Autodeterminazione

Pessina: quella sull'eutanasia è una battaglia di retroguardia

8 Maggio Mag 2014 1638 08 maggio 2014

Il docente di Filosofia morale dell'Università Cattolica di Milano, dove è anche direttore del Centro di Ateneo di Bioetica, e membro del Consiglio direttivo della Pontificia Accademia per la Vita commenta la petizione di Mina Welby sulle leggi per eutanasia e testamento biologico

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Il docente di Filosofia morale dell'Università Cattolica di Milano, dove è anche direttore del Centro di Ateneo di Bioetica, e membro del Consiglio direttivo della Pontificia Accademia per la Vita commenta la petizione di Mina Welby sulle leggi per eutanasia e testamento biologico

È tornato nuovamente d'attualità il tema della regolamentazione per legge dell'autodeterminazione sulla vita. Questa volta si parla di eutanasia e testamento biologico. A riaccendere i rilfettori è stata la petizione lanciata su Change.org di Mina Welby moglie di Piergiorgio. Un argomento che propone, ogni volta, il muro contro muro ideologico. Scontro che non porta mai soluzioni, decisioni né confronti seri. Per capire meglio abbiamo chiamato Adriano Pessina, docente di Filosofia morale alla Cattolica di Milano dove è anche direttore del Centro di Ateneo di Bioetica e membro del Consiglio direttivo della Pontificia Accademia per la Vita.

Per l'ennesima volta si torna a parlare di fine vita. E come sempre lo si fa in riferimento a casi particolari. Oggi a sollevare il problema è la signora Welby ieri era stato Beppino Englaro. In particolare oggi si parla di eutanasia e testamento biologico. Da dove partiamo?
La prima cosa che bisogna assolutamente fare è distinguere il fine vita da altri problemi. Nel senso che Piergiorgio Welby come Eluana Englaro non erano in fine vita. Erano in situazioni cliniche tra di loro molto differenti e entrambe molto difficili che però non avevano a che fare con la fine della vita. Si parla di fine vita quando il paziente ha un'aspettativa di vita molto breve dovuta alla patologia. Bisogna distinguere assolutamente queste situazione altrimenti si creano dei danni e non si può fare nessun ragionamento serio.

Fatta questa distinzione possiamo dire che il problema è serio. Come lo si affronta?
Bisogna introdurre un altro aspetto: esiste indubbiamente da parte di tutti i cittadini il diritto di segnalare le preferenze terapeutiche che si desiderano. E credo che sia importante che nel rapporto medico-paziente ci sia questo legame sulle decisione da prendere. E si possono anche prendere prima che si entri nel fine vita.

Quindi sta dicendo che il testamento biologico può essere una strada?
Il testamento biologico in linea di principio può anche essere uno strumento. Ma non è sufficiente e spesso non adeguato. Questo perché il cittadino deve essere garantito dal fatto che in qualunque ospedale entri, sia che abbia fatto sia che non abbia fatto una dichiarazione anticipata sul trattamento, sappia quali sono i criteri oggettivi con cui verrà trattato. Questo perché anche se qualcuno farà un testamento biologico dichiarando di non voler essere rianimato stiamo parlando di una prassi che riguarda un individuo. Noi abbiamo bisogno di regole che riguardano la medicina come prassi generale e che riguarda tutti. Anche quelli che non vogliono scrivere nessun testamento. Senza contare che si tratta di qualcosa di molto ideologico perché cosa posso stabilire a priori di cosa voglio e non voglio domani? Per carità, ci si può mettere d'accordo. ma è un falso se si dice che il testamento biologico serva ad evitare l'accanimento terapeutico. L'accanimento infatti è qualcosa che deve essere vietata a prescindere. Aggiungo poi un'altra osservazione a mio avviso decisiva. Se non vogliamo trasformare l'arte medica semplicemente nella dimensione esecutiva del comando di un individuo deve avere dei criteri clinici oggettivi da proporre ai pazienti.

Ad esempio?
La prima regola è appunto che deve diventare prassi quotidiana il rifiuto dell'accanimento terapeutico. Anzi in alcuni casi diventa legittimo sospendere trattamenti che non sono più terapeutici. La terapia è qualcosa che porta beneficio. Ci sono situazione in cui il trattamento porta solo dati negativi e prolunga l'agonia più che la vita della persona. Oggi è chiaro che questo deve essere assolutamente vietato

Dunque il problema è solo l'accanimento terapeutico?
No, c'è un'altra questione, sottesa ai disegni di legge in questione, su cui bisogna vigilare: l'abbandono terapeutico. L'idea, che si sta diffondendo nella società, è che non valga la pena, anche in presenza di trattamenti adeguati per un certa patologia, perseguire la cura. O per l'età del paziente, o per la qualità della vita senza determinati standard. Una civiltà democratica non può accettarlo.

Quello della qualità della vita è un nodo fondamentale di tutta la discussione...
Su questo la battaglia sull'eutanasia è vecchia, ottocentesca. Oggi tutta la medicina infatti lavora sulla palliazione del dolore. Il punto vero però, più che la qualità della vita è che le persone oggi non sopportano i tempi della malattia e del processo del morire. Tanto è vero che la questione che emerge, specialmente da parte dei sani, è farla finita in fretta. A questa logica risponde l'idea del suicidio assistito fatto quando ancora c'è la salute. Non c'è paura di morire ma paura dei tempi lunghi, e questa è una tragedia. La nostra società non accetta la dipendenza. Non vede il dipendere dagli altri come qualcosa di costitutivo dell'umano ma come qualcosa di negativo.

Come rispondere però a questo grido di dolore. Alla richiesta di un'eutanasia legale?
Che delle persone chiedano, nella disperazione e nella sofferenza, di morire lo sappiamo. Ma dobbiamo avere il coraggio di dire che non tutte le richiesta siano accettabili. Non è un giudizio di valore sulla richiesta. Ma dobbiamo tenere conto che una volta che stabiliamo un diritto non stiamo facendo un'azione privatistica, stiamo anche stabilendo un dovere. Quindi non si può sostenere la logica del “lo faccio io ma non lo chiedo a te”

Anche il mondo medico deve però cambiare. Spesso situazioni critiche vengono create dalla potenza della medicina e dal comportamento dei medici...
Due sono gli elementi fondamentali. Il primo è che la medicina rischia di misurare il suo successo più sul riuscire a recuperare e a guarire che sul prendersi cura. Il che genera grande attenzione su malattie in qualche modo recuperabili e meno per la cronicità. La seconda è che oggi abbiamo mezzi potenti per intervenire sulla vita. I medici devono essere educati alla proporzionalità dei trattamenti, che fa sì che gli interventi non siano esclusivamente vitalistici. L'importante non è la vita, ma la vita di un uomo. Quindi l'importante è, in fin dei conti, l'uomo. Non è facile e non si fa a tavolino. Ci vuole tempo ed esperienza. La scorciatoia del suicidio o dell'eutanasia però non funzionano né da un punto di vista etico né giuridico. Perché introdurrebbero, come dicevo prima, il diritto di morire insieme al dovere di uccidere. Sarebbe paradossale.

Quindi sia l'eutanasia che il testamento biologico secondo lei sono proposte non centrate per risolvere i problemi...
Credo che l'errore di questi modelli sia quello di voler affidare alla burocrazia la relazione. Dimensione relazionale che invece andrebbe valorizzata e potenziata

Rimane il fatto però che il mondo politico non dà risposte. Aspetta sempre che passi la bufera. Possibile che non si possa quanto meno discutere?
Questi argomenti sembrano interessare l'opinione pubblica solo quando legati a casi drammatici che diventano un grido d'allarma. Ma quando ci si concentra sui casi diventa tutto difficile e bisognerebbe ragionare a bocce ferme. Quando scende l'attenzione però non succede niente. Ma non per volontà politica. Il motivo è che si è voluto costruire, a partire da qualche caso, un movimento d'opinione ideologico. Infatti in quanti hanno fatto quello che ha fatto Englaro? Non si può dire che ci sia la volontà popolare. Non è così. Bisogna chiedersi: l'urgenza oggi è il testamento biologico, l'eutanasia o piuttosto la palliazione del dolore, l'assistenza ai familiari nel fine vita e la presenza capillare negli ospedali? Cioè il modello è di risparmio o di investimento? Detto questo sono d'accordo sul fatto che sia inutile ignorare o coprire le vicende. Aggiungo che, parlando di un modello che viene dalla destra liberale, dobbiamo pensare attentamente al futuro

Si è sempre commentato queste istanze come tipicamente di sinistra...
Dobbiamo chiarire bene che politicamente il movimento radicale si colloca nell'ambito della destra liberale individualista. Oggi più che mai dobbiamo chiederci se il futuro del Paese è in grado di salvare le diverse tradizioni solidali o si deve consegnare all'individualismo radicale di destra