Diritti umani

Un documentario interattivo racconta l’inferno degli sweatshops

17 Aprile Apr 2014 1753 17 aprile 2014

A un anno dal crollo del Rana Plaza, il Guardian ricorda la tragedia con un documentario interattivo che porta lo spettatore in Bangladesh nel cuore dello sfruttamento dell’industria della fast fashion globale

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Sweatshop
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A un anno dal crollo del Rana Plaza, il Guardian ricorda la tragedia con un documentario interattivo che porta lo spettatore in Bangladesh nel cuore dello sfruttamento dell’industria della fast fashion globale

Era il 24 aprile 2013 quando il crollo del Rana Plaza, aveva strappato la vita di oltre 1100 lavori locali, costretti a lavorare in condizioni disumane per i giganti dell’industria tessile globale. Nel palazzo di Dacca si trovavano il laboratori di aziende a cui era stata appaltata a costi irrisori la manifattura dei capi d’abbigliamento da parte delle grandi multinazionali del settore. 28 i marchi che avevano parte della produzione nel Rana Plaza, tra cui Mango, El Corte Inglés, Primark e anche Benetton.
Per una settimana la tragedia aveva catalizzato l’attenzione dei media internazionali. Enough Fashion Victims era stato lo slogan della campagna di pressione promossa dai sindacati IndustriAll e UNI Global Union, insieme alla piattaforma di petizioni online, Avaaz, per ottenere dalle principali multinazionali del fast fashion la firma di un accordo per garantire i diritti fondamentali ai lavoratori. Tra i firmatari Inditex, proprietario delle catene di abbigliamento spagnole Zara e Mango, Primark e Tesco, Marks & Spencer, Abercrombie & Fitch e l’italiana Benetton.
A una anno dalla tragedia, il Guardian lancia “The shirt on your back”, il documentario interattivo che racconta il viaggio dei vestiti a ritroso, dal consumatore che li acquista a chi i vestiti li cuce davvero, denunciando i costi umani e ambientali della cosiddetta fast fashion industry. Un’industria frenetica basata sul consumo sfrenato, cresciuto vertiginosamente negli ultimi anni.
Se all’inizio del novecento comprare abiti, che solitamente venivano fatti su misura, era dispendioso (si calcola che circa il 15% del reddito di una famiglia media venisse speso in vestiti) e, per questo, raro, oggi è diventata un’abitudine sempre più frequente. Si stima che nel 2010 una famiglia abbia speso il 2.8% del suo reddito in abbigliamento. Se nel 1997 una persona acquistava in media 19 capi all’anno, dieci anni dopo il numero di acquisti era salito a 34.
Una tendenza al consumo alimentata da un’industria che ha stravolto i tempi tradizionali di produzione, se fino a pochi anni fa le collezioni era solitamente legate alle stagioni, le multinazionali della moda a basso costo producono diverse collezioni diverse al mese.
Un circolo vizioso, di cui è ancora difficile calcolare esattamente l’entità economica esatta. Si stima che nel 2012 l’industria del fast fashion abbia prodotto abiti per un valore di oltre 500 miliardi di dollari, di cui 300 miliardi riconducibili solo alle prime 10 industrie del settore.
Il costo del cotone per una maglietta fatta in Bangladesh si aggira intorno ai 5 dollari, quello del lavaggio e del lavoro intorno ai 20 centesimi.
Lo stipendio mensile di un operaio come quelli che lavoravano alle macchine da cucire in uno dei nove piani del Rana Plaza (per la maggioranza donne), si aggira intorno agli 80 dollari al mese, con i turni di 10 ore al giorno, sei giorni a settimana.
“Si tratta di un piano B”, dichiara Srinivias Reddy nel documentario, riferendosi alle iniziative per la tutela dei lavoratori locali portate avanmti dai sindacati, dalle ONG e dall’ONU. “Il piano A era il Rana Plaza e non abbiamo nessun piano C.”