Sociale

Per battere la povertà occorre puntare sui poveri

14 Ottobre Ott 2014 1341 14 ottobre 2014

Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione E. Zancan Padova, commenta la proposta di introdurre il Reis (Reddito di inclusione sociale) nel nostro paese: «il consumo di risorse professionali ha alimentato le burocrazie di trasferimento, senza rendimento»

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Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione E. Zancan Padova, commenta la proposta di introdurre il Reis (Reddito di inclusione sociale) nel nostro paese: «il consumo di risorse professionali ha alimentato le burocrazie di trasferimento, senza rendimento»

La proposta di introdurre il Reis (Reddito di inclusione sociale) nel nostro paese è stata riproposta al Cnel, un luogo simbolo delle politiche nel nostro paese, in particolare delle politiche di welfare. Viene presentata mentre subiamo, ogni giorno di più, gli effetti della recessione di welfare. Il paradosso è che ad essa contribuisce la grande quantità di trasferimenti che caratterizzano il nostro paese, uno dei “meno capaci” di ridurre la povertà in Europa, pur destinando quote preponderanti di risorse ai trasferimenti monetari.

Chi ne parla dovrebbe leggerli come in uno spartito musicale, fatto di 65 strumenti musicali che suonano ognuno per contro proprio, senza ascoltarsi, a carico di diversi centri di responsabilità. Non dialogano tra loro, non collaborano, danno più del necessario. In questo modo non aiutano i poveri e anzi li trasformano in “assistiti”, condannandoli al rischio di non uscire dalla povertà.

Anche le recenti sperimentazioni nazionali si sono distinte per incapacità, inefficienza, tempi amministrativi estenuanti, riproponendo pratiche assistenzialistiche e istituzionalizzanti. Si aggiungono agli esempi di territori, a statuto ordinario e speciale, in cui sono state sperimentate soluzioni tipo Reis, Sia, Rmi… Ma le auspicate “attivazioni per decreto” non hanno dato i risultati sperati. Quello che doveva essere efficace si è rivelato degenerativo. Le verifiche, fatte da valutatori indipendenti, hanno documentato la sconfitta degli approcci paternalistici e i loro costi ingiustificati, con tassi di attivazione da non dire (meno del 10%) e tanta assuefazione. Il consumo di risorse professionali ha alimentato le burocrazie di trasferimento, senza rendimento. È stato, a detta di chi le ha vissute, professionalmente mortificante.

Le simulazioni di costi prospettici che ci sono state presentate sono sempre “al netto dei costi per gestire i trasferimenti”, cioè “al netto della realtà” e al netto dei ricalcoli per rimodulare nel tempo i trasferimenti in base alle condizioni di ogni “assistito”. Il ricarico percentuale dei costi non considerati (che “non sarebbero” a carico dello stato ma dei comuni) è a due cifre.

Quando si parla di soluzioni analoghe in altri paesi si omette di dire che “in quei paesi” non ci sono tutte le possibilità di trasferimenti assistenziali (pubblici) come da noi. In altri paesi i trasferimenti sono tracciabili e misurabili e, soprattutto, ben bilanciati con servizi alle persone e alle famiglie. La “combinazione soldi servizi” spiega buona parte degli effetti positivi “altrove” ma “negativi” da noi. La ragione è semplice: altrove i decisori politici hanno fatto prima e meglio quello che da noi prevedeva la legge 328/2000: la revisione strutturale degli emolumenti assistenziali. Non è stata fatta, quindi è ancora più urgente e necessaria, dopo 14 anni di attesa.

Come ha detto il Ministro Poletti in una recente audizione al Senato, bisogna “ripartire dai territori” per lottare in modo nuovo e diretto contro la povertà, senza centralismi antieconomici e inefficaci. In un luogo come il Cnel il rischio è di parlarne in modo tradizionale. Le soluzioni di welfare degenerativo resistono, si ripropongono in nuovi schemi comunicativi, a “\prescindere dalle evidenze” di esito, di impatto, di letteratura internazionale. Si fa appello a “raccomandazioni europee di natura “politica” e non “tecnica”, senza portare conoscenze per dire quello che dicono e senza titolarità per dirlo. Si propongono “a prescindere” dalla nostra realtà, sempre più allergica a misure standardizzate e burocratiche, proposte come diritti individuali senza corrispettivo sociale. I poveri hanno diritto di uscire dalla povertà, non di essere assistiti. Le ipotesi che non considerano le potenzialità dell’incontro delle responsabilità sono superate e pericolose. È necessario tenere i poveri a distanza di sicurezza da soluzioni che ritardano le azioni organiche di contrasto della povertà. Ci possono aiutare a lottare contro la povertà “con i poveri” e “rigenerando capacità e risorse”, con scelte politiche consapevoli di una condizione umana irrinunciabile: “non posso aiutarti senza di te”.