Anniversari

Il nostro caro Péguy

2 Settembre Set 2014 1755 02 settembre 2014

"Cittadino di una città senza mura", Charles Péguy fu più di uno scrittore. Fu, come ricorda don Primo Mazzolari in questo suo articolo del 1948, un artigiano del pensiero capace di vedere l'opera di Dio anche nel più atroce degli "scarabocchi dell'uomo": la guerra. Il 4 settembre ricorre il centenario della morte di Péguy, che fu tra le prime vittime del conflitto mondiale

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"Cittadino di una città senza mura", Charles Péguy fu più di uno scrittore. Fu, come ricorda don Primo Mazzolari in questo suo articolo del 1948, un artigiano del pensiero capace di vedere l'opera di Dio anche nel più atroce degli "scarabocchi dell'uomo": la guerra. Il 4 settembre ricorre il centenario della morte di Péguy, che fu tra le prime vittime del conflitto mondiale

«"Padre nostro che sei nei cieli". Tre, quattro parole, ma beato chi si addormenta sotto la protezione di queste tre, quattro parole. Sono le parole che precedono ogni preghiera, come le mani giunte precedono il volto di un orante». Per Charles Péguy anche la scrittura era qualcosa che poteva approssimarsi, precedere, talvolta sfiorare la preghiera. La scrittura era soprattutto questione di sguardo. Scrive infatti Péguy: «Bisogna dire sempre ciò che si vede. Soprattutto bisogna sempre, e qui è il difficile, vedere sempre ciò che si vede». Questo rigore dello sguardo, questo dovere di guardare sempre e comunque la realtà è l’imperativo che fonda l’etica di Péguy. Anche la speranza - che è sempre speranza di realtà - si fonda sulla presenza di questo sguardo, non sulla sua fuga. Riportano le cronache che il primo “Padre nostro” Péguy lo recitò nel 1908, dopo una grave malattia. Sei anni più tardi – era il 4 settembre del 1914 -, a quarantun anni, Péguy cadde in battaglia, in quella che lui credeva (o sperava fosse) «l’ultima di tutte le guerre».

Come Péguy, anche don Primo Mazzolari fu un “interventista democratico”. Come Péguy, Mazzolari e i giovani della Lega Democratica Cristiana non volevano semplicemente e barbaramente “la loro” guerra. Speravano invece di poter mettere fine al militarismo tedesco, che una guerra, prima o poi, l’avrebbe comunque provocata. In guerra, don Mazzolari perse il fratello Peppino e per nove mesi, nel 1918, come cappellano militare, seguì le truppe italiane in Francia. Fu allora che incontrò le parole di Péguy. Parole che ispireranno a Mazzolari il famoso "Tu non uccidere" e che troveranno eco, 30 anni dopo, nel primo editoriale del suo quindicinale “Adesso”: «Adesso, non domani. All'infuori del caso che domani un altro possa fare meglio ciò che io non so fare (la rivoluzione cristiana non fa saltare la corteccia dell'albero con la dinamite), rimandare a domani è neghittosità e vigliaccheria. Adesso è un atto di coraggio. Un uomo d'onore non lascia agli altri la pesante eredità dei suoi “adesso” traditi».

Nel ’48, don Primo Mazzolari scriverà una piccola, intensa prefazione a una raccolta di pensieri dell’autore francese, raccolta pubblicata per la cura di Aldo Pedrone per i tipi della Stefanoni, casa editrice di Lecco. La riproponiamo oggi - in occasione dell'anniversario della morte di Péguy, vista anche la rarità del testo - sperando di fare cosa gradita ai nostri lettori. (marco dotti)

* * *

Péguy afferra da solo chiunque lo prende in mano, anche se lo si prende in mano sbadatamente. Ne feci la prova nel luglio del '18. Stavo a riposo nella foresta di Compiègne, dopo giornate così disumane che all'infuori del Vangelo ogni parola mi riusciva insopportabile.

«Leggete il nostro caro Péguy» insisteva il giovane aumònier dei chasseurs, che accampava a neanche un miglio da noi. «Questo prende: è su misura dell'uomo».

Se discorrendo di uno scrittore, gli si può mettere davanti una dichiarazione d'amicizia, il resto non conta. Anche se ogni parola ci fa male, non conta. Péguy mi è entrato così, facendomi male: la vera prefazione delle grandi amicizie, che spaccano sempre il cuore: quasi un innesto, ove l'olivastro deve spaccarsi.

Però non è vero che Péguy sia sgarbato. Egli incide e canta, scalpella e canta, bulina e canta, come un maestro artigiano dei tempi andati: ed il suo canto è piuttosto una sequenza, che ognuno può accompagnare e far sua senza sforzo. Il suo paradosso lirico è cosi limpido e scorrevole che possiamo credere d'averlo pensato noi stessi in un momento di latitudine, per cui siamo noi che ci aberriamo con le nostre stesse mani, e quasi ci si vergogna d'aver visto troppo tardi verità tanto vicine e tanto care, l'unum necessarium.

Péguy stesso pare che non faccia nessuna fatica a scoprire e a raccontare queste grandi cose: pare uno che abbia sempre camminato tranquillamente le dolci strade della sua terra, mentre fu più volte uno sbandato, ed è stato fuori con tutti, e di quella convivenza infelice e provvidenziale porta la memoria, e, nel sangue, l'angusta misura di ogni tenda, da cui si è tolto con la decisione del Prodigo: surgam et ibo.

Battè ad ogni porta, e, ovunque entrò, tenne gli occhi limpidi e fiduciosi dell'uomo libero («io sono l'uomo più libero del mondo») : spezzò il pane con questi e con quelli come uno di casa, e quando uscì, quando dovette uscirne per rimanere «l'uomo più libero», invece di scuotere la polvere, si portò dietro, a ricordo del soggiorno, ogni cosa buona di ogni casa senza impoverire nessuno.

Per questa sua originalissima e fraterna maniera di entrare, uscire e spogliare, molti dei suoi ospiti di ieri credono di averlo tuttora presso il loro focolare, mentre egli è lontano, cittadino di una città senza mura, la sola su misura della sua divina inquietudine.

Qualche commiato è stato violento; però, nell'uscire, non ha sbattuto l'uscio ed egli rimane ospite di ogni tenda, anche se per respirare ha dovuto andarsene; se per capire ha dovuto allontanarsi; se per rimanere socialista ha dovuto farsi cristiano.

La sua statura cresce secondo la linea della cattedrale, come una cattedrale, poiché Péguy non solo appartiene alla razza dei costruttori delle cattedrali, ma lui stesso è una cattedrale con pietre d'ogni colore, d'ogni cava e d' ogni epoca, levigate o grezze, le quali si affondano o salgono o si dilatano con magnificenza e ardimento, e splendono sotto il sole o nella penombra con ignei bagliori, poiché certo è il suo amore, continua la sua fedeltà.

Nessuno è più contemporaneo di Péguy, più alla giornata, e nello stesso tempo nessuno più di lui porta inciso il passato e l'affaccio curioso e attonito sul domani. In certi momenti si direbbe che accosti l'eterno come i santi, cui parla il linguaggio dei fanciulli e dei poveri. Nella sua povertà dà la scalata all'Eterno. Di tratto in tratto si sofferma per guardarlo in volto, e gli pare di avere 'diritto di dargli del tu. perché gli vuol bene, e l'Altro lo sa: «Tu sai tutto ; sai che ti voglio bene».

E quando due si vogliono bene, si chiamino Teresa d'Avita o Carlo Péguy, c'è l'equalitas. Che nessun mutamento d'umore può intaccare. Come dialoga con Dio, lui il peccatore, così dialoga, lui il repubblicano, con Joinville, Re Luigi. Giovanna d'Arco, e traduce la politica in mistica per salvarla dall'imperizia dei suoi manovali, come per conservare un po' di stima del socialismo di Jaurés, si fa cristiano. La cristianità è la sua casa. Qui finalmente respira, si sente a casa sua.

Però, anche a casa sua non chiude gli occhi, non si crede un arrivato, ancor meno un pensionato. Non vede tutto bello nella casa. Bello è ciò che Dio fa per il suo Cristo, ciò che Cristo fa per la sua Chiesa, anche se le mani sono inchiodate e i piedi sono inchiodati. Nella cristianità, forse più che altrove, c'è da lavorare. Ma qui Péguy sa bene che non occorre il piccone, e usa le mani, i ginocchi, il cuore.

E lo trovi in ginocchio non solo quando prega, ma quando grida, quando s'accorge che Qualcuno gli ha dato la voce del Profeta. Qui non sosta, non è di passaggio ; qui abita, è il cittadino. Gli ingombri non l'affannano le indegnità non gli tolgono la fiducia. Su ogni sgorbio dell'uomo e delle sue fatture, egli vede l'immagine, il sangue, il cuore di Cristo.

E se protesta per ciò che non conviene alla immacolatezza della Sposa, sa che ogni cosa dell'uomo non le conviene mai e canta l'inno di questa nostra povertà che si mette in piedi per camminare su tutte te strade, verso la salvezza.

Sulla Marna, dove una cristianità penitente ferma una cristianità orgogliosa, Péguy fissò la ultima tenda, disse l'ultimo amen della sua peregrinatio.

Chi muore per la città terrestre è il corpo della città di Dio e della casa di Dio, e sta davanti, sempre. Se ti volti indietro per cercarlo, lo tradisci: se ti fermi sotto le tende ove egli ha soltanto sostato per rintracciare le immagini dei cristiani infedeli, lo tradisci: se ti rivolti con amarezza verso lo squallore di una casa, che è il riflesso del nostro deserto interiore, lo tradisci. Lo tradisci se non preghi, se non canti, se non sei pronto a dare la vita «per quel pizzico di terra» che è indispensabile per la libertà, per il pane dell'uomo.

Tutto questo forse è sciocco, ma per non tradirlo bisogna diventare sciocchi, come S. Agostino, S. Paolo, S. Francesco, S. Giovanna d'Arco: come Pascal, come Corneille, come Péguy.

@oilfborbook