matematico delle possibilità di vincere. Anche qui facciamo degli esempi. Chi di noi non ha mai giocato una volta al superenalotto quando magari il jackpot era di 100 milioni, però giocando tutta una vita 3 volte a settimana al superenalotto siamo lontanissimi dall'avere una benché minima probabilità di vincere. Ma non solo una vita. Pensate che nemmeno Leonardo, se avesse iniziato a giocare nel 1400 fino ad oggi, sarebbe vicino alla vittoria. Bisogna arrivare alla prima scimmia che inizia ad avere le sembianze di un uomo: se avesse giocato per 250milioni di anni di fila al superenalotto 6 numeri a caso per 3 volte a settimana avrebbe, non la certezza....eh no, ma il 50% di probabilità di aggiudicarsi il jackpot. Il testa o croce! E se beccasse croce anziché testa direste che sfiga? Adesso che sappiamo questa cosa, andremmo mai avanti per 10 anni a giocare 15 euro a settimana, per cui spendendo più o meno 10mila euro? Vi sembra un buon investimento?

Un decalogo, un “che fare”. Il tuo libro ne riporta uno, importante. Appunto, “che fare?” se abbiamo un parente, un amico, un famigliare, un vicino che si sta rovinando con questo strano gioco?
In “Quando il gioco si fa duro” ho inserito due decaloghi molto chiari e semplici: cose da fare sempre e cose da non fare mai. Perché una persona vicina ad un giocatore patologico può salvargli la vita. Non c'è un attimo da perdere e i segnali sono meno evidenti di altre dipendenze, ma ci sono. Una cosa da non fare mai è ricattare con un aut aut un giocatore in difficoltà: frasi del tipo “se non smetti ti lascio”, allontanano ed incentivano il ludopatico ad arroccarsi nella menzogna, che di solito circonda la loro vita. Una cosa da fare sempre, invece, è usare il pronome “noi” e mai “tu”: ad esempio “abbiamo un problema”, “capiamo come uscirne” e non “hai una problema”. Questa comunione di intenti porta il ludopatico ad aprirsi, a fidarsi, insomma si mettono basi fondamentali per iniziare un percorso curativo.

Un'ultima cosa... e il giornalismo? Le tue inchieste dimostrano che esiste un giornalismo che può essere al tempo stesso obiettivo e militante, produrre critica senza produrre chiacchiere, produrre indignazione senza produrre frustrazione. Tu come la vedi?
Questo mestiere lo faccio, anzi, lo facciamo, perché ci appassiona e perché ci dà una grande occasione: quella di restare ancorati al paese reale, che spesso non ha voce, perché la voce l'ha persa a forza di gridare inascoltato. Lo dico davvero senza retorica, ma questo è da troppo tempo il problema della nostra classe politica: il distacco dalla sofferenza, dal disagio, dal presente della gente comune. Il mio lavoro a Le Iene, che mi inorgoglisce, è ovviamente migliorabile o criticabile: ma credo e spero che il mio approccio giornalistico al mondo resti dominato da uno stupore, forse vagamente infantile, ma mai disilluso.