Legislazione

Adozione, figlia di un dio minore?

22 Settembre Set 2014 1705 22 settembre 2014

Perché da anni «si aspettano i protocolli operativi regionali e la banca dati nazionale, mentre in 25 giorni le Regioni hanno già trovato l’accordo sulla fecondazione eterologa?». Sono le domande poste dalle Associazioni e da lettori che ci scrivono

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Adozione, figlia di un dio minore?
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Perché da anni «si aspettano i protocolli operativi regionali e la banca dati nazionale, mentre in 25 giorni le Regioni hanno già trovato l’accordo sulla fecondazione eterologa?». Sono le domande poste dalle Associazioni e da lettori che ci scrivono

Genitori di seconda categoria. Figli abbandonati di nuovo, stavolta dalle istituzioni. Alla ribalta, invece, continua ad esserci la logica del figlio a tutti i costi e a ogni prezzo, visto che il desiderio di maternità e paternità supera anche il diritto di quei bambini per cui l’adozione è l’unica chance di avere una famiglia. Perché tutta la fretta di regolamentare l’eterologa non c’è mai stata per l’adozione? Perché da anni «si aspettano i protocolli operativi regionali e la banca dati nazionale, mentre in 25 giorni le Regioni hanno già trovato l’accordo sulla fecondazione eterologa?». Sono le domande che oggi molte Associazioni (AiBi, Cisl, Anfaa, Ciai, Uniti per l’adozione) pongono attraverso le pagine di Avvenire (qui l'articolo).

A questo proposito vi proponiamo una lettera giunta in redazione in questi giorni.

Gentile Direttore,
il sì della Corte costituzionale all’eterologa (linee guida regionali incluse) ha fatto scattare un’ulteriore molla per raccontare la nostra storia. Non vogliamo che dalla nostra lettera traspaia vittimismo o lagnanza. Non ci interessa e non è mai stato lo spirito conduttore della nostra vita. Siamo sempre state (e ci auguriamo di esserlo anche in futuro) persone positive.

Raccontiamo il nostro caso perché forse, tra le righe e i fatti, si annida qualcosa che si può descrivere anche come accoglienzafobia, o aperturafobia o donofobia . Uso tutti questi termini perché nella nostra storia di coppia che ha voluto aprirsi alla prospettiva dell’adozione, c’è un po’di tutto questo.

Dopo 6 anni di matrimonio senza figli, io e mia moglie abbiamo iniziato a pensare al cammino dell’adozione. Benché la natura (e da credenti, il buon Dio) sembra che non ci abbiano del tutto tolto la possibilità di avere figli naturali, non abbiamo voluto intestardirci su pratiche di fecondazione in Italia o all’estero. Siamo sempre stati educati a considerare i figli come un dono. E un dono, si sa, non è né dovuto né obbligatorio. E può arrivare quando meno ce lo si aspetta. Nel caso dei figli naturali, inoltre, sappiamo che questo dono potrebbe anche non arrivare mai.

Consci di tutte le difficoltà e le lungaggini delle pratiche adottive italiane, ci siamo messi in moto comunque con fiducia, aperti a quello che il buon Dio avrebbe donato alla nostra vita. Avevamo ben visibili le storie felici (pur tra mille difficoltà) di diverse famiglie adottive, il desiderio di questi bambini di essere accolti da un papà e da una mamma. E il desiderio nostro di mettere a disposizione di questi piccoli la nostra affettività e il nostro progetto di vita.

La legge italiana non vieta la domanda di adozione a chi è potenzialmente fertile. Così e così dovrebbe essere. Eppure, fin dai primi colloqui di gruppo e singoli con assistenti sociali e aziende sanitarie locali, siamo stati guardati – per non dire vivisezionati – con particolare interesse. Unica coppia a non essersi sottoposta a fecondazioni o ad accertamenti ultrainvasivi tra quelle presenti ai corsi, siamo stati convocati singolarmente per essere avvisati che questo nostro comportamento non sarebbe piaciuto al tribunale dei minori. Nei corsi, inoltre, non di rado si dedicava tantissimo tempo alle storie di fecondazione fallita, lasciando pochissimo spazio ai veri valori in gioco nell’adozione. Addirittura, benché all’epoca non fosse legale, si ricordava velatamente alle coppie la possibilità di ricorrere all’eterologa, senza interrogarsi minimamente sui rischi di questa pratica.

I successivi colloqui individuali e di coppia con le assistenti sociali ci hanno confermato lo sguardo intriso di pregiudizi verso una coppia che non faceva mistero della sua educazione cattolica e della sua apertura alla vita. La convinzione che la nostra famiglia potesse vedere presenti sia figli naturali sia adottivi, così come la pervicace certezza che un figlio (adottivo e non) sia comunque un dono non sono stati accolti con simpatia. Addirittura, quando abbiamo parlato di figlio adottivo come dono, siamo stati rimproverati perché questa affermazione provocherebbe fastidio nel piccolo adottato!

La relazione finale delle assistenti sociali è servita al Tribunale dei minori per giudicarci non idonei, con la motivazione che la nostra apertura indiscriminata alla vita non ci permetterebbe di comprendere fino in fondo i problemi delle adozioni. E con un accento negativo sul desiderio di avere anche figli naturali.

Io e mia moglie non siamo – grazie a Dio – persone perfette. Siamo pieni di difetti e di limiti. Eppure abbiamo entrambi una lunghissima storia di volontariato e di attenzione al sociale. Non ci interessa esibire chissà quale curriculum, ma non possiamo nasconderle l’amarezza per come questa storia personale di vicinanza al prossimo sia stata annichilita.

La stessa sensazione, lo sappiamo per certo, la vivono anche altre coppie a cui è stata negata l’idoneità. Spesso, l’idoneità è negata a chi ha già un figlio adottivo, con la motivazione ideologica che debba già far fronte alle problematiche del primo. Se questi assistenti sociali entrassero in molte famiglie con 3 o più figli naturali, ci sarebbe da aspettarsi che gliene portino via qualcuno ritenendoli degli incoscienti.

Concludendo il riassunto delle nostre vicende, è ovvio che nascano alcune riflessioni.

È possibile che chi è totalmente aperto alla vita, senza pregiudizi e pretese, venga a tal punto umiliato?
È possibile tutto questo in un Paese che vive una profonda crisi demografica?
Visto che la recente sentenza della Corte costituzionale sulla fecondazione eterologa, stabilisce che il figlio è un diritto incoercibile, perché questo non vale anche per l’adozione?
Davvero, non c’è discriminazione verso le coppie che vogliono adottare? E non c’è ancora più discriminazione ( in un modo che misura, modella e calcola tutto), per chi fa della gratuità il suo stile di vita?

Ci vien da pensare, senza inutili lamentele, che i veri discriminati siamo proprio le persone e le famiglie sempre aperti alla vita in tutte le sue forme e sfaccettature.

Francesco e Gloria

P.S: sinceramente, gentile Direttore, credo che VITA possa avviare una piccola grande battaglia perché le coppie che vogliono adottare non siano discriminate rispetto ad altre che compiono scelte (come dimostrano studi americani sulla fecondazione eterologa) che mettono molto più a rischio lo sviluppo e l’identità del minore. Ci può essere da una parte (con l’adozione) un percorso infinito e zeppo di colloqui ideologici e dall’altra la più totale deregolamentazione?