adozioni internazionali

Da alcuni Paesi serve il coraggio di andarsene

29 Maggio Mag 2014 2044 29 maggio 2014

L'onorevole Lia Quartapelle (PD) ha seguito da vicino la questione Congo. Oggi è felice per le famiglie e per il risultato italiano, ma dice che «la politica estera delle adozioni implica innanzitutto una revisione della geografia delle adozioni. È una cosa ancora più urgente del rivedere la legge»

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L'onorevole Lia Quartapelle (PD) ha seguito da vicino la questione Congo. Oggi è felice per le famiglie e per il risultato italiano, ma dice che «la politica estera delle adozioni implica innanzitutto una revisione della geografia delle adozioni. È una cosa ancora più urgente del rivedere la legge»

Lia Quartapelle è stata una dei politici italiani che in questi sette mesi ha seguito più da vicino la crisi del Congo e oggi è ancora felicissima. Non si contano i tweet di dialogo con le 150 famiglie ancora in attesa e proprio lei sul tema adozioni ha presentato come prima firmataria una mozione che chiedeva il Governo di reperire le risorse necessarie per i rimborsi rimasti in sospeso, fermi alle adozioni concluse nel 2011; di istituire un fondo per tutelare le coppie che devono sostenere costi aggravati; di rafforzare le relazioni bilaterali tra Paesi, per ridurre il più possibile rischi di blocchi inattesi. Ieri, quando l’aereo che ha portato in Italia i 31 bambini adottati è atterrato a Ciampino, lei era ai piedi della scaletta e molti tweet di ringraziamento sono stati per lei, «discreta e operativa» durante tutta la vicenda. Deputata Pd, ricercatrice Ispi, ha poco più di trent’anni e l’Africa nel cuore.

Questa mattina su Europa ha scritto che la crisi del Congo ha dimostrato che non è vero che l’Italia in politica estera non conta nulla, ma che invece la nostra diplomazia funziona ed è in grado di fare un lavoro complesso, paziente, che poi conduce alla soluzione. In questo caso possiamo dire che l’Italia ha portato a casa un risultato anche per Stati Uniti, Francia, Belgio?
L’Italia era il Paese con più coppie coinvolte in questa situazione di stallo, ma dobbiamo anche ricordare che l’Italia non aveva con la Repubblica Democratica del Congo relazioni storiche, profonde, come altri Paesi coinvolti. In effetti la nostra diplomazia ha lavorato molto bene, gli ambasciatori degli altri Paesi ci hanno fatto i complimenti, vuol dire che il metodo italiano è valido e funziona.

Da tempo si dice che le adozioni in Italia dovrebbero avere un’attenzione maggiore da parte della politica estera, tanto che qualcuno chiede una Cai sotto il Mae. Che ne pensa?
Le adozioni sono uno strumento straordinario per creare legami fra Paesi ma al tempo stesso, mettendosi in questa prospettiva c’è da fare un ragionamento. La Cai è giusto che resti sotto la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Mi spiego: in questi giorni tutti ci chiedono se la vicenda del Congo dimostra che c’è bisogno di rivedere la normativa sulle adozioni, io invece credo che se le adozioni sono parte della politica estera di un Paese la prima cosa da rivedere sia la geografia delle adozioni.

Intende dire che bisogna avere il coraggio di lasciare alcuni Paesi?
Anche, sì. Bisogna ragionare sui Paesi in cui aumentare la nostra presenza perché ci sono delle relazioni stabili, valutare i tipi di accordi, vedere dove è necessario rivedere questi accordi e in dove invece la situazione è talmente incerta che si generano solo false illusioni nelle coppie. Attenzione, lo scriva chiaramente, tutto questo non deve avvenire a discapito delle situazioni aperte.

Ha in mente Paesi precisi?
Sì, ma non me li faccia dire.

La presidente Della Monica questa mattina in un’intervista ha fatto cenno all’ipotesi di lavorare a un accordo bilaterale fra l’Italia e la Repubblica Democratica del Congo. È una strada che l’Italia ha già percorso per prima in un altro momento di crisi, quello con la Federazione Russa, diventando un modello. È una strada che condivide?
Sì. Penso che la qualità normativa dell’accordo sia la cosa più importante.

La vicenda del Congo in realtà non è risolta, perché ci sono almeno 150 famiglie italiane che hanno già una sentenza passata in giudicato e che aspettano di sapere come e quando potranno incontrare i loro figli e portarli a casa. Come si procede ora?
Da parte di tutti è stato assicurato l’impegno a continuare a lavorare su questo fronte.

E sulla riforma delle adozioni, che il premier ha annunciato già nella imminente riforma del terzo settore?
Noi come parlamentari abbiamo individuato due priorità: da un lato rifinanziare il fondo per le adozioni internazionali, perché i rimborsi delle spese sostenute sono ferme alle adozioni concluse nel 2011 e poi capire come riscrivere la politica estera delle adozioni, dove aprire, dove chiudere e come rivedere gli accordi fra l’Italia e i vari Paesi d’origine dei bambini.