provocazioni

Caro non profit, senza lo Stato i poveri morirebbero

31 Marzo Mar 2014 1152 31 marzo 2014

Le organizzazioni del privato sociale non possono rimpiazzare il welfare pubblico. A dirlo a chiare lettere è un grande giornale americano, che risponde così a chi vorrebbe, soprattutto in tempi di crisi, che il terzo settore prendesse in mano le redini dei programmi sociali. Un’inversione a U del liberalismo o semplice realismo? Il dibattito è aperto

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Le organizzazioni del privato sociale non possono rimpiazzare il welfare pubblico. A dirlo a chiare lettere è un grande giornale americano, che risponde così a chi vorrebbe, soprattutto in tempi di crisi, che il terzo settore prendesse in mano le redini dei programmi sociali. Un’inversione a U del liberalismo o semplice realismo? Il dibattito è aperto

La crisi dell’economia reale – anche se i numeri sono tornati in positivo – non accenna a diminuire neanche negli USA, povertà e disoccupazione sono ai massimi, ed ecco che Oltreoceano si è aperto un interessante dibattito sul welfare: le cose andrebbero meglio se lo Stato lasciasse campo libero al privato sociale, e il non profit fosse messo in grado di agire meglio e più liberamente a favore dei cittadini bisognosi? Alcuni la pensano così, soprattutto tra i repubblicani, ma in molti altri si sta facendo strada l’idea che lo Stato non dovrebbe comunque ridurre l’assistenza pubblica, come in parte però sta facendo adducendo i soliti “motivi di bilancio”.
A spezzare una lancia a favore del welfare vecchio stile è, dalle colonne del Los Angeles Times, l’editorialista di punta del settore economico nonché vincitore del Premio Pulitzer 1999 Michael Hiltzick, che firma l’editoriale della domenica intitolato “Le charity non possono rimpiazzare l’assistenza sociale statale”.
Hiltzick prende spunto da una recente presa di posizione del discusso (ma molto noto) presidente della Commissione Finanze della Camera Paul Ryan, ultraconservatore, che ha invitato tutti i cittadini a “non aspettare che lo Stato faccia qualcosa” per i poveri, ma a “mobilitarsi in prima persona”: “Coinvolgetevi”, ha detto Ryan, “attivatevi, contattate un’associazione o una chiesa e datevi da fare”.
Una vera chiamata alle armi (solidali), davanti alla quale però il Los Angeles Times è scettico, e contesta proprio i due “plus” che generalmente si riconoscono al terzo settore: quello di essere più efficiente e più umano. “L’idea secondo la quale le charities religiose o laiche sono più efficienti, efficaci e capaci di reagire di fronte ai bisogni rispetto allo Stato ha smesso di essere reale da quando la nostra economia è diventata da agricola a industriale”, scrive Hiltzick, che bolla come “fantasiosa” la convinzione che le organizzazioni del privato sociale possano sostituire i servizi sociali dello Stato.
“La verità è che le realtà private, solidali e religiose non possono rispondere ai bisogni a cui lo Stato risponde”, taglia corto. E passa a spiegare il perché.
Primo: le associazioni sono esposte, come il resto della società, alle crisi economiche. Le donazioni che sostengono il terzo settore non sono anticicliche ma cicliche, ovvero crescono e diminuiscono seguendo la curva della povertà generale, non contrastandola come i programmi di assistenza pubblica: se i poveri crescono, le donazioni calano, mentre al contrario le erogazioni statali aumenano. I dati lo dimostrano: anche se negli ultimi tre anni la raccolta del terzo settore americano è cresciuta rispetto all’anno nero 2009, si è ancora ben lontani dai dati del 2004.
Secondo: non è assolutamente vero che sostenendo il non profit si sostengano i più bisognosi. Anzi: secondo Hiltzick “le donazioni private, per come sono strutturate negli Stati Unit oggi, vanno spesso ad aumentare il divario tra ricchi e poveri invece che a ridurlo”. Un esempio? Secondo l’Indiana University's Center on Philanthropy, nel 2005 solo il 30% delle donazioni al non profit andò effettivamente a favore dei poveri, ovvero nelle casse di associazioni di assistenza sociale, istituzioni sanitarie, programmi di scolarizzazione; il resto finì nelle casse di università, scuole non statali di ogni livello, istituzioni artistiche e culturali.
Come se non bastasse, a snobbare i bisognosi sono proprio i più ricchi: i donatori con un reddito superiore al milione di dollari annuo, infatti, hanno destinato ai poveri solo il 3,8% delle loro donazioni. “Si dona per soddisfare le proprie aspirazioni, realizzare un progetto, e non ultimo per ottenere vantaggi fiscali: non certo per aiutare i poveri”, sostiene Rob Reich, docente di Filantropia a Stanford. Infatti, il sistema fiscale americano non fa nessuna distinzione di scopo: se la donazione è diretta a un’organizzazione senza fini di lucro, il vantaggio per il contribuente è uguale, sia che doni a un banco alimentare sia che sostenga un’orchestra da camera.
“Persone come il deputato Ryan stanno parlando di un’età dell’oro che non è mai esistita”, conclude l’articolo riferendosi alla nostalgia per un’America i cui cittadini si rimboccavano le maniche per aiutarsi l’un l’altro. La verità, secondo l’editorialista, è che milioni di americani mangiano e stanno al caldo grazie allo Stato: “Vorremmo tutti che il welfare pubblico non fosse necessario, ma lo è”, è la domanda finale. “Vorremmo tutti che i membri più fortunati di questa società si prendessero cura di quelli che non hanno avuto la stessa fortuna, ma non lo fanno. Perché fingere il contrario?".