L'altra America

Messico senza nuvole. Due parole con Juan Villoro

27 Dicembre Dic 2014 1435 27 dicembre 2014

Il narcotraffico si fa sentire due volte, dichiara lo scrittore e giornalista messicano Juan Villoro. "Si sente nella realtà e nella comunicazione. Quando tutti i giorni vedi immagini di gente ammazzata inizi a pensare che lo spargimento di sangue è un fatto normale. Solo con una comunicazione responsabile, avremo meno paura"

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Il narcotraffico si fa sentire due volte, dichiara lo scrittore e giornalista messicano Juan Villoro. "Si sente nella realtà e nella comunicazione. Quando tutti i giorni vedi immagini di gente ammazzata inizi a pensare che lo spargimento di sangue è un fatto normale. Solo con una comunicazione responsabile, avremo meno paura"

Un paese perennemente in bilico tra Carnevale e Apocalisse, segnato ormai da diversi anni da un clima di violenza e di paura. Scrittore e sociologo, giornalista e professore universitario, nato nel 1956 , Juan Villoro è uno degli intellettuali più attenti alla realtà di questo paese: il Messico.

Lei ha ricevuto un importante premio per il suo lavoro giornalistico sul narcotraffico. Non passa giorno senza che arrivino notizie dal Messico, sull’aumento della violenza, sulle cifre – anche queste, sempre in aumento – del traffico di stupefacenti, corruzione, donne scomparse, devastazione delle culture. Come è la situazione in Messico, oggi?

Per almeno quarant’anni, il traffico di droga ha prosperato in Messico. La causa principale è evidente: gli Stati Uniti sono il più grande consumatore di droghe nel mondo e noi siamo i «vicini della porta accanto». A poco a poco, però, la droga è diventata una sorta di «normale parallela», un mondo in cui i trafficanti hanno prosperato senza nessuno a fermarli. Oggi, vi è uno stile di vita specifico del crimine organizzato. Uno stile di vita con la sua musica, i suoi capi di abbigliamento, la sua architettura, perfino i ristoranti tipici degli spacciatori. Si stima che almeno il 10 per cento del denaro circolante in Messico provenga dal narcotraffico.

Non è cambiato proprio nulla, in questi quarant’anni?

Un cambiamento, sì, c’è stato: nel 2006 il presidente Calderon ha deciso di affrontare il problema. Sembra che lo abbia fatto con una strategia ben pianificata, ma per scopi di distrazione politica. Arrivò infatti alla presidenza molto contestato dall’opposizione, che lamentava brogli elettorali. A quattordici giorni dal suo insediamento, ha avviato una operazione in tutto il paese. Invece di individuare le reti di finanziamento e di complicità con il governo, ha cercato un confronto diretto. È stato come accendere un fiammifero per vedere se in giro c’era polvere da sparo. L’esplosione è stata tremenda: in quattro anni ci sono stati circa trentamila morti, negli ultimi sei mesi sono stati uccisi nove sindaci. Il mondo del narcotraffico ha reagito con atti terroristici che minacciano la popolazione civile. Il presidente è riuscito a distogliere l’attenzione, ma a un costo elevatissimo. L’unico effetto diretto è che la droga e le armi sono diventate più costose, a vantaggio degli intermediari.
Juan Villoro
Recentemente, sono stati arrestati alcuni «dirigenti» importanti, ma il problema non finisce certo qui. Si è proposta la legalizzazione delle droghe, ma il governo è contrario. Questo sarebbe un passo importante per «rovinare» il mercato della criminalità. Tuttavia, la soluzione è più complessa e ha a che fare con l’educazione e la cultura. Oggi, in Messico ci sono sette milioni di giovani adulti che non hanno lavoro o istruzione. La soluzione migliore offerta loro per uscire dalla fame e provare un senso di appartenenza è il narcotraffico, con il suo mondo, i suoi sistemi di valore. Questo è il vero problema. Abbiamo bisogno di creare fonti alternative di sostentamento che non abbiano a che fare con la violenza. L’istruzione è fondamentale. Non possiamo pensare che il Messico si salvi con i proiettili.

Come è l’atmosfera oggi nel paese?

La paura è diventata la nostra seconda natura. Nessuno ha più fiducia in niente. Il narcotraffico si fa sentire due volte: nella realtà e nella comunicazione. Stampa, radio e televisione hanno fatto da cassa di risonanza e non sono stati in grado di costruire un discorso alternativo che promuova la speranza. Quando tutti i giorni vedi immagini di gente decapitata, inizi a pensare che il paese è ingovernabile, che lo spargimento di sangue è un fatto normale. Dobbiamo sottolineare che la vita si perde nel sangue: solo con una comunicazione responsabile, avremo meno paura.
@oilforbook